Questo libro è il frutto di vent’anni di lavoro, lo troverete scritto nella prima riga dei “Ringraziamenti”. Mi piace premetterlo perché mi sembra importante ricordare che parliamo del frutto di due decenni di studio, di confronti con altre persone, di pratica clinica, esperienze di vita, ragionamenti e insight.

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L’orientamento di Jessica Benjamin è quello psicoanalitico. Da quando la psicoanalisi classica freudiana è nata si è diramata in vari filoni, ognuno dei quali si concentra su aspetti peculiari del funzionamento mentale. Il ramo di cui l’Autrice è esponente è quello della psicoanalisi relazionale.

Eviterò di esaurire in un paio di righe l’argomento della differenza tra psicoanalisi classica e relazionale, perché in fin dei conti è un argomento trasversale a tutto il libro: ogni volta che viene toccato un argomento l’Autrice opera un rispettoso confronto con le altre teorizzazioni psicoanalitiche per arrivare a definire quale sia la prospettiva relazionale e quali le sue implicazioni.

Normalmente le mie recensioni sui libri si limitano a “bello, leggilo così poi ne parliamo” oppure “mi sono annoiata, però per certi aspetti merita” fino ad arrivare ad un onesto “Mi ha fatto quasi rimpiangere le cinquanta sfumature!”. Dopo un’attenta ed accurata riflessione ho capito che in questo caso avrei dovuto fare qualcosa di diverso, ma che cosa? Me lo sto chiedendo davvero, anche adesso che sono qui a scrivere, non è una domanda retorica.

Questa ammissione di impasse, probabilmente, mi è stata ispirata dal libro stesso, dal fatto che si parli dell’importanza per il terapeuta di riconoscere e testimoniare la propria fallibilità, dicendolo esplicitamente anche al paziente.

Quando il terapeuta sente di aver fallito, di non avere il controllo della situazione o di rischiare di far soffrire il paziente, infatti, può andare incontro a sentimenti di colpa e vergogna, che storicamente sono stati sostenuti da un ideale di analista come ‘contenitore perfetto’, sentimenti che gli possono impedire di riconoscere apertamente il proprio ruolo nelle difficoltà relazionali in seduta.

Già qui si apre una finestra che si affaccia su un mondo di differenze tra la prospettiva dell’Autrice e quella della psicoanalisi classica. Secondo lei, infatti, sottomettersi a questo ideale significa negarsi la possibilità di scusarsi per regolare le proprie emozioni e quelle del paziente.

Questa incapacità di riflettere esplicitamente sul proprio fallimento, inoltre, apre la strada a dinamiche di tipo complementare, in cui una persona viene percepita come colei che agisce, mentre l’altra come colei che è agita; in cui se uno dei due è mentalmente stabile, allora l’altro deve essere pazzo; se uno dei due ha ragione, l’altro deve avere torto marcio.

Se qualcosa nella relazione non stesse funzionando e il terapeuta rimandasse di essere un buon terapeuta, che non ha commesso errori, il paziente quindi potrebbe sentirsi come se si dovesse addossare tutta la responsabilità di ciò che è andato storto; il terapeuta, allora, si troverebbe a sua volta nella situazione di ferire nel tentativo di non farlo.

Tale rischio non è un mostro segregato nelle stanze di terapia, pervade potenzialmente ogni relazione umana. Se questo libro fosse un romanzo potremmo dire che questo rischio sia il protagonista, anzi, uno dei due antagonisti; il protagonista, nonché l’antidoto, come suggerisce il titolo, sarebbe il riconoscimento reciproco.

I due antagonisti, le due dinamiche disfunzionali di cui l’Autrice ci parla sono la dualità (ciò di cui parlavamo prima) e l’unità.

