“Il mistero del linguaggio” è un libro solo apparentemente breve, centotredici pagine esclusa bibliografia, che raccoglie alcuni recenti contributi di Noam Chosmky, il (quasi) incontrastato re della linguistica moderna, quando non critico radicale delle attuali strutture di potere politico e finanziario.

Quando il giovanissimo Noam Chomsky diede i natali alla sua teoria linguistica (negli anni ’50) si respirava un senso generale di insofferenza verso i metodi qualitativi nelle scienze sociali.

Perché, ci si chiedeva, queste ultime non utilizzavano dati e calcoli statistici tanto quanto le scienze “dure”, come la fisica o la chimica? Perché ci si sarebbe dovuti rassegnare ad un confinamento teorico basato sulle speculazioni e sulle osservazioni di singoli studiosi, notoriamente limitate dai valori e dalle idee preconcette che portavano con sé?

I numeri, si ragionava, non hanno opinioni. Essi fotografano una realtà, senza trasformarla con i loro pregiudizi. Sono affidabili nella loro neutralità, e possiamo quindi basarci su di loro per andare oltre i limiti che, in quanto esseri umani, portiamo fatalmente con noi [1].

Ma per studiare un fenomeno in questo modo, è necessario isolarlo, frammentarlo il più possibile, affettarlo in segmenti sempre più piccoli, e di conseguenza più facilmente studiabili. Cosa che fece Chomsky con le lingue, ed in particolare con la grammatica, il suo focus primario di interesse.

La struttura grammaticale delle frasi, estratta da ogni contesto relazionale, culturale, interpersonale e storico, veniva quindi analizzata nelle sue più piccole componenti, alla ricerca delle leggi che la regolavano.

Le frasi, i commenti, le espressioni linguistiche, dialettali di tutto il mondo, prelevate dai luoghi in cui venivano utilizzate, e osservate al microscopio degli asettici laboratori del Massachusetts Institute of Technology diventavano ciò che mai sarebbero potute essere negli universi multicolore da cui provenivano: portatori di forma, la forma universale della lingua, comune a tutti gli uomini, inscritta nel suo DNA, della Grammatica Universale, o come denominata da Steven Pinker, un altro famoso studioso, l’istinto del linguaggio (Pinker, 1998).

La lingua delle lingue, la struttura nascosta ma onnipresente a cui ogni grammatica e quindi ogni lingua, obbedisce.

Si tratta di un procedimento, quello della divisione dei fenomeni da studiare in parti sempre più piccole, potente: permette di iso-larle e studiarle nel dettaglio, fornendo una precisione di analisi altrimenti irrangiungibile. Ma richiede, a mio avviso, un’altra con-siderazione.

Preciso che non sono abbastanza ferrato in linguistica per giudicare la bontà della teoria, ma l’operazione di isolare un fenomeno dal suo contesto per arrivare ad una qualche forma di verità definitiva sulla sua natura mi ricorda un passaggio più attinente alla disciplina che ho frequentato più spesso, la psicopatologia.

Prima di quell’incredibile cambio di prospettiva derivata dall’approccio sistemico, era pratica corrente pensare i disturbi mentali come qualcosa che si trovava “dentro” la persona; essi venivano studiati isolando i malati (dentro uno stanzino di psicoterapia o in un ospedale psichiatrico), e si cercava al loro interno l’origine del loro male.

I risultati furono teorie intrapsichiche più o meno barocche, basate sulle peregrinazioni delle pulsioni sessuali o sull’istinto di morte, oppure su presunti (e mai provati definitivamente) deficit nella regolazione dei neutrosmettitori cerebrali.

Diversamente, l’unico luogo in cui il disturbo mentale poteva essere studiato in quanto fenomeno dotato di senso era precisamente quel posto in cui era nato, in cui si realizzava, in cui il disturbo stesso aveva un valore comunicativo: il contesto (vedi ad es. Selvini Palazzoli et al., 1975).

