Parlando di troll non mi riferisco ai personaggi del genere fiabesco, che stanno sotto i ponti in attesa di importunare il malcapitato che dovesse passarvi sopra, ma ai troll odierni, in agguato sotto una discussione di Facebook, Twitter o Reddit, per importunare gli altri utenti in una maniera simile a quella dei loro omonimi fantasy.

I troll sono utenti del web che provocano intenzionalmente reazioni di rabbia, sofferenza emotiva, stress attraverso un comportamento e un linguaggio che vanno dallo scortese all’offensivo, pedanteria eccessiva, argomentazioni improbabili o più spesso provocatorie, sviando la conversazione e generando antagonismo.

Non solo: attacchi personali, minacce e finti ricatti sono considerati comportamenti tipici del  troll. La condizione principale delle azioni del troll è la malizia dietro queste azioni e il fatto che siano in un contesto di comunicazioni mediante computer (da qui in avanti ‘CMC’: Computer Mediated Communications).

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno dedicato i propri studi a questo comportamento che inizialmente può sembrare inutile o impossibile da ricercare, vista la difficoltà intrinseca nel reclutare soggetti da studiare: non sarebbe molto sensibile chiedere a una persona di partecipare perché ha comportamenti detestati da molti.

Un’altra difficoltà è l’identificazione di chi esattamente è un troll e chi no.

Quella di trovarsi di fronte un troll è infatti una percezione soggettiva dello spettatore o della persona importunata: i troll seriali pubblicano le testimonianze delle proprie ‘imprese’ sotto forma di foto o trascrizioni su gruppi segreti, oppure le tengono per sé, rendendo quasi impossibile verificare il reale intento di un utente.

Eppure i ricercatori hanno trovato metodi per aggirare questi ostacoli e si possono motivare tali studi con il fatto che le CMC sono sempre più frequenti, che le vittime dei troll possono essere persone inesperte, psicologicamente o socialmente vulnerabili, che necessitano perciò di protezione: saperne di più potrebbe aiutare.

Alcuni troll possono essere molto pericolosi, specialmente se in possesso di abilità informatiche che consentono loro di ottenere informazioni private da usare come ricatto nei confronti di persone vulnerabili.

Il dialogo online diventerà sempre più importante e determinante per elaborare una percezione della realtà, delle notizie che giungono e di cosa ne pensi la gente, e i troll possono sfruttare questo fenomeno diffondendo notizie false, o, come vedremo più avanti, per trasmettere le proprie opinioni.

Si pone anche la domanda: è un comportamento che viene adottato da un numero crescente di persone? O è solo una precisa categoria a metterlo in atto?

Perché i troll agiscono in una maniera così poco sensibile verso gli altri utenti? È sintomo di un disturbo del comportamento o di personalità? È un comportamento davvero nuovo? O dovuto alle nuove tecnologie?

Anzitutto le considerazioni più ovvie:

I social di Internet sono i ponti sotto cui si nascondono i troll: offrono l’opportunità di comunicare, anche anonimamente, con persone al di fuori della propria cerchia di conoscenze senza il rischio di rivederle o di subire violenza fisica. Il peggio che può capitare ai troll è l’essere esclusi dalla conversazione o dalla piattaforma online.

Questo supporta l’idea che i troll non siano davvero una novità: semplicemente, prima di Internet non esistevano molti altri ‘ponti’ sotto cui nascondersi e che, sempre grazie a Internet, solo oggi c’è una consapevolezza più diffusa di cosa facciano i troll.

Tuttavia, non ci si spiega ancora cosa li spinga a rovinare la buona convivenza sul web – o nella vita reale…

Rappresentazione di un troll all’opera.

Il comportamento del troll

La linguista Claire Hardaker si è avventurata alla ricerca di troll nei meandri di Usenet, una rete di server nata negli anni ’80 -considerabile come l’antichità del web- le cui conversazioni sono disponibili per tutti gli utenti e impossibili da eliminare del tutto. Per di più, si narra che i troll siano apparsi proprio su Usenet durante gli anni ‘80.

La Hardaker ha così osservato le strategie comportamentali (percepite) messe in atto dai troll nel loro habitat.

