Ex-contestatrice convinta della tecnologia e delle ripercussioni che ha sulla vita delle persone, mi sono riscoperta totalmente affascinata da questo mondo così intrinseco di spunti di riflessione sulla psiche umana.

Da quando il mio odio è tramutato in curiosità, mi sono resa conto di quanto, tra gli addetti ai lavori, spesso ci sia un rifiuto verso la tecnologia e una patologizzazione dell’uso della stessa.

Forse sono queste le ragioni che hanno reso così interessante per me la lettura di Il ritiro sociale negli adolescenti a cura di Matteo Lancini, redatto da Cortina Editore.

Gli autori non si limitano ad una demonizzazione di internet, ma lo esaminano scrupolosamente, mostrando un atteggiamento di apertura verso le nuove generazioni, che ci costringono ad una rivalutazione della psicoterapia e della sua impostazione.

Consiglio vivamente a genitori, figli, psicologi, insegnanti, educatori, psicoterapeuti e a chiunque altro abbia voglia di superare il muro dei pregiudizi di leggere questo libro.

Nella società del narcisismo tutto ciò che i genitori richiedono ai propri figli è di essere perfetti. Oggi i ragazzi hanno molte meno restrizioni, in cambio, viene richiesto loro “solo” di essere ciò che i genitori vorrebbero.

I figli di oggi vengono voluti, non capitano per caso; vengono idealizzati; diventano estensione narcisistica dei genitori che li amano, danno loro tutto ciò di cui sembrano avere bisogno, li stimolano in qualsiasi modo e confidano ne venga fuori qualcosa di meraviglioso.

L’adolescente, quindi, ha bisogno di far combaciare l’immagine idealizzata che i genitori (e la società) hanno di lui con ciò che lui effettivamente è. Un ego così affamato trova cibo in abbondanza sui social network che gli danno modo di pubblicizzare se stesso, mostrarsi agli altri perfetto e sentirsi riconosciuto e accettato per mezzo di likes, commenti, followers.

Soltanto venendo accettati dagli altri riescono ad accettare loro stessi.

Un commento negativo sotto una foto, un video imbarazzante, pochi followers possono essere sufficienti per farli crollare e condurre al ritiro sociale.

D’altra parte, i genitori, sono completamente spiazzati da questo avvento della tecnologia che li ha colti impreparati e li fa sentire totalmente incompetenti. Incapaci di usare internet, chiedono aiuto ai loro figli; nel mondo on-line il ragazzo viene trattato come “esperto” e il genitore come “incapace”, quindi privo delle competenze necessarie per fornire linee guida e consigli.

Ciò che spesso i genitori si limitano a fare è stabilire un massimo di ore che il figlio può trascorrere on-line.

In quest’ottica il vero problema non è il social network, ma l’io fragile degli adolescenti di oggi che, senza punti di riferimento e carichi di responsabilità, lo usano come valvola di sfogo e, a volte, finiscono per farsi male.

Spesso, osservando la vita dei coetanei sui social, l’adolescente svaluta la propria che gli appare così banale e insignificante. In adolescenza, poi, la corporeità riveste un ruolo molto importante e viene continuamente messa in discussione; in questa società caratterizzata dal narcisismo questo aspetto diventa preponderante e chi non si accetta nella vita reale modificherà e nasconderà la propria corporeità anche sui social con filtri per apparire più attraenti oppure foto false.

In questo mondo che obbliga alla perfezione, c’è chi non ce la fa e si ritira in casa, lontano da tutto e tutti.

Molti ragazzi in Italia e nel resto del mondo, comunemente definiti hikikomori ad un certo punto della loro vita si chiudono in stanza, rifiutano contatti con gli altri, vivono davanti a un computer. I genitori preoccupatissimi non sanno cosa fare, non capiscono cosa sia andato storto, vedono internet come la causa del malessere del figlio, fanno di tutto per limitarne l’utilizzo staccando il wi-fi, sequestrando computer e telefono.

Gli autori fanno notare come il rischio sia definire internet la causa, piuttosto che il sintomo.

Il ritirato sociale tipico è una persona colta, con ottimi voti a scuola, popolare, intelligente, integrata che a un certo punto crolla e diventa incapace di gestire il livello di perfezione che il mondo esige.

