Quante parole abbiamo per descrivere le nostre emozioni?

Fortunatamente tante: se è vero che le lingue si specializzano, costruendo le parole che servono a descrivere la realtà che viviamo, capiamo come mai il loro numero sia così alto.

Siamo infatti in relazione costante con noi stessi, sentiamo cosa ci accade, i cambiamenti a cui andiamo incontro mentre ci muoviamo nel mondo, mentre andiamo incontro alle nostre sfide, mentre intessiamo o rompiamo relazioni, mentre ci immergiamo nella vita.

Probabilmente così deve essere, perché se è vero che la lingua descrive, ogni descrizione costruisce realtà (Lakoff e Johnson, 1980; Salvini e Bottini, 2011).

E così possiamo sentirci vuoti perché ci manca qualcosa, tristi perché qualcosa che avevamo ci è sfuggito di mano, preoccupati perché il futuro è incerto oppure annoiati perché è fin troppo certo.

E così ci conosciamo, mentre ci raccontiamo a noi stessi, mentre narriamo quella storia, l’unica in cui abbiamo il privilegio di essere autori ma anche attori protagonisti (Bruner, 1992); come ogni trama, però, è bene che sia ben scritta, ricca di sfumature, perché come ha detto Aldous Huxley “L’esperienza non è ciò che ci succede ma ciò che facciamo con ciò che ci succede”.

In questo, la psicologia deve avere qualcosa a che fare con l’arte, che da sempre esprime l’umano in tutte le sue forme, arricchendolo in tutta la sua straordinaria ordinarietà, l’eccezionalità del normale.

Deve essere questa constatazione che ha spinto Umberto Galimberti a sostenere che le storie, la letteratura, i miti costruiscono e arricchiscono il lessico emozionale della persona, che impara a vivere sé stesso e a vedere gli altri assieme alle parole che ogni cultura ha costruito per farlo.

Al contrario, si assiste ultimamente ad un depauperamento del gergo emotivo delle persone. E possiamo anche dire che la psicopatologia, con la sua affannosa rincorsa allo scientismo delle altre discipline mediche, ha costruito un manuale, il DSM, che sempre di più pretende di descrivere l’umano tramite l’uso di pochi, semplici termini; rendendo, in questo, un pessimo servizio.

La sua socializzazione e diffusione tramite i media (più o meno “social”) ha livellato le parole che usiamo per dire come siamo (e come stiamo) su poche direttrici: impaurito, preoccupato, agitato, intimorito, terrorizzato sono sempre uguali ad ansioso, mentre triste, addolorato, indebolito, angosciato sono sempre sinonimo di depresso.

La pretesa di oggettività ha ristretto il focus fino a farci diventare ciechi.

E come stupirci di fronte alle supposte “epidemie” di depressione o attacchi di panico quando una ragazza, in piena crisi adolescenziale, dichiara di aver avuto un “attacco di panico” dopo uno scontro con la madre, chiaramente incapace di vedere, assecondare e guidare il suo sviluppo?

O quando una giovane donna mi dichiara di sentirsi “depressa” da quando un paio di settimane prima ha perso la madre alla quale era legatissima, per una lunga e dolorosa malattia?

E non si tratta, si badi bene, del semplice cortocircuito dei rituali tradizionali di superamento del lutto, qui siamo di fronte ad un fallimento culturale di una società che non sa come chiamarsi e ricorre all’ambito che promette di farlo meglio degli altri (una certa “scienza”), squalificando tutto ciò che c’è stato prima come “superstizione” o “intrattenimento”.

E non è forse il caso di dichiarare a gran voce che sta a noi psicologi e psicoterapeuti, che con le persone interagiamo giorno dopo giorno, le stesse persone che sono nostro strumento di lavoro (non le sostanze chimiche dei farmaci, troppo spesso somministrate dopo colloqui di una decina di minuti), non sta a noi dicevo, dichiarare la nostra (almeno parziale) estraneità a tutto questo?