Alcune di queste strategie sono la digressione verso un argomento controverso, l’ipo-critica (e.g. criticare errori grammaticali pur commettendo lo stesso tipo di errore), antipatizzare (comunicare con superiorità o condiscendenza), oltre a scioccare e aggredire verbalmente.

Questi comportamenti, però, non sono esclusivi del web: i dibattiti politici o su questioni sensibili e controverse (e.g. scienza vs. religione, veganismo) sono da sempre teatro di provocazioni e conflitti che vedono l’uso massiccio di queste strategie comunicative.

La differenza potrebbe essere che l’intento di un certo tipo di troll -che chiamerei ‘seriale’- non è quello di esprimere delle idee, ma puramente di provocare una reazione e divertirsi assistendo a essa, e altri tipi di troll lo fanno per ragioni diverse.

È impossibile determinare caso per caso quale sia la motivazione dietro la provocazione di un altro utente, si può parlare solo della percezione da parte di un utente di trovarsi di fronte a un troll. Non si può neanche assumere che un utente che trolla in un’occasione, o più occasioni, si comporti nella stessa maniera in modo seriale e nella vita al di fuori del web.

La distanza tra utenti imposta dalle CMC è uno dei suoi punti deboli. Al di là della constatazione che la mancanza di linguaggio non verbale (che veicola più informazioni di quello verbale) ostacoli l’interpretazione del messaggio come lo intende l’emittente, le CMC pongono anche una distanza ulteriore, cioè quella psicologica.

La distanza psicologica tra emittente e ricevente di un messaggio è interpretabile come il grado di difficoltà nell’acquisire informazioni sull’interlocutore e perciò nella possibilità di formarne un’idea, una costruzione mentale. Una maggiore e più affidabile quantità di informazioni consente di costruire modelli più verosimili di altre persone.

In mancanza di informazioni affidabili o quando se ne verifica una scarsità, come di fronte a un profilo del web, la mente umana tende a usare euristiche, scorciatoie mentali basate su modelli precedenti, per formare questi modelli. Sebbene le euristiche siano funzionali in molti casi, solo talvolta portano a risultati ottimali.

Emittente e ricevente sono ruoli che si alternano a seconda della direzione del messaggio e l’emittente codifica, prepara il messaggio in base al modello concettuale che ha del ricevente. Di contro il ricevente si basa sul modello che ha costruito dell’emittente per interpretare il messaggio.

Il messaggio potrebbe essere codificato o decodificato come provocatorio, condiscendente, eccessivamente semplificato, accusatorio… pur non essendo intenzione dell’emittente quella di provocare una reazione negativa per il proprio piacere.

Così, a causa della distanza psicologica, due interlocutori rischiano di attribuirsi a vicenda dei tratti monodimensionali e talvolta disumanizzanti: interamente cattivi, interamente ignoranti, interamente inaffidabili o escludere ogni dubbio che l’emittente sia un troll. Questo fenomeno è contiguo all’effetto alone.

Questo implica che potrebbero esserci più falsi positivi, cioè utenti che accusano altri di essere troll, pur non essendo quella l’intenzione; e che il comportamento detto trolling potrebbe essere adottato volutamente o inavvertitamente da chiunque, se i propri modelli mentali degli altri utenti sono negativi.

Ogni gruppo di psicologia che si rispetti ha almeno un paio di utenti che incensano o sminuiscono Sigi Freud – e ci tengono a farlo sapere

La personalità del troll ‘seriale’

Alcuni utenti-troll raccolgono testimonianze delle proprie ‘imprese’ e le pubblicano in spazi dedicati, inoltre esistono gruppi e pagine appositamente creati per raccogliere le reazioni di gruppi specifici di utenti. Da questo si evince che una parte degli utenti che agiscono come troll lo facciano per il piacere di farlo e di condividere.

Questo tipo di utente-troll seriale sarebbe diverso dal troll ‘occasionale’, in quanto userebbe attivamente le proprie capacità sociali e di manipolazione per ottenere una reazione negativa, invece di costruire passivamente dei modelli mentali di altri utenti.

Cosa li spinga a comportarsi così è intuibile, ma difficile da studiare attraverso, per dire, un questionario o un’intervista o addirittura studiarne eventuali correlati neurologici.

