Tutti sappiamo che cosa sia il teatro, giusto? Quando pensiamo al teatro ci vengono in mente il palco, gli attori, le luci, il copione e così via. C’è però una forma di teatro che non prevede l’uso del copione ed è l’improvvisazione teatrale.

L’improvvisazione teatrale mi è particolarmente cara perché la pratico da due anni e mi piace così tanto che ogni anno cambio i miei giorni preferiti della settimana sulla base di quando c’è lezione. Probabilmente in questo momento starete pensando “sì, ok, ci fa piacere e quindi?”. E quindi è da tanto che durante le lezioni penso che quello che facciamo si potrebbe usare per fare interventi di ogni tipo e con ogni intento a livello psico-sociale.

Non è proprio la scoperta del secolo, perché cercando sugli appositi database si può vedere come effettivamente questa cosa sia stata fatta. Hanno usato l’improvvisazione per migliorare il benessere, stimolare il pensiero laterale, ridurre l’ansia e così via.

Insomma: l’improvvisazione ha delle caratteristiche tali per cui possiede un enorme potenziale per il mondo della psicologia e siccome ha un potenziale per il mondo della psicologia, se siete qui, potrebbe essere un vostro oggetto di interesse.

“Venghino quindi, signori e signore, venghino” sedetevi comodi che inizio a raccontarvi che cosa sia l’improvvisazione (se già non lo sapete). In base alla definizione accademica di improvvisazione “il processo e il prodotto della creatività avvengono simultaneamente” (Lewis e Lovatt, 2013) ed è proprio quello che accade con l’improvvisazione teatrale: il prodotto del processo creativo viene mostrato al pubblico mentre sta ancora nascendo.

Gli attori non hanno nessun copione, quindi salgono sul palco e chiedono suggerimenti al pubblico ad esempio “datemi un luogo, un oggetto di uso quotidiano o il titolo di un film”, una volta raccolti i suggerimenti ritenuti necessari gli improvvisatori entrano in scena e regalano al pubblico una storia che loro stessi non conoscono; non l’hanno mai provata ma hanno costantemente esercitato le competenze necessarie alla sua costruzione attraverso vari giochi.

I giochi, che a lezione fanno sempre parte del riscaldamento, sono già un mondo a sé. Vengono pensati e proposti per esercitare competenze come la capacità di ascoltare, di prendersi cura dell’altro e accogliere con gioia gli errori.

Uno di quelli che mi piace di più a tal proposito è “una papera due zampe”. Provo a descriverlo brevemente: ci si divide in due gruppi, ciascuno dei quali si dispone a cerchio. Dopo di che nel primo gruppo ogni persona dice una parola e insieme si forma la frase “una papera due zampe, quac, due papere quattro zampe quac” e si procede fino a che non si sbaglia; l’altro gruppo, invece, sempre nella modalità ‘una parola a persona’ deve dire “una zanzara otto zampe pat, due zanzare sedici zampe pat”. Quando qualcuno sbaglia deve alzare le mani in alto, gridare “ancora” e correre nell’altro gruppo, il quale non si deve fermare. Pertanto, se quando la persona che ha commesso l’errore arriva è il suo turno, deve dire la prima parola che gli viene in mente e se sbaglia (come è normale che sia), deve gridare di nuovo “ancora” alzare le braccia in aria e correre nell’altro gruppo.

Spero che si capisca come funziona la dinamica, per iscritto purtroppo non rende l’idea di quanto sia divertente, soprattutto perché ad un certo punto la stanza si riempie di persone con le braccia alzate che corrono di qua e di là.

La cosa più bella è che ci si sente stupidi, ma davvero davvero stupidi e si ride, si ride tantissimo. Questo esercizio, anch’esso stupido, è molto utile per coloro che sono afflitti dalla paura di sbagliare.

L’errore in questo caso è il fine stesso del gioco, che senza sarebbe una noia mortale: l’errore paradossalmente sarebbe quello di non commettere errori. Un esercizio del genere per chi è molto rigido potrebbe già essere in qualche modo liberatorio.

Essendo che io con gli sbagli sono molto in confidenza e ce la intendiamo alla grande da che sono nata, per me questo esercizio non è stato particolarmente difficile. Uno che mi ha messo più in difficoltà e grazie a cui ho iniziato a percepire un cambiamento in me è quello degli abbracci.

Con questo esercizio si cammina in giro per la stanza (si zattera se vogliamo usare un termine tecnico) e quando l’insegnante dice stop si abbraccia la persona a cui siamo fisicamente più vicini e la si tiene abbracciata finché l’insegnante non dice che si può ripartire. Ovviamente non è un esercizio obbligatorio da fare, nessun esercizio lo è.

