Prima riflessione: l’arte.

Possiamo pensare che l’arte sia indissolubilmente connessa alla psicologia: che possa essere letta come il frutto di un’analisi della società in cui si vive e del modo in cui le persone si rapportano alla società stessa.

Seconda riflessione: l’epoca in cui siamo.

Pare innegabile che la vita scorra sempre più veloce; il mondo ci offre così tanto da confonderci e annebbiarci la mente; le emozioni vengono sempre più trascurate.

Marina Abramovic è un’artista serba naturalizzata statunitense. Attualmente a Palazzo Strozzi, a Firenze, stanno tenendo una mostra in suo onore.

Lei stessa si definisce “la nonna della performance art”, parlando della sua arte dice: “quando un artista presenta il proprio lavoro, offre un’immagine allo specchio nella quale anche il pubblico può riflettersi, può ritrovarsi”.

La Abramovic è diventata famosa mettendo in atto delle vere e proprie performance durante le quali, spesso, usava il suo corpo come strumento. L’obiettivo è sempre stato quello di puntare all’emotività dello spettatore, che diventa parte integrante dell’opera stessa.

Una delle performance più famose risale al 1974 e si intitola “Rhytm 0”.

In quell’occasione l’artista poneva su un tavolo 76 oggetti di cui alcuni di “piacere” tra cui una rosa, una scarpa, un cappotto; altri di “dolore” tra cui una pistola con un proiettile, una lametta, un martello; un foglio con la scritta “sono un oggetto, puoi usare su di me tutto ciò che si trova sul tavolo; mi prendo tutta la responsabilità, puoi anche uccidermi”.

Era rimasta lì, immobile, per le successive 6 ore.

Dopo un iniziale momento di tranquillità, alcuni iniziarono a tagliarle la pelle con una lametta, picchiarla, spogliarla, puntarle la pistola contro.

Scaduto il tempo, l’artista iniziò a camminare, visibilmente sconvolta, tra le stesse persone che poco prima l’avevano maltrattata e ora non avevano il coraggio di guardarla negli occhi.

Appare evidente, a mio parere, quanto questa performance sia ricca di temi psicologici da approfondire. In particolare, mi riporta alla memoria l’esperimento di Zimbardo e l’effetto Lucifero.

Molti altri sono stati i lavori di questa sorprendente artista, tutti molto interessanti e colmi di significati.

Vorrei soffermarmi, però, su “The artist is present”, performance risalente al 2010. La Abramovic, in quell’occasione, dispose in una stanza del museo “MOMA” di New York due sedie, poste una di fronte all’altra. Su una era seduta l’artista e sull’altra, a turno, poteva sedersi chiunque lo volesse per guardarla negli occhi e abbandonarsi a una comunicazione non verbale, senza filtri.

Marina racconta che quando propose questa idea al curatore del MOMA, lui le rispose: “questa è New York, nessuno ha il tempo di sedersi di fronte a te”.

L’artista insistette e alla fine lo spettacolo fu messo comunque in scena: le persone aspettavano per ore il loro turno, poi si sedevano e restavano in silenzio. Questa condizione faceva sì che fossero totalmente a nudo, osservati dal pubblico, dall’Abramovic, dalle telecamere; senza nessun filtro, “nessuna via di fuga, se non in loro stessi”, dice l’artista.

Le reazioni furono sorprendenti: moltissime persone erano disposte ad aspettare ore intere pur di sedersi e poter guardare l’artista negli occhi; molti piangevano. La Abramovic è stata seduta su quella sedia per tre mesi e molte persone, provenienti da tutto il mondo, si sono sedute di fronte a lei. “Ho percepito tanto dolore e tanta sofferenza”, dichiarerà poi e si dirà profondamente cambiata dopo questa esperienza.

In seguito, l’artista ha sentito il dovere morale di aiutare le persone a ritrovare loro stessi, a riprendersi la loro vita: da qui nasce il metodo Abramovic”.

Ha creato una struttura all’interno della quale l’arte viene usata come terapia. Il pubblico, guidato e motivato dall’artista, è invitato a vivere e sperimentare le sue “installazioni interattive”.

Come prima cosa, viene chiesto ai visitatori di indossare un camice: in questo modo il loro ruolo di “spettatore” si tramuta nel ruolo di “sperimentatore”. Vengono, poi, invitati ad abbandonare all’entrata qualsiasi oggetto elettronico; l’Abramovic, infatti, sostiene che il problema non sia la tecnologia ma il nostro approccio ad essa.

Le opere con cui il pubblico può interagire, rimanendo in piedi, seduto o sdraiato, sono realizzate con minerali e legno. L’esperienza è fatta di buio e luce, assenza e presenza, percezioni spazio-temporali alterate. La performance consiste nell’entrare nel mondo del silenzio, lontani dai rumori, rimanere soli con se stessi e allontanarsi per poche ore, sei precisamente, dalla realtà. Anche Lady Gaga ha partecipato a questa iniziativa, postando un video della performance.

Si tratta di un percorso che ha come obiettivo quello di condurre, chi lo percorre, alla semplicità. Una delle attività consiste, per esempio, nel contare il riso. Quando l’artista parla al TED di questo aspetto tutti ridono, ma lei insiste e si sofferma sull’importanza di sperimentare la rabbia, dovuta alla difficoltà che si incontra in un’azione così semplice, e poi la gioia di avercela fatta.

Parla dell’importanza di educarci alla sconfitta e al fallimento. Un’altra delle attività, come già detto, consiste nel camminare: “nella mia camminata sulla Grande Muraglia (la performance The Lovers, 1988) capii che camminare su terreni diversi induceva nella mia mente stati diversi”.

Soltanto arrivati al termine di queste sei ore il visitatore, secondo l’Abramovic, è nuovamente in grado di guardare le cose nella loro essenza, ora si ha di nuovo la capacità di godersi un’opera d’arte, di ascoltare veramente la musica, di riappropriarsi di se stessi.

“Questo è un istituto per restituire il tempo”, dice.

È evidente che l’artista stia riprendendo dei concetti consolidati in psicologia, in particolare ci riporta al concetto di “qui e ora” ma lo affronta in maniera nuova, proponendo nuovi spunti di riflessione anche per noi psicologi.

È qui che stiamo andando? Le persone hanno davvero bisogno di essere rieducate in maniera così potente? Davvero guardarci negli occhi ci fa così paura? È da qui che la psicologia deve reinventarsi?

Questi e molti altri interrogativi mi assalgono e, al momento, reputo più importante condividere con voi questi dubbi, piuttosto che cercare risposte.

Forse dovremmo iniziare a metterci più spesso in crisi…  

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

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