Si sente spesso dire dei benefici della musica: ascoltarla e eseguirla fa bene all’animo umano, stimola la creatività, competenze e tecnica, è un mezzo di espressione e comunicazione, può avere finalità terapeutiche e può addirittura modificare la connettività cerebrale e i meccanismi neurali.

Mi è capitato di leggere dei dubbi di alcuni genitori proprio riguardo la musica: “Mio figlio è dislessico, può fare musica?” oppure “Mia figlia è dislessica, non riesce a leggere il pentagramma. È normale?”. La risposta alla prima domanda è “Certo che sì!”. La risposta alla seconda è: “Sì, se si usa una didattica standard”.

Ho letto diverse testimonianze di mamme che riportano le difficoltà dei figli nel fare musica, di non riuscire a stare al passo con i compagni e ho letto diversi timori riguardo a ciò come se, oltre alla difficoltà di lettura, ci potesse essere “anche questa”.

Ma se ci pensiamo di fatto la musica ha un suo linguaggio. Quell’insieme di simboli posti sul pentagramma corrispondono a un significato, così come un segno grafico (una lettera) ha un certo significato.

Le difficoltà di un ragazzino/a dislessico/a nella lettura di parole si possono avere anche nella lettura del pentagramma. Questo fatto è forse sconosciuto ai più e comporta il rischio di pensare di non essere portati in tale attività che non sembra avere a che fare con la dislessia. E invece le due cose sono più collegate di quanto si pensi!

Ma questo non è un problema, infatti ci sono metodi e didattiche apposite per l’insegnamento della musica in presenza di dislessia. “Le differenze con la lettura del linguaggio verbale sono evidenti e tuttavia le leggi che rendono più facile o più difficile l’acquisizione di un codice sembrano essere analoghe” come scrive Montanari, docente di musica e esperto di neuroscienze, musica e dislessia.

E ancora: “Le riflessioni sul modo di apprendere di un allievo dislessico non possono prescindere dalla consapevolezza che il suo sistema procedurale abbia una fragilità e un’esigenza di un tempo diverso da chi non ha questa caratteristica.

In altre parole: una fragilità di fondo c’è, ma è importante far sapere a questi musicisti in erba, che gli errori e le difficoltà sono il frutto della dislessia, di quella stessa dislessia che si presenta di fronte alle parole di un libro, così da evitare il pensiero “nemmeno questo so fare”.

Soluzioni e consigli pratici per l’insegnamento della musica a persone con dislessia esistono: ingrandire il pentagramma, utilizzare stringhe musicali di lunghezza diversa che facilitino il ritorno a capo, usare solo segni di notazione essenziali (senza segni accessori), utilizzare colori.  Queste sono alcune delle proposte per una didattica adeguata ai bisogni dell’alunno con DSA che voglia imparare a fare musica.

È importante usarli, oltre che per raggiungere un obiettivo didattico, anche per far crescere nei bambini la consapevolezza che con il metodo adeguato si può raggiungere un risultato.

Se così non fosse si rischia di incorrere in atteggiamenti di sconforto e abbandono come dice Montanari “Vuoti di memoria, l’impressione di non capire, di non ricordare, di fermarsi inspiegabilmente mentre si suona, di stancarsi, di fermarsi e in modo cronico, di non fare progressi soddisfacenti.

Quindi per rispondere ai numerosi dubbi che si possono leggere su blog e pagine in cui genitori di ragazzi e bambini dislessici si confrontano: non scoraggiarsi, musica e dislessia non si escludono a vicenda!

Inoltre sono diversi gli studi sperimentali da cui sono emersi gli effetti positivi dei training musicali su alcune abilità linguistiche, tra cui anche l’abilità di lettura.

Dato il grande potenziale che ha la musica vorrei concludere l’articolo ripotandovi un’interessante scoperta di uno studio effettuato su dei musicisti. La ricerca in questione ha dimostrato che il cervello dei musicisti, plasmato dall’esperienza di diversi anni, aveva un “qualcosa in più”.

Facciamo un passo indietro: la lettura delle parole implica l’attivazione di alcune aree specifiche, tra cui per esempio l’area della parola, la “visual word form area”, nell’emisfero sinistro. Ciò che è emerso dallo studio è che, durante la lettura, nel cervello dei musicisti queste aree si attivavano anche nell’emisfero destro, cosa che non avviene nei non musicisti.

