Lo scrittore Paul Valéry (1871 –1945) affermava che “quel che c’è di più profondo nell’uomo è la pelle”. Si possono dare diverse interpretazioni di questa frase.

Innanzitutto si può pensare all’importanza esercitata dall’esperienza immediata, che vive nel qui ed ora: di ciò che non è ragionato, che non passa attraverso artifici o costruzioni, ma che si imprime direttamente sui nostri corpi a nostra insaputa. L’esperienza cioè non necessariamente conscia, di cui si può avere consapevolezza solo a posteriori, a partire dalle sue conseguenze.

Propongo invece, per adesso, di prendere questa frase alla lettera: non c’è niente di più profondo nell’uomo della sua pelle. Effettivamente la pelle occupa una posizione particolare nel corpo: essa è la superficie più esterna, più estrema, della carne dell’individuo.

Il punto in cui il sé corporeo finisce per permettere al non-sé di incominciare. In quanto tale, essa è elemento di definizione, di distinzione, ma anche il luogo privilegiato di interazione con il mondo esterno. In quanto membrana, la pelle è in continua tensione fra l’interno e l’esterno: dialoga con entrambi senza potersi esaurire in nessuno di essi.

È per questo motivo che attraverso i secoli in diverse culture, la manipolazione della pelle ha avuto un ruolo cardine nei rituali sociali, come manifestazione visibile di riti di passaggio o iniziazione, come mezzo di definizione identitaria, come canale di comunicazione verso l’esterno.

Basti pensare al ruolo che i tatuaggi e le scarificazioni hanno sempre avuto nelle popolazioni aborigene di Europa, Asia ed Africa, per segnalare il ruolo degli individui all’interno della collettività, quale una determinata appartenenza tribale o uno status di guerriero.

Allo stesso modo, in alcune culture i tatuaggi hanno avuto, o ancora hanno, il compito di sancire il passaggio da una fase di vita all’altra – come la nascita, il matrimonio, l’avvento della morte – testimoniando così un mutamento nello status sociale dell’individuo all’interno della cultura di appartenenza.

Anche nell’antica Roma, all’epoca di Tacito, i tatuaggi venivano usati spesso dai guerrieri non solo allo scopo di spaventare i nemici ma anche e soprattutto come segno distintivo di rango sociale.

In ogni caso, in tutti gli esempi qui riportati il marchio sulla pelle è in stretta connessione con il senso di identità che viene costruito all’interno del contesto sociale. Emblematico da questo punto di vista è l’esempio del moko kauae, il tradizionale tatuaggio Maori femminile che ancora oggi in alcune parti della Nuova Guinea le donne Maori si fanno incidere sul mento.

Secondo la tradizione, infatti, il moko kauae sarebbe una manifestazione fisica della vera essenza –moko appunto – che ogni donna porta con sé vicino al cuore. Quando il moko è pronto ad emergere, compito del tatuatore sarebbe semplicemente quello di portarlo in superficie rendendolo così visibile, cioè di esplicare all’esterno un pezzo di identità intima, interiore.

Il gesto di tatuare quindi, quanto meno nelle sue origini, ha svolto spesso il ruolo di rito sociale condiviso e, come tutti i riti, costituiva un evento visibile, pubblico ed irreversibile. La stretta connessione fra tatuaggio e costruzione di un’identità sociale è ancora più evidente se si considera l’origine delle parole tattoo e tabù.

Entrambi i termini, di radice polinesiana, sono stati importati per la prima volta in Occidente dal capitano Cook a seguito dei suoi viaggi esplorativi nel territorio, ed entrambi i termini hanno una forte connessione con l’immagine del marchio.

La parola tabù infatti significa letteralmente “marchiato con un segno” ad indicare tutte quelle immagini, simboli o fenomeni speciali, ai quali all’interno di una specifica cultura è dato un particolare significato di sacralità, sia religiosa che profana, o di pericolosità.

In altri termini, i tabù indicherebbero i confini all’interno dei quali i rituali sociali possono avere luogo, marchiando il campo di esistenza delle possibilità di azione ed interazione.

In questo contesto, è possibile affermare che il tatuaggio sia stato usato in diverse culture come uno strumento per sancire ed esplicare questo campo di esistenza in maniera visibile, cioè per rendere il marchio simbolico delle leggi sociali marchio reale sulla pelle.

A partire dalla fine dell’800 ad oggi, il tatuaggio in Occidente ha cambiato di molto il suo valore: dall’essere stigma di delinquenza – così come era stato inquadrato dall’antropologo criminale Lombroso – all’essere simbolo di trasgressione, per poi tornare ad essere costume sociale se non addirittura moda.

