“Perché interi popoli o comunque migliaia, centinaia di migliaia di persone possano rendersi responsabili di massacri e poi tornare alla loro normalità?” 

Questa è la domanda che si pone Isabella Merzagora, professore ordinario di Criminologia all’Università degli Studi di Milano e presidente della “Società italiana di criminologia”, all’inizio del suo nuovo libro, “La normalità del male. La criminologia dei pochi, la criminalità dei molti”, edito Raffaello Cortina Editore.

Qui il link alla scheda del libro: http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/isabella-merzagora/la-normalita-del-male-9788832850871-2961.html

L’autrice ricerca le risposte passando in rassegna secoli di storia caratterizzati da brutali massacri di massa, durante i quali centinaia di persone si sono sentite legittimate ad ucciderne altrettante.

La Shoah è sicuramente l’atto più estremo e agghiacciante mai commesso nella storia dell’umanità, la “macchia del secolo”.

Ed è proprio analizzando il nazismo e le sue conseguenze, passando in rassegna anche le testimonianze scaturite in quarantacinque anni di processi (primo fra tutti il processo di Norimberga) che l’autrice tenta di comprendere come sia potuto accadere che migliaia di “persone dalla vita normale, che la mattina si alzano, fanno colazione, baciano i loro bambini, portano a spasso il bassottino, vanno a lavorare, poi, da un momento all’altro, si dilettino nello sterminio dei loro simili, o colludano con chi li stermina”.

Naturalmente, il tutto non è da ricondursi soltanto ad un unico fattore, poiché cause sociali e cause personali si intrecciano.

Come diceva Steiner, la principale determinante del comportamento umano è la struttura sociale, e la popolazione tedesca della Germania degli anni Trenta era profondamente insoddisfatta, a seguito della disfatta nel primo conflitto mondiale.

Sembra infatti che “per aderire, uccidere e andare a morire bisogna partire da condizioni psico-sociali particolari”, caratterizzate da instabilità, insicurezza sociale, difficoltà e impoverimento.

Hitler seppe infatti incanalare le lamentele del popolo tedesco verso l’odio per gli ebrei. Quello che successe successivamente, dalla sterilizzazione fino ad arrivare al genocidio, fu atroce. Vi furono migliaia di morti.

Ad oggi sembra storia passata, lontana anni luce da noi (nonostante sia accaduto nel cuore dell’Occidente e siano passati poco più di settant’anni dall’accaduto…). Eppure, le odierne condizioni del nostro Bel Paese non sembrano così differenti rispetto alla Germania degli anni Trenta.

Leggendo il testo il lettore stesso è portato non solo a riflettere sulla preoccupante situazione attuale della società in cui vive, ma anche su sé stesso, poiché, naturalmente, la società è composta da ogni singolo individuo e perché “Non si possono dare garanzie del proprio coraggio se non ci si è mai trovati in pericolo” (François de La Rochefoucauld).

Analizzando i processi risulta purtroppo che né la cultura né la salute mentale mettono al riparo dal pregiudizio contro gli “Altri”.

Potremmo facilmente pensare allora che coloro che aderirono al programma nazista furono obbligati a obbedire ad un’autorità, ed è così che molti si giustificarono. Purtroppo, però in nessun processo si è potuto dimostrare che essi dovessero obbedire per forza.

A tal proposito, l’autrice riporta due famosi esperimenti condotti negli anni Sessanta con il fine di studiare l’obbedienza all’autorità.

Il primo è quello di Milgram, il quale reclutò dei soggetti attraverso un annuncio e li divise in due gruppi, assegnando loro, con un sorteggio truccato, i ruoli di “allievo” e di “insegnante”.

L’insegnante (soggetto ignaro) doveva infliggere all’allievo una scossa elettrica ogni volta che sbagliava a rispondere ad una domanda. Gli allievi erano in realtà dei complici dello sperimentatore, pertanto non soffrivano davvero. La maggior parte degli insegnanti, però, ignari di ciò, non esitarono ad infliggere le punizioni.

Questo esperimento è particolarmente interessante perché tenta di dimostrare che gente “normale” può in ogni momento rendersi complice dell’annientamento di un suo simile, in particolar modo se messa davanti ad una “coscienza sostitutiva”, che nel caso specifico era l’autorevolezza di un ricercatore universitario, in altre condizioni può essere l’autorità militare, politica, Hitler…

Il secondo esperimento citato nel libro è quello di Zimbardo, che assegnò, agli studenti che accettarono di parteciparvi, i ruoli di guardie e prigionieri all’interno di un carcere simulato.

Durante l’esperimento le guardie diventarono sempre più arroganti, sadiche e violente, mentre i prigionieri sempre più passivi, rassegnati e impauriti. Da ciò Zimbardo concluse che, in base a fattori situazionali, anche senza propensione iniziale all’aggressività, persone comuni possono assumere atteggiamenti violenti.

Nonostante ciò, le persone che aderirono all’ideologia nazista e che contribuirono allo sterminio sembravano caratterizzate anche da altri fattori, tra i quali conformismo, deresponsabilizzazione, mancanza di empatia (non sapersi identificare nell’altro) e assenza di ideali.

Infatti, “le condizioni storiche, sociali, economiche servono maggiormente a spiegare l’avvento di un sistema politico piuttosto che il perché le persone si comportino in modi crudeli”.

Risulta che, a causa del mutamento culturale e all’insicurezza, soprattutto economica, la violenza e la discriminazione stiano aumentando in maniera preoccupante un po’ in tutto il mondo. Infatti, “alcune anche attuali prese di posizione circa la minacciosità degli stranieri sfiorano il delirio paranoico tanto quanto la “giudeofobia” di Hitler”.

Questo è allarmante poiché “quando gli altri sono visti come diversi da noi, cominciano i guai. Il “noi” e “loro” diventa pericoloso quando si traduce in “superiori” e “inferiori”, in “migliori” e “peggiori”, e non per quello che si fa ma per quello che si è.”

Pertanto, l’autrice guida qui il lettore a porsi un’ultima, inquietante domanda: “La storia potrebbe vacillare di nuovo”? 

Per cercare di rispondere, dedica l’ultima parte del testo ad un’analisi dettagliata dei principali fatti di cronaca avvenuti negli ultimi anni in Italia, studiandone l’’opinione pubblica attraverso l’osservazione di post, visualizzazioni e commenti sui principali Social Network (Facebook, Twitter e YouTube).

Risulta che la maggior parte degli utenti in questi post abbia colto l’occasione per fare critiche politiche ed esprimere preoccupazioni in merito alla sicurezza, denunciando smarrimento, disagio e incertezza.

In conclusione, è un libro complesso e al tempo stesso affascinante. Ricco di dettagli storici e ricerche sul tema, permette al lettore di porsi profonde domande esistenziali legate all’attuale società in cui viviamo.

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Alessia Sebastianelli
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con 110 e lode. Ho svolto la mia tesi di laurea magistrale presso una “Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza” (R.E.M.S.), all’interno della quale ho analizzato il primo colloquio clinico-forense. Nel 2015 ho svolto un tirocinio, e successivamente una collaborazione, presso una Struttura Residenziale Terapeutico-Riabilitativa, entrando per la priva volta in contatto con pazienti affetti da patologie psichiatriche. Nel 2017 ho intrapreso un’esperienza di formazione presso il “Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura” (SPDC) dell’“Azienda Ospedaliera Sant'Andrea” di Roma. Attualmente lavoro in ambito educativo, con la funzione di aiuto e sostegno a bambini con disturbi del neurosviluppo. Contatti: alessia1292@gmail.com

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