Uno studio condotto da Buckels, Trapnell e Paulhus, intitolato “Trolls just want to have fun” in riferimento alla celebre “Girls Just Want to Have Fun” di Cyndi Lauper, ha risolto in maniera interessante il problema del reclutamento partecipanti: se Hardaker ha studiato delle conversazioni, questi ricercatori hanno usato proprio dei questionari.

Ai partecipanti è stato chiesto di compilare dei questionari riguardanti la propria personalità e sulle proprie abitudini e preferenze nelle CMC come quelle su Facebook, Twitter e i forum, tra le quali anche attività attinenti al trolling. I questionari riguardanti la personalità comprendevano tetrade oscura e i classici Big Five.

La tetrade oscura (altro nome che trovo molto fiabesco) comprende i tratti di Machiavellismo, narcisismo, sadismo e psicopatia, cioè quelli più detestabili e pericolosi secondo il senso comune, da qui l’aggettivo ‘oscura’. I Big Five sono invece: estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva e apertura mentale.

Da notare che il questionario non è inteso per la diagnosi del disturbo antisociale di personalità, infatti non ha valore clinico.

Dai risultati emerge un’interessante associazione positiva tra l’abitudine e la preferenza nel trollare altri utenti con la tetrade oscura, una correlazione positiva con l’estroversione e una negativa con l’amicalità.

Tuttavia il narcisismo non sembra predire piacere nel trollare altri utenti, al contrario del sadismo, che ne è il predittore più importante. Il 5,6% dei partecipanti ha indicato il trolling come attività preferita – un numero considerevole.

Detto in altri termini questi utenti tendono a interagire spesso con altre persone, ma tendono a non comportarsi altruisticamente, gentilmente, amichevolmente e socievolmente con loro, anche mettendo in atto comportamenti completamente opposti.

Inoltre, questi utenti tendono a essere manipolatori (Machiavellismo) e a provare piacere nell’infliggere sofferenza agli altri, nella fattispecie trollandoli, inducendo stress emotivo (attraverso il linguaggio verbale o anche immagini) e manipolandone le emozioni.

In un altro studio, March e colleghi hanno confermato questi risultati, aggiungendo che non ci sono differenze di genere significative, almeno per l’attività di trolling perpetrata sui siti di appuntamenti. Infatti, alcuni utenti si fingono membri del sesso opposto e trollano la concorrenza per eliminarla dalla piattaforma.

Non si può dire che manchino d’ingegno… e sembrano confermare il detto che in amore tutto è lecito. Anche il trolling.

Il sonno della tolleranza genera troll

Trovo splendido lo studio condotto da J. Cheng e altri ricercatori delle università di Stanford e Cornell: invece di raccogliere CMC preesistenti, questi ricercatori hanno organizzato una conversazione online tra utenti il cui umore e comportamento sono stati monitorati prima dell’inizio.

Con la scusa di testare un nuovo algoritmo per i commenti, agli utenti è stato chiesto di partecipare con uno pseudonimo generato automaticamente a una discussione online riguardante le animate elezioni americane del 2016 – un argomento che i ricercatori sapevano avrebbe generato accese discussioni.

I risultati mostrano che il cattivo umore aumentava le probabilità che un utente avesse un comportamento da troll dell’89%, mentre l’esposizione ad altri post ‘trollanti’ aumentava le probabilità di fare un post negativo del 68%.

C’è da dire che la natura dei post che si possono leggere nell’articolo è offensiva e provocatoria, ma non particolarmente manipolatoria, come nel caso dei troll serial. Ciononostante, questi risultati suggeriscono che tutti occasionalmente possono comportarsi da troll, se si verificano le condizioni (in)opportune.

Il trolling come strategia comunicativa e il trolling rituale

Ciononostante, la provocazione intenzionale di una reazione negativa (più o meno intensa) può avere una funzione che va al di là del piacere provato dal troll nel farlo: attira l’attenzione dell’interlocutore, un modo (quasi) sicuro per farsi ascoltare.

In quest’ottica il trolling come stile di comunicazione assume una funzione meta-comunicativa e rituale, perché gli interlocutori sono consapevoli che l’intento della comunicazione va oltre la  provocazione fine a sé: attirare l’attenzione, ostentazione di sicurezza, rendere tagliente un’argomentazione seria, intimidire l’altro o esprimerne il proprio modello mentale.

