Joker è “Un’opera che non solo riscrive il confine tra cinecomic e cinema d’autore ma ipotizza come la violenza nasca da un cortocircuito sociale prima che interiore.” (Serena Nannelli)

Chi bene, chi male, ne parlan tutti.

C’è chi lo considera estremamente superficiale, e chi invece di una “rara profondità”. Joker sembra avere spaccato in due l’opinione pubblica, insinuando l’esistenza di diversi piani di lettura, ubiquitari, ma forse in questo caso più evidenti.

Personalmente, dopo averlo visto ho passato una giornata a cercare di capire le ragioni degli uni e le ragioni degli altri, rischiando di oscurare la mia sensazione personale e il pensiero che poteva derivarne.

Di seguito riporto quindi la mia personalissima impressione, non in qualità di critica di film, che decisamente non sono, ma più in qualità di essere umano che ha studiato le origini della sofferenza e che ci ha avuto (e ci ha tuttora) a che fare.

Joker è un film drammatico, che ha un duplice taglio: da un lato è volto ad esplorare la malattia psichiatrica, messa in relazione agli effetti di relazioni precoci gravemente disturbate sullo sviluppo, e dall’altro mette in scena una critica piuttosto esplicita del “sistema”, delle politiche non tutelanti, e di una società indifferente alla sofferenza e alla diversità.

Gotham City, 1981. In questa città sporca e preda di un malessere sociale vive Arthur Fleck (Joaquin Phoenix). Happy (così lo chiama la madre) è un uomo, sulla quarantina, con un grave disturbo psichiatrico, apparentemente caratterizzato da risate incontrollate e inopportune, che vive con la madre malata in un triste appartamento e che sogna di cimentarsi nella stand-up comedy.

La sua malattia lo porta a consultare periodicamente un’operatrice sociale, dalla quale però si sente non capito e da cui viene abbandonato in ragione di una carenza di fondi.

Malgrado la sua condizione, lavora come Clown negli ospedali e nelle strade, per “portare un sorriso”, finendo però con l’essere ripetutamente vittima di bullismo, picchiato da giovani gruppi che lo deridono per la sua stranezza ed eccentricità.

Ogni sera torna a casa dalla mamma, a cui fa il bagno e con cui si sdraia sul letto a guardare un programma TV nel quale sogna di poter fare un giorno un’apparizione. Così si rifugia nella simbiosi materna, in cui lui è Happy, sempre felice, e in cui regnano allucinazioni ambientate in un mondo gentile e in cui lui può danzare trionfante.

Joaquin Phoenix, nei panni del protagonista, è semplicemente commovente. La sua corporeità e le sue movenze si fanno teatro di uno strazio interiore e permettono di percepire, quasi in maniera primitiva, la sua solitudine affamata e disperata.

È un film, Joker, che rattrista per la sua drammaticità e spietata realtà, Happy, che nella vita non ha avuto altro che pensieri tristi, trova sollievo nell’idea che la sua morte abbia più senso della sua vita, e si sente finalmente visto e considerato solo nel momento in cui compie per la prima volta, in un tentativo di esasperata difesa, un atto di violenza.

Comincia così a coinvolgerci in uno stato allucinatorio in cui Happy sviluppa, come ultimo baluardo, un superpotere, grazie al quale niente più potrà ferirlo, e in cui convoglia tutte le sue energie.

Inizia a muoversi in un turbine di violenza frutto della sua sofferenza e alimentata da un contesto sociale spietato e ottuso, tratteggiato in maniera stereotipata e banalizzata, ma pur sempre tristemente vera: esistono i non visti. Esistono le persone dimenticate e tenute lontano a causa della loro miseria, psichica, economica o fisica che sia.

Joker è un uomo che attraverso la malattia psichica crea una realtà alternativa che gli permette di sfuggire, in parte e purtroppo solo a tratti, da ferite lancinanti che lo hanno segnato senza rimedio.

In fondo cos’è la follia se non una difesa da un estremo dolore?

Anche per noi spettatori il confine tra realtà e finzione è estremante labile. Se alcune scene sono evidentemente frutto della sua fantasia, su altre allo spettatore rimarrà un dubbio difficilmente decifrabile.

In questo senso, Joker ha perfettamente ragione quando dice “non capiresti”.

Non capiremmo, non possiamo capire ed è con un brivido che per qualche secondo ho accolto un barlume di identificazione con una realtà che in fondo non ho mai conosciuto.

Consigliatissimo, fosse anche solo per la scena del ballo sulle scale (unica nel suo genere), ma soprattutto perché mi piacerebbe sapere voi cosa ne avete pensato.

 

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Olivia Spinola
Sono una psicologa abilitata a Roma, specializzata sull’infanzia e sul supporto alla genitorialità. Ho svolto i miei studi universitari nel Regno Unito, all’Università di Reading, e poi a Milano, all’Università degli studi Bicocca. Tra la laurea triennale e la magistrale sono stata sei mesi a fare una ricerca in India, per indagare le dinamiche di contagio emotivo tramite la voce, e poi a lavorare in un centro diurno per ragazzi a rischio di devianza, a Firenze. Parallelamente al corso in Bicocca, ho seguito un Master online per imparare a utilizzare un approccio Trauma-Informato alla comprensione, valutazione e trattamento del bambino traumatizzato: il Neurosequential Model of Therapeutics, di Bruce Perry. Lavoro nel campo della tutela dei minori e del supporto alla genitorialità (in particolare nella fascia 0-3 anni del bambino). Sono affascinata dalla teoria psicoanalitica, che trovo essere una romantica metafora del funzionamento psichico, e allo stesso tempo dalla ricerca, che ritengo essere fondamentale per svolgere un lavoro costantemente aggiornato. Contatti: olivia.spinola@gmail.com

1 COMMENTO

  1. Ero combattuto, di solito boicotto i cult movie annunciati.
    Ma dopo averLa letta penso proprio che presto lo guarderò.
    Bellissima recensione

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