E, manco a dirlo, era anche ciò che risultava escluso dall’osservazione: si studiava l’individualità e, infatti, nell’individualità (psicologica o neurologica) si teorizzava la sua origine.

Ogni significato del disturbo, il modo in cui questo si inseriva nella rete sociale (per esempio, nelle dinamiche familiari), nella storia, nella cultura, nelle interazioni e nei valori del gruppo di riferimento, era stato strappato via, nel tentativo di ridurre la complessità del fenomeno osservato.

Gli approcci terapeutici che ne risultavano erano spesso drammaticamente limitati, tanto quanto le modalità parziali e parzializzanti che li avevano prodotti (vedi ad es. Haley, 1986).

Ecco, non posso giudicare la teoria di Chomsky nel suo complesso (ripeto, non ne so abbastanza), ma posso dire che il procedimento che ha permesso la sua creazione non incontra certamente la mia simpatia.

L’idea di prendere una lingua, estirparla dalla comunità dei suoi parlanti, trapiantarla in un laboratorio e studiarla come fosse una entità a sè stante, mi sembra epistemologicamente indifendibile (fortunatamente non sono solo: vedi Everett, 2012).

E infatti, la teoria chomskiana non contempla minimamente proprio quei fattori che non sono stati indagati. Invano si cercheranno riferimenti alla pragmatica (l’effetto che una comunicazione ha sugli altri), invano si andrà alla ricerca della funzione della lingua (a parte qualche riferimento al suo essere strumento del pensiero e non della comunicazione: ma il pensiero non è comunicazione con noi stessi?).

Ma non solo: invano si cercherà anche, coerentemente con quanto sostiene l’autore, il “gene” che sarebbe all’origine dell’”organo del linguaggio”, o qualche dato biologico (“hard”) dell’esistenza stessa di tale organo.

Ciononostante, chi abbia stima della metodologia adottata, e della teoria lineare e minimalista, come la chiama l’autore, che ne deriva, troverà nel libro un interessante insieme di argomenti a suo favore.

Altri, invece, vedranno in un certo “istinto”, come in un certo “gene”, quello che Bateson (1977) aveva chiamato, non senza ironia, un affascinante quanto attraente “principio esplicativo”. E alla figlia che chiedeva: “Ma che cosa spiega?”, il padre rispose: “Ogni cosa… quasi ogni cosa. Ogni cosa che si voglia spiegare con esso.”

 

[1] Tale approccio mostra oggi tutta la sua parzialità, a partire dalla semplice constatazione che i numeri, a loro volta, altro non sono che invenzioni umane.

 

Riferimenti Bibliografici

Bateson, G. (1977). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.

Chomsky, N. (2018). Il mistero del linguaggio. Nuove prospettive. Milano: Raffaello Cortina.

Everett, D. (2012). Language: the cultural tool. London: Profile Books.

Haley, J. (1986). Strateghi del potere. Gesù Cristo, lo psicoanalista, lo schizofrenico e altri ancora. Milano: Raffaello Cortina.

Pinker, S. (1998). L’istinto del linguaggio. Milano: Mondadori.

Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G. e Prata, G. (1975). Paradosso e controparadosso.Milano: Raffaello Cortina.

CONDIVIDI
Articolo precedentePlusdotazione: un dono di natura
Giacomo Crivellaro
Psicologo Psicoterapeuta, collaboro come Psicoterapeuta ufficiale e ricercatore con il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Ho approfondito il trattamento dello stress post-traumatico con la metodologia Traumatic Incident Reduction (T. I. R.) e l’utilizzo dei Metodi Attivi presso la Scuola Italiana di Playback Theater. Membro del comitato scientifico dell’associazione Sentire le Voci, opero come libero professionista negli studi di Firenze e Parma. Lettore curioso e scrittore appassionatamente dilettante, sono alla ricerca di modi sempre nuovi per comunicare e costruire relazioni e cambiamento. Contatti: info@giacomocrivellaro.it

ADESSO COSA PENSI?