Nella dualità il conflitto non può essere pensato, osservato o contenuto, ma agisce a livello procedurale. Entrambi i partecipanti all’interazione fanno ricorso al meccanismo di difesa della scissione, ossia dividono le parti buone del sé da quelle cattive e sentono di incarnare solo l’una o l’altra e che l’oggetto al quale si stanno relazionando (la loro rappresentazione dell’altra persona) incarni altrettanto aspetti buoni o cattivi, non entrambi contemporaneamente.

In questa situazione i due partecipanti all’interazione possono solo occupare posizioni complementari: se uno è buono, l’altro è cattivo; se uno è attivo, l’altro è passivo; se uno è la vittima, l’altro è il carnefice, come abbiamo già detto. Proprio per questa ragione, però, entrambi si sentono come se fossero loro a non avere potere all’interno della relazione, come se fosse l’altro a “fare loro qualcosa”, a cui loro possono solo reagire di conseguenza, senza riuscire ad abbandonare lo schema, come un’altalena che sale, scende e poi risale.

Per tornare alla stanza di terapia: il terapeuta vive la sofferenza che sente di stare causando al paziente come un oggetto persecutorio e a sua volta il paziente vive l’incapacità del terapeuta di prendersi la propria responsabilità come un attacco, nessuno dei due sente di avere spazio di manovra. Si parla in questo caso di simmetria.

Nell’unità, invece, l’identificazione con l’altro è tale che si finisce per vivere il dolore dell’altro come se fosse il proprio, facendo confusione tra “ciò che è mio” e “ciò che è tuo”. Questo renderebbe letteralmente impossibile essergli d’aiuto. La persona sofferente, infatti, ha spesso la sensazione che il dolore che sta vivendo sia un eterno presente, che non l’abbandonerà mai e si presenterà ogni volta allo stesso modo. Per poter essere d’aiuto occorrerebbe dare valore a questa sensazione, ma allo stesso tempo far sentire la propria fiducia nel fatto che non sarà così per sempre.

Questa capacità, questa dinamica, viene appresa a livello presimbolico, quindi prima dell’arrivo del linguaggio nelle primordiali relazioni madre-bambino, che secondo i più recenti sviluppi della ricerca non sarebbero caratterizzate da una totale identificazione tra i due. La madre, infatti, quando il bambino piange perché sta male e sente che quel presente sia tutta la sua vita, cullandolo e preoccupandosi dà un’importanza alla sua sofferenza, ma allo stesso tempo, riuscendo a mantenere la calma legata alla fiducia che quel momento passerà, riesce a trasmettere questa sensazione anche al figlio.

È durante queste prime interazioni che nasce il protagonista del nostro libro: il terzo, una dimensione in cui il riconoscimento reciproco è possibile. L’autrice nomina, infatti, terzietà lo spazio in cui è possibile uscire dai pericoli dell’unità e della dualità.

Se ci è chiaro perché abbia proprio questo nome, può essere, invece, molto meno intuitivo capire di che cosa stiamo parlando. Dopo aver letto il libro diventa abbastanza intuitivo, in realtà, difficile rimane spiegarlo ad altri. Siccome “intuire” significa vedere, provo ad iniziare a spiegarlo con una metafora dell’Autrice.

Immaginiamo la dualità come un segmento, in cui la comunicazione può viaggiare solo da un punto all’altro, nella terzietà viene aggiunto un altro punto grazie a cui può venirsi a creare un triangolo. Il triangolo rende letteralmente più vasta la superficie entro cui muoversi e quindi permette maggior spazio di manovra all’interno della relazione.

In questo spazio terzo, che non è né tuo, né mio, ma nostro, due diverse visioni della realtà possono convivere senza distruggersi e ci si può riconoscere come simili e diversi. Per poter costruire questa dimensione, secondo Benjamin occorre “arrendersi all’altro”.

La resa, per l’Autrice, è molto diversa dalla sottomissione, perché arrendersi all’altro non significa accettare passivamente la sua volontà, ma rinunciare ad ogni tentativo di controllarlo.