Non riuscendo a far combaciare l’io idealizzato con quello reale si chiude e si isola. In quest’ottica il computer è l’unico contatto che il ritirato sociale mantiene con il mondo esterno, è l’unico modo che ha per placare il dolore e la sofferenza.

Si pensa ad internet come ad un unicum indistinto di cose inutili e di perdite di tempo ma, in realtà, gli usi che se ne possono fare sono molteplici e ci dicono molto sul paziente e sulla gravità della sua condizione.

Un ritirato sociale non è una persona che di solito usa i social network, perché è proprio da quella pressione sociale che sta scappando. Un hikikomori, a livelli gravi, si rifiuterà perfino di giocare a videogiochi che gli offrano la possibilità di comunicare, sotto forma di avatar, con altri giocatori, perché perfino quel livello di relazione sociale gli risulta ingestibile e insostenibile.

Ai livelli più gravi useranno internet soltanto per tenersi informati su ciò che succede fuori la loro stanzetta. Molti ritirati sociali, infatti, pur chiudendosi in casa e rifiutandosi di andare a scuola, continuano a studiare e a informarsi in rete, mantenendo comunque un livello culturale molto elevato, spesso superiore a quello dei loro coetanei.

Appare evidente, quindi, quanto privare queste persone del computer sia soltanto nocivo e lasci loro una sola via d’uscita: il suicidio.

Interessante notare che, mentre la maggior parte degli hikikimori sono maschi, la maggior parte delle persone con disturbi alimentari sono femmine.

Questo dato demografico conferma l’ipotesi che questi due comportamenti siano la conseguenza di un senso di disattamento sociale. Le ragazze, infatti, subiscono maggiori pressioni circa il loro aspetto estetico rispetto ai ragazzi.

Molto si parla, nel libro, anche di cyberbullismo, sexting, gambling. Sostanzialmente quello che si evidenzia è come molte di queste pratiche siano sempre esistite, semplicemente grazie ad internet sono a portata di click.

Un appello va fatto a insegnanti e genitori che non possono lasciare gli adolescenti in balia del vasto mondo di internet, ma devono tornare ad essere guide nella loro vita. Bisogna superare il senso di incompetenza e trovare un nuovo modo di rappresentare una risorsa.

Inutile limitare e proibire ma piuttosto formare gli adolescenti, fornire loro una bussola che permetta di destreggiarsi nel complesso mondo on-line.

Agli psicoterapeuti di oggi va ricordato che non possono permettersi il lusso di essere rigidi, di limitarsi al concetto di giusto e sbagliato, bianco o nero. La psicoterapia, soprattutto quando rivolta agli adolescenti, deve adeguarsi alle esigenze dei giovani, spesso reinventarsi totalmente. A questo riguardo il libro offre non pochi consigli, che ho trovato molto interessanti e che sono frutto dell’esperienza di psicoterapeuti che si sono specializzati in questo campo.

Un altro argomento che merita di essere affrontato è il tempo trascorso on-line.

Ancora oggi gli esperti discutono su quanto sia giusto includerlo tra i criteri per la diagnosi di dipendenza da internet. Il mondo on-line è molto vasto, gli utilizzi che se ne possono fare sono molteplici e considerare la quantità di tempo trascorso in rete sembra essere solo un fattore confondente.

Facciamo un esempio concreto: la mia giornata di oggi. Sono le 20.00 e sto scrivendo al computer questo articolo. Oggi ho lavorato tutto il giorno e per farlo sono stata tutto il tempo al pc. A pranzo ho aperto WhatsApp per rispondere ai messaggi, poi la casella postale per controllare l’e-mail, ho fatto un giro su Instagram e letto le notizie del giorno su un giornale on-line. Terminato l’articolo guarderò una puntata di Black Mirror su Netflix, per rilassarmi un po’.

Se un criterio di valutazione fosse il tempo sarei indubbiamente un addicted, eppure ho semplicemente avuto una giornata di lavoro con pochi momenti di svago. Credo che buona parte di voi abbiano giornate simili.

Riflettiamo sull’uso che l’adolescente fa della tecnologia; educhiamolo ad avvalersi di questo strumento potentissimo nel modo migliore possibile; parliamo con lui della sua vita on-line.

La tecnologia è in crescita esponenziale. Non saranno i nostri pregiudizi a fermarla, ci tocca capirla.

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

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