Io con gli abbracci non ho una grande confidenza, anzi… avete presente quando ti avvicini a qualcuno per dargli un formale finto-bacio sulla guancia, ma quello ti abbraccia e tu rimani immobile con lo sguardo confuso e disorientato di un gatto che abbia sentito suonare il citofono soltanto per la centesima volta nella sua vita? Ecco. Quella ero io.

Partendo da questo presupposto mai e poi mai avrei potuto pensare di trovarmi dall’altra parte della barricata, ossia braccare e abbracciare dei poveri sprovveduti che si erano avvicinati solo per un formale finto-bacio sulla guancia, ma invece mi è capitato e per coerenza ho fatto comunque la faccia del gatto che sente il campanello, perché mi ero confusa e disorientata da sola.

Penso che molti di noi che facciamo improvvisazione abbiano avuto modo di sperimentare questi piccoli e inaspettati cambiamenti nel proprio approccio all’altro e agli eventi ed è molto bello, ma soprattutto molto interessante perché si può vedere come anche al di fuori di un contesto clinico o volutamente tale sia possibile creare delle esperienze che modificano il nostro comportamento, smussano le nostre rigidità e ci aprono tante piccole porte, attraverso cui possiamo raggiungere risultati inaspettati e fare nuove esperienze del mondo, a loro volta in grado di modificarci.

Poi, diciamocelo, la sola idea di giocare è utile. Viviamo in un mondo serio, dove il gioco viene svalutato e relegato a qualcosa per bambini, invece forse da adulti giocare sarebbe ancora più necessario.

Con il gioco si sperimentano emozioni positive, si gode della compagnia degli altri e si imparano cose nuove. Per quanto riguarda i bambini questa cosa ci è perfettamente chiara, perché non dovrebbe valere anche per noi?

Dopo tale quesito esistenziale che Amleto levati, direi che per restare in tema possiamo tornare al teatro, in questo caso sempre all’improvvisazione, ma spostandoci dai giochi che vengono fatti come riscaldamento alle tecniche/princìpi che gli improvvisatori usano per orientare il proprio comportamento sul palco.

Ci sono tecniche, funzionali alla buona riuscita di uno spettacolo, che possono avere un valore anche dal punto di vista psicologico per chi le sperimenta.

Una delle prime cose che ci hanno insegnato è “dire sempre di sì” o altrimenti detta “accettare le proposte del compagno”. Se il vostro compagno entra in scena e vi dice di aver incontrato vostra sorella al mercato non dovete rispondergli “ma io sono figlio unico”, perché se il vostro compagno ha deciso che avete una sorella, allora il vostro personaggio ha una sorella.

Questa cosa è particolarmente importante per la buona riuscita della scena, uno dei motivi è che si sta creando insieme un setting che non deve costantemente essere smontato. L’aspetto fondamentale e importante per la psicologia, però, è che seguendo questa regola si sviluppa verso il compagno un’attitudine positiva, ci si affida a lui e si parte dal presupposto che se ha avuto un’idea e l’ha proposta, allora deve essere un’idea su cui vale la pena lavorare.

Secondo Bermant (2013) questo aspetto si avvicinerebbe al concetto di “accettazione incondizionatamente positiva” di Rogers, secondo cui il terapeuta dovrebbe accettare i vissuti del cliente e valorizzarlo per ciò che è.

Accettare non significa approvare o condividere incondizionatamente, ci sono contesti in cui farlo sarebbe fortemente deleterio o in cui se il terapeuta lo facesse non risulterebbe autentico. L’autenticità è un’altra caratteristica tanto importante sia per la psicologia centrata sul cliente, sia per l’improvvisazione, pertanto accettare significa lasciare l’altro libero di sperimentare emozioni, pensieri e opinioni.

Nel caso dell’improvvisazione può voler dire, per esempio, che se il nostro compagno si presenta in scena dicendo che qualcosa di frivolo, dal nostro punto di vista, per il suo personaggio è importante, allora dobbiamo accettare che quella cosa sia importante per il suo personaggio e che il “problema” che quel dato personaggio pone è un problema con un valore, che potrebbe anche diventare il motore della storia.

In questo caso, per non rischiare di non essere autentici, l’atteggiamento di chi fa da spalla a questo personaggio potrebbe essere quello del “non sono d’accordo con te, ma capisco la rilevanza che questa cosa ha per te, quindi ti aiuterò” (questo però è solo uno dei milioni di ipotetici modi in cui si potrebbe procedere).

Tale principio, quindi, per Bermant permetterebbe a chi pratica l’improvvisazione di sperimentare sulla propria pelle cosa significhi ricevere questa accettazione incondizionatamente positiva e allo stesso tempo gli darebbe modo di capire come fornirla ad altri.

Un altro principio che viene messo in atto nelle scene a due è “restare sulla relazione”, che può essere tradotto in: parliamo di noi, non parliamo di altri. Una cosa che facciamo comunemente, in scena, come nella vita reale, è parlare di terze persone anziché di noi stessi e della relazione che abbiamo con la persona con cui stiamo interagendo.

