Era da poche settimane che avevo iniziato il tirocinio in Comunità Terapeutica per adolescenti. Quel giorno rimasi da solo coi ragazzi mentre gli operatori erano impegnati durante le riunioni di cambio turno.

Poco prima che avvenisse il passaggio alcuni di loro avevano cominciato a istigarsi a vicenda. Dopo ripetuti richiami infruttuosi pensai di poter ovviare al problema cercando di incanalare la loro aggressività fisica in una forma maggiormente orientata alla cura dell’altro. Mi venne quindi in mente di porre a tutti una domanda: perché invece di mettervi le mani addosso per infastidirvi non cercate di usarle per farvi un massaggio?

La proposta venne subito accolta ma mi resi conto che quella che avevo creduto fosse una soluzione creativa mi si stava rapidamente ritorcendo contro. Chi in particolar modo colse questa crepa nelle regole fu Giovanni, che postosi alle mie spalle cominciò con veemenza a stirarmi le spalle per poi pretendere che Lucrezia lo massaggiasse a sua volta.

La ragazza in un primo momento accolse la richiesta ma si stufò molto in fretta, memore anche del fatto che il contatto tra ragazzi in comunità era fortemente sconsigliato. Qualche tempo prima, infatti, mi era stato suggerito di prestare molta attenzione ai confini fisici, in quanto era rischioso concedersi il contatto corporeo con gli ospiti, il quale, pertanto, poteva divenire oggetto di richieste fuori luogo o manipolazioni.

Questo, per l’appunto, mi venne fatto notare ma l’esperienza in comunità non nego fosse a tratti travolgente: circolavano poche emozioni ponderate e tante esplosioni di cui letteralmente mi sentivo investito. Inoltre, erano la prime volte che sperimentavo una prossimità terapeutica così ravvicinata e continuativa con dei pazienti anche molto diversi tra loro e spesso avevo la percezione di essere molto assorbito dalle dinamiche del fare e molto poco centrato e connesso con me stesso.

Soffrivo in questo senso la stessa difficoltà dei ragazzi di frapporre tra un’azione e l’altra un pensiero ragionato e distaccato dalle vicende che si consumavano di ora in ora.

Tornando al fatto in questione, il mio intervenire per mitigare le insistenti richieste di Giovanni ebbe come effetto quello di orientare la sua collera su me medesimo, che egli proruppe aggredendomi fisicamente.

Dopo aver cercato ripetutamente di gestire la situazione nella maniera più riflessiva possibile, dovetti accettare di non avere presa sulla situazione e chiesi quindi supporto al gruppo educativo.

Ricordo chiaramente lo stupore che provai nel constatare la reazione della coordinatrice e della neuropsichiatra. Ero parecchio adirato per quanto era appena accaduto e quando mi presentai di fronte a loro con la mia problematica si attivarono subito per sostituirmi, ma in aggiunta si preoccuparono di fare in modo che Giovanni avesse un momento di riparazione con me per non farlo sentire in colpa.

La cosa mi sbalordì parecchio e mi sentii quasi non ascoltato, un po’ perché ero infuriato contro Giovanni e un po’ perché non comprendevo il motivo di quella preoccupazione; in fin dei conti un po’ di senso di colpa non gli avrebbe fatto male. Ci saremmo, difatti, ritrovati di fronte ad uno psicopatico se non ne avesse provata nemmeno un pizzico.

Una volta che ebbi il tempo di rasserenarmi invitarono Giovanni ad entrare e mi colpì ulteriormente il sorriso con il quale la coordinatrice lo accolse. Aveva la voce calma e calda di un genitore benevolo e comprensivo.

A settimane di distanza discussi di questo evento durante una supervisione e compresi alcune cose molto importanti. La prima fu che era davvero rischioso sul piano terapeutico farmi trascinare nella violazione di regole così fondamentali come mantenere la corretta prossimità fisica.

Non avendo gli ospiti le capacità per comprendere il senso di “fare un’eccezione” e vivendo con così grande intensità le loro emozioni, a tal punto da non poterle regolare se non attraverso moti espulsivi, il rischio era, infatti, quello di offrire una possibile porta aperta che, non sapendo come gestire, avrebbero sfondato.