Oggi infatti il tatuaggio è diffuso trasversalmente, non è più limitato a certe categorie di individui, e non segue più prescrizioni rituali socialmente condivise ed associate a significati predeterminati.

È giusto dunque chiedersi quale sia il significato oggi associato al tatuaggio e se ancora ci sia una componente simbolica ad animarlo.

Da questo punto di vista è interessante notare come la diffusione attuale dei tatuaggi sia andata di pari passo con la disgregazione dei costumi e dei rituali sociali.

Il che suona quantomeno contradditorio, se non addirittura paradossale, rispetto quanto detto in precedenza, ovvero rispetto ad una definizione del tatuaggio come espressione di un rituale sociale, suggerendo così un ribaltamento rispetto al passato.

D’altronde è possibile affermare che, pur avendo perso il suo carattere sociale, l’atto di tatuarsi abbia mantenuto un ruolo nell’operazione di costruzione identitaria soggettiva. Se le modalità e le tempistiche non hanno più un carattere ritualistico condiviso, e se i soggetti tatuati non appartengono più a gruppi sociali definiti, marchiare la pelle continua però ad avere un significato che supera quello di puro ornamento e che si ricollega invece ai meccanismi di definizione del sè.

In generale, si può dire che tatuarsi sia passato dall’essere un rito sociale all’essere un rito soggettivo; dall’essere un ausilio nella costruzione di una identità intessuta in un contesto comunitario, all’essere un mezzo per definire un’identità soggettiva come elemento monadico e distaccato dal sociale.

Questa de-socializzazione del rituale del tatuaggio emula e segue dunque il più generale indebolimento del simbolico, dei valori condivisi, della tradizione, che la nostra società sta esprimendo.

Allo stesso tempo, si può dire che il tatuaggio in molti casi abbia svolto un ruolo di compensazione all’interno del nuovo assetto sociale. In assenza di dettami sociali condivisi che forniscano linee guida nella costruzione della propria identità, il soggetto è infatti chiamato a svolgere uno sforzo in più nel definirsi e nel trovare punti saldi cui ancorarsi.

L’utilizzo dei tatuaggi risponde allora proprio a questa logica: al tentativo di creare nel reale del corpo quei limiti, quelle regole, quei punti di riferimento di cui si avvertirebbe altrimenti la mancanza in un contesto sociale che vede la disgregazione delle linee guida del passato.

Il significato dell’uso postmoderno del tatuaggio al di là del suo valore estetico è messo in luce in maniera paradigmatica nella performance artistica Body of Reverbs (B.o.R.) di Servadio in collaborazione con Brunello e Boiter, che negli ultimi anni hanno portato la loro visione del tattoo in giro per l’Europa.

B.o.R mette in scena un valore ritualistico esasperato del tatuaggio cancellandone quasi completamente il valore estetico. In primo piano vi sono un tatuatore ed una persona sdraiata che si presta ad essere tatuata.

Il rumore della macchina per tatuare viene catturato ed elaborato dal vivo da un artista del suono attraverso l’uso di sintetizzatori ed effetti sonori. La particolarità della performance è che nel suono, come sulla pelle, nulla è predefinito: la traccia sonora che si sviluppa nell’aria è il risultato del qui ed ora.

Il tatuatore ed il musicista infatti si influenzano a vicenda avanzando in un loop progressivo di gesti e suoni, che determina di conseguenza il disegno che rimarrà inciso sulla pelle della persona tatuata.

Il corpo diventa una cassa armonica che apre il dialogo tra gli artisti per includere l’intero pubblico. Il delicato equilibrio che sostiene la relazione fra i tre attori protagonisti riempie la stanza riverberando con la stessa frequenza in tutte le orecchie e in tutti gli occhi.

L’immagine del tatuaggio viene decostruita in un’astrazione di linee, punti e geometrie, che sono il risultato dell’accidente, della singolarità della persona tatuata, dell’unicità dell’incontro fra gli attori del rituale.

Ecco che allora l’immagine tatuata ed il simbolismo legato al disegno passano da un piano sociale condiviso ad uno più intimo ed individuale. Un ribaltamento della natura del rituale, per cui non si parte più da un costume universale che viene calato sulla singolarità di un corpo, ma al contrario si parte dalla singolarità degli attori per eleggerli allo statuto di universalità.

In ogni caso, sancire un marchio irreversibile e visibile sulla pelle continua ad avere un valore ritualistico, sociale od individuale che sia, che si esaurisce nel gesto stesso di tatuarsi, di incidere qualcosa di indelebile nella carne.

 

References

Castellani, A. (2014). Storia sociale dei tatuaggi. Donzelli Editore. Roma.

Castellani, A. (1995). Estetiche dei ribelli per la pelle. Storia e cultura dei tatuaggi. Costa & Nolan. Genova.

www.bodyofreverbs.com

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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