Quasi tutti sanno di cosa si parla quando si parla di ipocondria: specialmente chi di voi o dei vostri amici e conoscenti è solito al primo formicolio strano del braccio sinistro andare su Google e cercare “sintomi infarto”, o in seguito all’emicrania del dopo sbronza digitare “tumore cervello sintomi” si sarà sentito dare dell’ipocondriaco almeno una volta.

Al di là dell’ilarità che certe preoccupazioni possono suscitare dall’esterno, non dobbiamo però dimenticarci di quanto possa essere emotivamente straziante e talvolta anche economicamente gravoso sostenere milioni di controlli di routine, specialistici, esami strumentali e, ogni volta, non sentire mai placata un’angoscia verso la funzionalità del proprio corpo che non sembra trovare pace.

Come sempre accade nei fenomeni psichici, la differenza fra il sano e il patologico è labile, e la psichiatria la risolve pragmaticamente istituendo dei criteri che segnano concretamente il passo fra la preoccupazione saltuaria, passeggera o ben riposta e la preoccupazione eccesiva nei confronti delle malattie. Questa linea di demarcazione, che indica la presenza di un franco disturbo da ansia di malattia di competenza psichiatrica è definita dalla compresenza di alcuni sintomi specifici (DSM-5):

  • Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.
  • I sintomi somatici non sono presenti o, se presenti, sono di lieve intensità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla, la preoccupazione risulta eccessiva o sproporzionata.
  • È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e un alto livello di allarme su questi temi.
  • L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (come controllare di continuo il proprio corpo alla ricerca di segni di malattia) o presenta un evitamento che potrebbe danneggiare la sua vita quotidiana (evita visite mediche e ospedali).
  • La preoccupazione per la malattia è presente da almeno 6 mesi, anche se la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di questo lasso di tempo.

La comparsa di preoccupazioni di questa severità dovrebbe costituire un campanello di allarme non solo per la persona in sé e per i suoi conoscenti, amici e familiari, ma anche per il medico di famiglia: molto spesso i medici di base sono subissati di fatto di richieste di accertamento il più delle volte mosse da preoccupazioni di natura ipocondriaca. La risposta più comune è di consegnare impegnative su impegnative, senza però considerare la natura psicogena delle preoccupazioni, in assenza di sintomi medici evidenti.

Questo atteggiamento da parte della medicina generale, oltre che ad impattare enormemente sulla spesa sanitaria nazionale, potrebbe finire per colludere con la preoccupazione del paziente che, invece che tranquillizzarsi, potrebbe andare in contro a quello che in gergo è definito doctor shopping, ovvero un lungo peregrinare di medico in medico in attesa di ricevere un responso soddisfacente, che in genere non arriva mai.

Perché in caso di ipocondria la medicina non sembra dare risposte soddisfacenti al paziente?

Perché molto probabilmente le origini della sofferenza del paziente sono remote, legate al funzionamento dell’apparato psichico nella sua complessità, e forse il fatto stesso di richiedere aiuto e di essere ascoltati nella propria sofferenza (più che ricevere risposte definitive) soddisfa un bisogno primario della persona di essere ascoltata, compresa, confortata nella sua fragilità, che in questi casi si sostanzia in un malessere fisico supposto.

La psicoanalisi, nell’opera di diversi autori, ha cercato di darsi una risposta sulla natura di questa fragilità e sui processi dinamici che portano il paziente ad avvitarsi su se stesso in questa preoccupazioni incentrata sul corpo.

Partiamo da un presupposto fondamentale: nella cultura occidentale il problema basilare relativamente al nostro modo di essere nel mondo e di rapportarci ad esso è quello della relazione mente-corpo.

Il corpo rappresenta, in termini generali, il nostro canale di accesso privilegiato sul mondo, sia in senso ricettivo, grazie alla portata straordinaria dei nostri organi di senso, sia in senso effettivo, grazie alla versatilità del nostro sistema articolatorio e muscolo-scheletrico, sia in senso comunicativo, grazie ai diversi percorsi espressivi con cui, grazie al nostro corpo, siamo in grado fin da piccolissimi di entrare in relazione con la realtà esterna.

La comunicazione è sempre comunicazione con un altro: il nostro corpo rappresenta in questo senso sia il mezzo che il fine di ogni nostra comunicazione. Di fatto poiché il corpo è mezzo della mia interazione con il mondo, esso è mio e continua ad esserlo nel tempo: il senso di appartenenza corporeo è un qualcosa che matura in maniera molto implicita nel tempo, e rappresenta un prerequisito fondativo dell’esistenza psichica (Gallese, 2007). Esisto (nel corpo) dunque sono!

D’altro canto, il corpo è anche fine delle mie interazioni con il mondo in quanto primo interlocutore: con il mio corpo intrattengo un dialogo che verte sui segnali che esso mi manda, sulle sensazioni che produce e sulle reazioni emotive che inscena, spesso al di fuori del controllo razionale.

Questo complesso sistema di comunicazioni necessita di un percorso di formazione, un processo evolutivo che, essendo di natura relazionale, non si può apprendere che con l’altro, all’interno delle relazioni significative, che danno senso e struttura ai complessi sistemi di significati che mettono in relazione la nostra mente con la realtà esterna.