Per farlo occorre rendersi conto che stiamo interagendo con una persona che esiste al di fuori della nostra mente, non ci stiamo relazionando solo con un oggetto (con la nostra rappresentazione mentale di quella persona), ma con qualcuno dotato di una sua coscienza e di un suo mondo di idee, che possiamo influenzare, che può influenzarci e riconoscerci a sua volta.

Questo processo di resa, che permette di negoziare le differenze e stabilire un legame, nel caso della relazione terapeuta-paziente di cui abbiamo parlato prima, consiste nell’accettare la perdita, il fallimento, gli errori e la vulnerabilità. Nel momento in cui il terapeuta li accetta e li comunica al paziente, gli mostra come uscire dall’impotenza e rompere un potenziale circolo vizioso: entrambi, infatti, si sentono sollevati dal dovere di auto-giustificarsi, per arrivare invece ad assumersi la propria responsabilità.

In questo caso il concetto di self-disclosure assume un nuovo significato, cioè quello di riconoscere la responsabilità dell’analista al processo intersoggettivo. La relazione, in questo modo, può riprendere passando attraverso nuove rotture e riparazioni, che permettono alla diade si sintonizzarsi sempre meglio.

Questo è particolarmente importante nel caso in cui i pazienti si siano trovati a fronteggiare una particolare dinamica, da bambini: ossia quella in cui i caregiver traumatizzanti non siano stati in grado di riconoscere la propria responsabilità e quindi il trauma del bambino sia stato costantemente negato, così che questi abbia dovuto convincersi di essere pazzo al fine di preservare la sanità mentale dei genitori e la loro convinzione che andasse tutto bene.

In questo caso il mancato riconoscimento da parte del terapeuta della propria quota di responsabilità consisterebbe in un processo di ritraumatizzazione. Un’interpretazione del presente che permetta di uscire da questa dinamica mostrando al paziente che non è pazzo a sentire qualcosa che non vada, perché è effettivamente così, risulterebbe invece un’occasione curativa.

Ciò di cui vi ho parlato non è la parte del libro che mi è piaciuta di più, perché venivano trattati anche il trauma collettivo, il complesso di Edipo, la costruzione della mascolinità e della femminilità e tanto altro, persino l’improvvisazione! Se avessi scelto sulla base del mio gusto personale, avrei puntato tutto sul trauma collettivo, senza se e senza ma; farlo, però, non avrebbe avuto senso perché la teoria che vi ho descritto viene utilizzata come una sorta di paradigma attraverso cui leggere gli altri argomenti, fornendo prospettive, per me, affascinanti; vi lascio perciò il piacere di scoprirle direttamente da lei.

Se non siete psicologi o comunque persone che abbiano per passione o per hobby una certa confidenza con la psicodinamica e siete comunque arrivati fino a qui, vi ringrazio tanto. Ho provato a leggere la recensione a persone digiune rispetto a questi argomenti e mi hanno detto che sarebbe stato difficile capire senza che fornissi loro altre spiegazioni o semplificazioni.

Purtroppo, sebbene Cultura Emotiva, sia una rivista divulgativa vi tolgo il dubbio che questo libro non lo è, quindi in questo articolo ho pensato che sarebbe stato più opportuno adeguarmi al suo target. Il target dell’Autrice non sono solo gli psicoanalisti, infatti si augura che “questo libro superi i confini disciplinari e consenta anche a chi non è psicoanalista di accedere alle implicazioni sociali e filosofiche della psicoanalisi intersoggettiva”, ma rimane comunque un testo difficile da capire senza avere almeno delle nozioni base sulla psicodinamica; per cui personalmente dico: consigliatissimo per psicologi e studenti di psicologia, se non lo siete e l’argomento vi interessa vi suggerirei di leggere prima un manuale psicodinamica per avere delle basi e rendere la lettura più fluida.

Bibliografia:

Benjamin, J. (2019). Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo. Cortina. Milano.

 

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