Specialmente per quanto concerne il contatto fisico, anche se di tipo affettivo, sarebbe stato importante moderarsi poiché proprio l’affettività e il calore corporeo richiamavano in questi adolescenti dei vissuti altamente destabilizzanti.

In sostanza gli ospiti non avevano mai interiorizzato legami e confini sani e mantenere la distanza fisica aveva il significato di invitarli a prendere le distanze dal loro groviglio psicosomatico spesso indifferenziato e dai loro impulsi. Il primo passo per potersi osservare e concedersi di riflettere sulle proprie dinamiche interne.

Oltre a ciò, fu altamente formativo comprendere la natura della reazione della coordinatrice e della neuropsichiatra. Infatti, in un momento di forte attivazione come poteva esse quello che avevamo vissuto insieme io, Giovanni e tutti gli altri ospiti presenti, era fondamentale riportare il più possibile l’atmosfera in uno stato di quiete.

Non perché bisognasse sottrarre Giovanni dal confrontarsi con il proprio senso morale, ma perché in quella condizione di forte agitazione la possibilità di connettersi alle proprie capacità riflessive sarebbe stata ancor più faticosa di quanto non lo fosse già di norma. Era necessaria una pausa per concedersi un secondo tempo in cui poter ricostruire la relazione e così ritagliarsi un margine di azione terapeutica sull’accaduto.

Qualche tempo dopo, mi venne chiesto di ripresentare questo episodio durante un incontro di formazione rivolto agli operatori della struttura e fu l’occasione per tornare a riflettere su ulteriori aspetti.

La mia esposizione sarebbe dovuta durare cinque minuti e allo scadere del tempo non ebbi modo di giungere alle conclusioni del discorso. Da qui emerse nuovamente la mia difficoltà a mantenere i confini, o più precisamente la tendenza a spingermi fino al limite, correndo il rischio di tracimare, anziché organizzarmi per operare in maniera consona.

Ma fu anche l’occasione per elaborare la fatica generale degli operatori a tenere sulle norme in presenza di ospiti che costantemente provavano a raggirarle. Fu importante comprendere che anche gli operatori erano soggetti ad una regola: far rispettare le regole; senza che vi fosse un intento sadico nel vegliare sul loro rispetto, ma al contrario la consapevolezza che laddove i ragazzi della comunità non avessero retto avremmo dovuto tenere noi per poterli aiutare in questo processo di acquisizione dei confini.

Come dissi una volta ad uno di loro: a me non cambia nulla sedermi sul sedile posteriore dell’auto e fare andare te davanti. Non mi sentirei in difetto a cederti il posto; ma le regole che vi abbiamo dato valgono anche per gli operatori e come voi pure noi ci impegniamo a rispettarle.

Strettamente connesso a questa mia personale difficoltà mi venne restituita l’immagine di un piccolo chimico che si ingegnava a trovare soluzioni fino a quando non esplodeva il laboratorio. Metafora che voleva rappresentare l’importanza di conoscere i processi attraverso i quali la formula di un intervento terapeutico potesse avere un effetto funzionale sui giovani pazienti.

Ma forse l’apporto più interessante mi venne fornito da una riflessione sul titolo che diedi alla mia presentazione: Il mio battesimo. Inizialmente avevo pensato di chiamarlo in questo modo perché la direttrice della comunità, per stemperare la tensione ad aggressione conclusa, mi disse una frase tipo: ti hanno battezzato. Succede prima o poi a tutti in comunità.

In realtà mi venne fatto notare che il termine battesimo potesse assumere un significato meno connesso all’atto prevaricante in sé ma maggiormente legato ad un nuovo tipo di esperienza terapeutica: in quell’occasione ebbi per la prima volta l’opportunità di riflettere sull’importanza di dare un senso “in azione” ai pensieri, alle emozioni e alle azioni mie, dei colleghi e soprattutto dei ragazzi.

Ovvero fu il momento in cui cominciai a sviluppare la funzione pensante, quella capacità propria di ogni clinico che consiste nel “mettere un pensiero” tra gli effetti della relazione con i pazienti e le azioni educativo-terapeutiche. In questo senso fu il battesimo di unione tra emozione e pensiero.