Questo processo di significazione del corpo e dei suoi segnali viene definito mentalizzazione del corpo (Pietropolli Charmet, 2000), ad indicare come la persona, dall’infanzia all’età adulta, impari a dare un significato pensabile ai fenomeni che avvengono nell’area di transizione con il mondo esterno che il corpo rappresenta.

Potremmo dire che l’emergere di manifestazioni ipocondriache si colleghi a deficit di questo percorso di mentalizzazione del corpo, e ad una concretizzazione del mito cartesiano del dualismo mente-corpo, che finisce per oggettivare il corpo come una realtà a sé, priva di sinergia con la mente, quasi a voler rivendicare con assoluta fermezza l’indipendenza del proprio esistere dalla dimensione relazionale.

Perché accade questo?

Diversi Autori analitici a noi più contemporanei, prendendo le mosse dal solipsismo degli approcci freudiano e kleiniano, vedono nella relazione con la figura di attaccamento primaria il teatro entro cui possono verificarsi dei piccoli ma ripetuti traumi relazionali, che a poco a poco vanno ad ostacolare la definizione di un senso di sé sicuro e maturo.

Kohut (1971) associa le manifestazioni ipocondriache ai disturbi narcisistici, in cui cioè si assiste ad un eccessiva attenzione da parte della persona verso il proprio sé, legata ad una fragile autostima. In questa prospettiva, aver vissuto delle relazioni primarie in cui ci si è sentiti poco visti e apprezzati produrrebbe l’insorgenza di un vero e proprio scompenso nell’apparato psichico che prende le forme di una scissione della personalità: come se la mente vigile della persona fosse costantemente rivolta verso una parte della propria personalità che sente più vulnerabile, fragile, frammentata, e vi si rivolgesse in maniera preoccupata.

Questa preoccupazione assume il carattere di un vero e proprio rimuginio, ossia di un pensiero costante, che può sostanziarsi in una preoccupazione verso il corpo.

L’ipocondria rappresenterebbe allora per la persona un meccanismo mentale con cui cerca di comprendere che cosa sia successo al proprio Sé per divenire così fragile, frammentato. In altri termini, il bisogno di rassicurazioni sul proprio valore personale viene trasformato in una ricerca di rassicurazioni sulla propria esistenza e continuità fisica.

La psicoanalisi intersoggettiva (Stolorow, Atwood, 1992) ha ripreso questa formulazione inserendola nel più ampio contesto delle relazioni interpersonali, arrivando a suggerire come gli stessi traumi relazionali precoci suggeriti da Kohut, andando a ledere la fiducia che l’individuo può riporre nel mondo esterno e negli altri, farebbero sì che la persona tenti di sottrarsi all’inevitabile interdipendenza con l’ambiente concettualizzando il proprio corpo come un’entità isolata.

In assenza di riferimenti esterni e di un altro che aiuti il soggetto a comprendere i fenomeni che avvengono nel suo corpo, la sua mente, che naturalmente si impegna a costruirsi significati sulla base delle informazioni in suo possesso, appare disorientata, e finisce per leggere ogni segnale corporeo nei termini di un’alterazione della propria continuità fisica, un attacco alla propria esistenza.

Contestualmente, evitando il contatto con l’altro e il mondo esterno, il corpo diventa teatro di una serie di eventi psichici che non possono essere comunicati e che prendono la forma di rimuginazioni ossessive sul corpo, delle convinzioni assolutamente non negoziabili e non confutabili che da un lato servono alla persona per dare un senso oggettivo al proprio malessere e dall’altro sembrano aiutarla a prevenire il contatto con l’altro attraverso la genuina espressione delle proprie emozioni.

Seguendo questa chiave di lettura appaiono più comprensibili fenomeni come il doctor shopping, una ricerca costante di rassicurazione sulla propria esistenza mossa da un conflitto di base in ambito relazionale: ho bisogno di aiuto ma non so come altro chiedertelo, ho bisogno che mi ascolti ma non voglio una risposta, perché di te non posso fidarmi.

Il permanere del dubbio su di sé va a braccetto così con una difficoltà ad avere fiducia nell’altro.

Con queste persone sarebbe imprudente ridicolizzare le preoccupazioni di quella parte dell’Io china sulla propria fragilità, perché paradossalmente quello rappresenta l’unico spazio in cui la persona appare capace di pensare a sé.

Il setting terapeutico diventa così lo spazio ideale in cui comprendere il senso di questi movimenti relazionali: alleandosi con la parte “sana” dell’Io diventa infatti possibile per il terapeuta offrire dapprima uno spazio di rielaborazione delle esperienze del corpo, e, successivamente, una revisione e rivalutazione della rappresentazione dell’altro come di un oggetto opprimente e ostile e del mondo come di un luogo minaccioso.

 

Bibliografia

Gallese, V. (2007). Dai neuroni specchio alla consonanza intenzionale: meccanismi neurofisiologici dell’intersoggettività. Rivista di psicoanalisi53(1), 197-208.

Kohut H (1971). Narcisismo e analisi del Sé. Bollati Boringhieri, Torino 1976.

Paradiso, D. (2015). L’ipocondria dalla psicoanalisi classica alla prospettiva relazionale. Psichiatria e Psicoterapia34(4).

Pietropolli Charmet, G. (2000). Mentalizzazione del corpo. I nuovi adolescenti. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Stolorow RD, Atwood GE (1992). I contesti dell’essere: le basi intersoggettive della vita psichica. Bollati Boringhieri, Torino 1995

 

ADESSO COSA PENSI?