Come è possibile? L’attivazione bilaterale del cervello dei musicisti è il risultato del training musicale precoce, che ha determinato una modifica dei meccanismi neurali di lettura. Il linguaggio musicale è infatti un linguaggio che si basa sull’analisi spaziale dei simboli per capirne il significato, competenza in cui primeggia l’emisfero destro.

Il risultato, in questi soggetti, è un meccanismo di lettura in parte comune per lettere e note. Pensate ora ai risvolti pratici di questi risultati! Secondo gli autori fare musica potrebbe essere utile per quei bambini a rischio dislessia in cui la visual word form area si attiva in modo atipico o insufficiente!

Questi risultati sono di notevole interesse per le ricerche e per nuovi studi sul possibile utilizzo della musica come strumento per la dislessia. Esistono già altri studi che, oltre a indagare le similitudini tra la musica e il linguaggio, hanno analizzato come la musica porti a modificazioni della plasticità cerebrale tale da poter andare a influenzare i meccanismi implicati nel linguaggio.

In questo articolo, sia chiaro, non stiamo proponendo soluzioni magiche e immediate, ma cerchiamo di trasmettere le informazioni riguardo potenziali strade alternative, con la speranza che la divulgazione serva a una maggior conoscenza e a implementare lo studio in questo campo.

Quello che si può auspicare è che l’interesse delle neuroscienze porti ad altri studi nel campo musicale, per porre le basi per una più chiara e innovativa comprensione riguardo l’uso della musica nell’ambito della dislessia e della riabilitazione.

Per i genitori, i parenti, i bambini e i ragazzi: prendere consapevolezza che anche se c’è la dislessia si può fare musica, serve solo un metodo adeguato alle esigenze specifiche!

Per insegnanti, docenti di musica e altri operatori del settore: maggiore divulgazione e maggiore consapevolezza su questo tema, che nel suo piccolo (se piccolo si può definire) potrebbe fare la differenza per un alunno, per le sue capacità linguistiche o forse “solamente” per la sua autostima, soddisfazione ed efficacia!

Visti i diversi benefici dimostrati del fare musica perché non provare? Semmai si avrà un violinista, pianista o clarinettista che gira per casa!

 

BIBLIOGRAFIA:

Flaugnacco, E., Lopez, L., Terribili, C., Montico, M., Zoia, S., & Schön, D. (2015). Music training increases phonological awareness and reading skills in developmental dyslexia: a randomized control trial. PloS one10(9), e0138715.

Habib, M., Lardy, C., Desiles, T., Commeiras, C., Chobert, J., & Besson, M. (2016). Music and dyslexia: a new musical training method to improve reading and related disorders. Frontiers in psychology7, 26.

Montanari, M. (2014). Dislessia Nota Per Nota. Milano, Italia: Rugginenti Editore.

Patel, A. D. (2003). Language, music, syntax and the brain. Nature neuroscience6(7), 674.

Patel, A. D. (2011). Why would musical training benefit the neural encoding of speech? The OPERA hypothesis. Frontiers in psychology2, 142.

Proverbio, A. M., Manfredi, M., Zani, A., & Adorni, R. (2013). Musical expertise affects neural bases of letter recognition. Neuropsychologia51(3), 538-549

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Irene Cazzaniga
Piacere, sono Irene! Mi sono laureata in psicologia clinica e neuropsicologia nel ciclo di vita presso l’università di Milano Bicocca. In passato ho fatto diverse esperienze nell’ambito dei minori, sia tramite un tirocinio presso una comunità mamma-bambino, sia tramite esperienze di volontariato. Attualmente sono una volontaria presso una cooperativa sociale che propone percorsi di ippoterapia per bambini e ragazzi. Amo i film, i libri e la fotografia e credo nel loro grande potere comunicativo. Attualmente sto svolgendo il tirocinio post lauream presso un reparto di neuroriabilitazione cognitiva, nel quale ho modo di fare esperienza del mondo dell’adulto, sia dal punto di vista del disagio psicologico che della riabilitazione neuropsicologica. La neuropsicologia in particolare è un’area che mi interessa a livello professionale. Contatti: irene.cazzaniga93@gmail.com

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