In un contesto come le CMC sui social, dove ogni contenuto pubblico ha un audience, un numero di riceventi potenzialmente infinito, alzare il volume della voce non è un’opzione, mentre alzare il tono di una discussione è efficace -con le sue nefaste conseguenze-, se l’intento è puramente il ricevere attenzione.

Quattro tipi di trolling, non-trolling e relative tipologie comportamentali. Madelyn R. Sanfilippo, Pnina Fichman & Shengnan Yang (2017) Multidimensionality of online trolling behaviors. The Information Society.

Troll: il contagio e come evitarlo

Come abbiamo visto, il trolling è un comportamento predetto sia da tratti della personalità, dalle intenzioni e da fattori situazionali, come l’umore e il contesto di un’interazione. Non appare collegato con diagnosi cliniche di disturbo antisociale di personalità o altre diagnosi.

Anzi, sembra che qualsiasi persona possa agire in maniera detestabile se sufficientemente motivata, di cattivo umore e trovandosi di fronte a interazioni trollanti da parte di altri utenti.

Ciò suggerisce che una costante esposizione a contenuti simili non sia affatto benefica, che anzi possa mantenere un umore aggressivo e suscettibile e un ciclo di
trolling->contesto negativo->pessimo umore->trolling.

Questo vale soprattutto per le persone che hanno il compito di mediare e moderare le conversazioni di decine o centinaia di utenti che più o meno consapevolmente rovinano la buona convivenza sul web, alimentando un circolo vizioso di interazioni distruttive.

Le persone incaricate di eliminare i contenuti più indesiderabili da una comunità online spesso lasciano il lavoro dopo alcuni mesi a causa dello stress causato dall’esposizione quotidiana a contenuti disturbanti dovuti al trolling, come fotografie rivoltanti postate come provocazioe dai troll o linguaggio estremamente volgare e pesante.

La soluzione nota più efficace è quella dello ‘smettere di dar da mangiare al troll’, cioè non dargvi corda, bloccando l’utente. Inoltre è consigliabile astenersi dal leggere sezioni commenti pesantemente invase da troll occasionali e seriali.

 

Per approfondire

Claire Hardaker sul come si è appassionata allo studio del trolling: https://www.youtube.com/watch?v=Qo6MTwuoMHQ

Buckels, E. E., Trapnel, P. D., & Paulhus, D. L. (2014). Trolls just want to have fun. http://www2.psych.ubc.ca/~dpaulhus/research/DARK_TRIAD/ARTICLES/PAID.2014.with.Buckels-Trapnell.pdf

Cheng, J., Bernstein, M., Danescu-Nicolescu-Mizil, C., & Leskovec, J. (2017). Anyone Can Become a Troll: Causes of Trolling Behavior in Online Discussions. https://files.clr3.com/papers/2017_anyone.pdf

Hardaker, C. (2013). “Uh….not to be nitpicky,,,,,but..the past tense of drag is dragged, not drug” An overview of Trolling strategies. https://clok.uclan.ac.uk/4980/2/

March, E., Grieve, R., Marrington, J., & Jonason, P. K. (2017). Trolling on Tinder® (and other dating apps): Examining the role of the Dark Tetrad and impulsivity. https://www.researchgate.net/publication/313223549_Trolling_on_TinderR_and_other_dating_apps_Examining_the_role_of_the_Dark_Tetrad_and_impulsivity

Sanfilippo, M. R.; Fichman, P. Yang, S. (2017) Multidimensionality of online trolling behaviors.                https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/01972243.2017.1391911

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteComplessità e Psicoterapia – La terapia familiare e la Scuola di Milano
Davide Mansi
Studente di Psicologia alla University of East London. Milanese nel cuore, prima di approdare a Londra ho passato un anno girando l’Australia e New York vivendo diverse realtà, finendo per innamorarmi della vita da backpacker e di Sydney. Oltre a macinare dati per ricerche scientifiche in università, i miei principali interessi in psicologia riguardano la comunicazione interpersonale e intrapersonale, la teoria della mente, le meccaniche delle relazioni sociali e lo studio di tecniche per abilitare e riabilitare in questi ambiti. Sul versante professionale intendo usare la psicologia per migliorare la vita delle persone e non metto limiti ai settori che possono beneficiare del supporto di uno psicologo e di una buona dose di creatività. Contatti: davide.mansi94@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?