Non sta forse a noi dichiarare che, per quanto straordinaria sia la formula E=mc2, forse per narrare l’umano abbiamo bisogno di qualcosa di più?

Qual è l’alternativa? Recuperare una narrazione, una storia di noi stessi, in cui siamo al contempo attori e narratori; una storia in cui abbiamo il privilegio, l’onere/onore di ricoprire entrambi i ruoli, dato che, come ha detto Sartre, siamo tutti “condannati ad essere liberi”.

Ma questo significa ribellarsi a discorsi dominanti basati sull’assunto non provato che qualcun altro possa sapere meglio di noi cosa sentiamo e cosa viviamo (Drewery, 2005). Si tratta di sottrarsi ad un discorso in cui si confonde l’umano con il medico/patologico, imposto in una relazione in cui il potere non è distribuito simmetricamente (“la scienza dice che…”, vedi Barker, 2003).

E per la psicologia? Per la psicoterapia?

L’alternativa potrebbe essere utilizzare comunicazioni basate sull’idea di servizio, piuttosto che di imposizione di una disciplina.

Il servizio dell’utilità a raggiungere uno scopo, a risolvere un problema, a permettere al paziente il recupero di una autonomia, piuttosto che spingerlo a cederla, a fornire strumenti, piuttosto che riflessione sugli errori passati, a raggiungere l’obiettivo stesso di ogni intervento sanitario, che è quello di diventare superfluo, il prima possibile (Watzlawick e Nardone, 1997).

E la diagnosi?

La diagnosi diviene, in questo modo, un processo di costruzione congiunta di una realtà: una diagnosi operativa, che già dipinge, come sua naturale conseguenza, gli interventi necessari per modificarla.

I passi per il cambiamento sono frutto della scoperta di entrambe le persone che partecipano al dialogo (il terapeuta ed il paziente; vedi Nardone e Salvini, 2004); si assiste quindi ad una radicale diminuzione dei processi in cui il primo, in virtù della sua autorità, impone al secondo una realtà in cui solo certi linguaggi potranno essere espressi (Barker, 2003).

Un processo in cui si lavora insieme; l’alleanza con il paziente.

 

Riferimenti bibliografici

Barker, P. (2003). The Tidal Model: Psychiatric colonization, recovery and the paradigm shift in mental health care. International Journal of Mental Health Nursing12(2), 96-102.

Bruner, J. (1992). La ricerca del significato: per una psicologia culturale. Milano: Bollati Boringhieri.

Drewery, W. (2005). Why we should watch what we say: Position calls, everyday speech and the production of relational subjectivity. Theory & Psychology15(3), 305-324.

Frances, A. (2013). Primo, non curare chi è normale. Milano: Bollati Boringhieri.

Lakoff, G., & Johnson, M. (1980). Metaphors we live by. University of Chicago press.

Nardone, G., Salvini, A. (2004). Il dialogo strategico. Firenze: Ponte alle Grazie.

Salvini, A., Bottini, R. (2011). Il nostro inquilino segreto. Psicologia e Psicoterapia della coscienza. Firenze: Ponte alle Grazie.

Sampson, E. E. (1993). Identity politics: Challenges to psychology’s understanding. American Psychologist48(12), 1219.

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Giacomo Crivellaro
Psicologo Psicoterapeuta, collaboro come Psicoterapeuta ufficiale e ricercatore con il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Ho approfondito il trattamento dello stress post-traumatico con la metodologia Traumatic Incident Reduction (T. I. R.) e l’utilizzo dei Metodi Attivi presso la Scuola Italiana di Playback Theater. Membro del comitato scientifico dell’associazione Sentire le Voci, opero come libero professionista negli studi di Firenze e Parma. Lettore curioso e scrittore appassionatamente dilettante, sono alla ricerca di modi sempre nuovi per comunicare e costruire relazioni e cambiamento. Contatti: info@giacomocrivellaro.it

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