Imparare ciò è fondamentale perché altrimenti, come accadde nel racconto appena descritto, la tendenza a reagire prevarrebbe sullo spazio di riflessione che dovrebbe invece guidare qualsiasi azione terapeutica.

Si reagisce quando non ci si concede il tempo di pensare ai significati e alle funzioni retrostanti un determinato comportamento, che così facendo rischia di essere giudicato frettolosamente come buono/cattivo, oppure quando si vuole allontanare il senso di confusione, rabbia e impotenza di fronte all’apparente, anche se a volte molto concreta, insormontabilità del problema emergente.

Ciò accade quotidianamente negli adolescenti con disturbi di personalità che popolano le comunità terapeutiche, i quali dedicano poco spazio alla riflessione e quando c’è è spesso alquanto immiserita, rispecchiando così la netta disconnessione tra corpo, emozioni e pensieri.

Ma pure gli operatori stessi rischiano costantemente di rimanere assorbiti da questa potente e compulsiva spinta al fare, specialmente in un luogo come la comunità dove il contatto con le problematiche degli utenti non avviene dietro una scrivania ma lungo tutto l’arco della giornata mentre si sviluppano le diverse attività, in una condizione quindi dove ci si sente maggiormente mescolati con i ragazzi e più propensi ad agire educativamente piuttosto che riflettere terapeuticamente.

Se ciò accade si sta inconsapevolmente agendo il mondo interno di sofferenza dei ragazzi della comunità.

Perché sta accadendo questo? Che funzione ha quel comportamento? Che messaggio intende trasmettere dicendo/facendo in quel modo? Quali richieste implicite? Cosa sento nei confronti di questa persona nel momento in cui agisce in quel determinato modo? E cosa mi suggeriscono le mie emozioni rispetto alle sue modalità di funzionamento? Come concepire tutto questo all’interno delle dinamiche di gruppo? Come il contesto ha influito sul quel modo di agire e di sentire?

Sono queste alcune delle più comuni domande da porsi nel tentativo di costruire un senso ai fenomeni individuali, relazionali e gruppali che di volta in volta si manifestano in comunità.

Ogni comportamento può avere diverse ragioni per essere agito e queste trovano il loro significato solo all’interno della specifica dinamica creatasi nel “qui ed ora” della relazione individuo-operatore-contesto.

Posso ricevere una brutta risposta perché l’ospite è teso a causa di una cattiva notizia appena ricevuta, col senso per lo stesso di dimostrare di non riuscire a gestire la frustrazione e la necessità di gettarla fuori sul primo che passa, oppure perché l’attività appena svolta ha fatto si che si toccassero tematiche sensibili che hanno esacerbato emozioni di difficile gestione, e quindi il messaggio potrebbe essere: sto cercando di evitare la mia sofferenza, aiutami; oppure ancora perché l’individuo nella sua fragilità costituzionale si è sentito minacciare la propria autostima dalla ramanzina appena ricevuta sotto gli occhi di tutti, e quindi non vi è una indisponibilità totale al confronto ma la richiesta implicita è di non metterlo in imbarazzo davanti agli altri ospiti della comunità.

È possibile cogliere queste occasioni di crisi per agire terapeuticamente, ma per farlo è indispensabile intuire sul momento il senso di ciò che accade, anche quando la confusione, il timore, l’irritazione, la frustrazione e l’impotenza emergono nella nostra esperienza relazionale.

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica presso l’Università di Milano Biccocca, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Ho scritto e pubblicato una tesi sul tema delle relazioni poliamorose, pratico meditazione Vipassana e ho conseguito un diploma sulla “Mindfulness in Relazione” secondo il metodo del Karuna Institute (UK) sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Dopo aver svolto a Nicosia (Cipro) il mio programma Erasmus+ presso l’University of Cyprus (UCY), ho svolto il tirocinio pre-laurea presso la Casa Circondariale di Monza nell'ambito della prevenzione del suicidio e dell'autolesionismo, e su quest'ultimo argomento ho sviluppato la mia tesi magistrale. Ad oggi lavoro come tirocinante presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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