In qualche modo ci viene più naturale farlo e non è necessariamente un male, ma tal volta il pericolo è quello di lasciare un non detto che può essere logorante per il rapporto oppure, in termini più positivi, non inserire costantemente un terzo nelle conversazioni può rendere il rapporto tra due persone più intimo e magari migliorarlo.

Allenarsi a fare questa cosa in scena, quando la posta in gioco è minore perché non stiamo parlando di noi stessi, potrebbe essere un buon allenamento per capire come muoversi nel mondo reale per iniziare a comunicare senza per forza chiamare in causa terze persone.

L’ultimo principio di cui voglio raccontarvi in questo contesto è direttamente collegato ad uno dei giochi di cui abbiamo parlato prima e cioè: non esistono errori, o meglio, gli errori esistono, ma possono essere presi e reintegrati nella trama usando un po’ di fantasia.

Per parlarvi di questo principio mi permetterò di raccontare uno sketch messo in atto dai miei compagni durante un’esercitazione: uno di loro stava impersonando un fruttivendolo ed aveva mimato il gesto di appoggiare per terra una cassa di frutta, l’altro non accorgendosene l’ha calpestata.

A questo punto il mio compagno che ha appoggiato la cassa di frutta per terra aveva due possibilità: la prima era ignorare l’accaduto e fare finta di nulla, ma se lo avesse fatto il pubblico se ne sarebbe accorto; la seconda era farglielo notare ed iniziare una discussione.

I due hanno discusso un po’, fino a che non è entrato in scena un terzo compagno che ha detto di volere comprare la frutta calpestata, come quella che si faceva al suo Paese di origine. Gli altri due a questo punto hanno deciso di intraprendere insieme un’attività commerciale vendendo frutta schiacciata con le scarpe.

In questo caso l’errore, ma sarebbe meglio parlare di imprevisto, è stato la spinta propulsiva per mandare avanti la storia. Abituarsi a gestire in scena situazioni di questo tipo potrebbe essere d’aiuto alle persone per gestire gli imprevisti nella vita reale in maniera più propositiva, perché, sempre a seconda della situazione, sarebbe possibile non vederli subito come una minaccia, ma come un cambiamento nel contesto a cui è possibile adattarsi e che potrebbe potenzialmente anche diventare una risorsa.

Ci sono insomma tanti aspetti dell’improvvisazione che, se inseriti in un progetto con obiettivi mirati e proposti con finalità adeguate, potenzialmente potrebbero stimolare specifiche aree del comportamento, cognitive ecc. fornendo uno spazio per la creazione di esperienze di cambiamento. La bellezza dell’improvvisazione, però, è che anche in assenza di un setting clinico possa avere dei benefici e stimolare dei cambiamenti.

Una ricerca che ho trovato in merito riguarda l’utilizzo dell’improvvisazione con un gruppo di pensionati (Morse et al 2018). In questo caso l’improvvisazione o gli esercizi di improvvisazione non erano inseriti all’interno di nessun progetto, i partecipanti hanno semplicemente preso parte ad un corso e poi ne sono stati studiati i benefici percepiti per la propria salute psicologica.

Rispetto a prima di iniziare il corso i partecipanti hanno detto, tra le varie cose, di sentirsi più positivi, più spontanei e di aver individuato dei cambiamenti concreti nel proprio comportamento come la riduzione dell’inibizione sociale e una maggiore capacità di risolvere i problemi.

Particolarmente rilevante per questo specifico target è la riduzione dei sentimenti di isolamento tramite l’esperienza positiva di fiducia, intimità e accettazione, che sono fondamentali in un gruppo di improvvisazione e che, secondo gli Autori, potrebbe averli motivati a cercare altre esperienze simili anche al di là del gruppo di teatro.

In questo articolo, quindi, ho fatto un po’ lo sporco lavoro di prendere singole tecniche ed esercizi, sviscerarli e mostrarne l’utilità; anche al di fuori di un setting clinico o progettuale e senza nessuna esplicita finalità di cambiamento, però, un’attività come questa è capace di fare la differenza a giudizio delle persone stesse che la praticano e non solo per questa o quell’altra capacità che viene allenata, ma per l’esperienza in sé.

 

Bibliografia

Bermant, G. (2013). Working with (out) a net: improvisational theater and enhanced well-being. Frontiers in psychology, 4, 929.

Lewis, C. and Lovatt, P. (2013). Breaking away from set patterns of thinking: Improvisation and divergent thinking. Think. Skills Creat. 9,46–58.

Morse, L. A., Xiong, L., Ramirez-Zohfeld, V., Anne, S., Barish, B., & Lindquist, L. A. (2018). Humor doesn’t retire: improvisation as a health-promoting intervention for older adults. Archives of gerontology and geriatrics, 75, 1-5.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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