Che relazione c’è fra mente e cervello? In che modo l’attività neurale si traduce in attività mentale? Esiste veramente una mente come sostanza o entità slegata dal cervello? O più semplicemente la mente è l’epifenomeno di processi neurali e corporali che ne esauriscono la spiegazione? In ultima analisi, la mente che cos’è?

Attorno a queste domande si articola il libro “La neurofilosofia e la mente sana. Imparare dal cervello malato” di Georg Northoff tradotto e pubblicato da Raffaello Cortina, Milano all’inizio del 2019.

Si tratta di domande che hanno dietro di sè una vita molto lunga dato che hanno attraversato il pensiero umano fin dalla filosofia di Cartesio. Non è bastato però il tempo perché a queste domande si trovasse una risposta certa, che ne chiudesse il dibattito, il quale al contrario è ancora oggi più che mai vivo.

D’altronde, definire e descrivere l’esistenza o meno di una mente che trascende la corporalità ed il cervello coincide, bene o male, con il definire e descrivere cosa rende l’uomo umano… un’operazione non di poco conto!

Il lavoro di Northoff ruota attorno a queste domande aggiungendo all’elaborazione filosofica i contributi delle neuroscienze lungo una linea di pensiero che ricalca il percorso professionale dell’autore stesso, la cui formazione si è appunto snodata fra filosofia, neuroscienze ed infine psichiatria.

Oggi Northoff continua la sua ricerca multidisciplinare alla University of Ottawa Institute of Mental Health Research dove si trova a capo del dipartimento Mind, Brain Imaging and Neuroethics. Con eleganza e parole semplici, Northoff salta da un campo all’altro senza far percepire al lettore nessun senso di discontinuità e nessuna forzatura. Il testo è chiaro e facile da seguire anche per i non esperti del settore.

I temi toccati nel libro sono molteplici. Si parla di coscienza, di emozioni, di soggettività, di senso di sé e di identità: le diverse sfaccettature con cui la mente è stata definita nel tempo.

Northoff ci guida nella descrizione e nella interpretazione dei correlati neurali delle diverse dimensioni dell’essere che sottendono alla continuità del sé e del nostro essere noi stessi, come individui e come inter-soggettività nella relazione con l’altro. In questo modo Cartesio, Heidegger, Thompson, Nagel e altri filosofi prendono voce all’interno della ricerca neurobiologica.

Il punto di partenza di ogni ragionamento è l’analisi -come dice il titolo- del cervello malato: a partire dai casi clinici in cui la mente mostra delle deviazioni dalla norma, si può infatti arrivare a ricostruire per opposizione il cervello sano.

Educative da questo punto di vista sono tre condizioni cliniche in particolare: ovvero gli stati vegetativi, dove vi è una perdita di coscienza; la depressione, dove vi è un ritiro del sé ed un disinvestimento sull’ambiente esterno; e la schizofrenia, dove il mondo sembra frammentarsi e con esso anche il soggetto.

Un’attenzione inedita all’approccio filosofico classico del rapporto mente-cervello, viene posto sull’attività neurale nello stato di riposo, o attività intrinseca del cervello. Tale attività rappresenta infatti per Northoff ed il suo gruppo di ricerca il substrato o predisposizione neurale per lo stato di coscienza e per le sue diverse declinazioni nella psicopatologia.

Sarebbe infatti l’attività intrinseca del cervello, il suo stato di riposo, a consentire o impedire che gli stimoli ambientali o estrinseci vengano elaborati correttamente.

L’attività intrinseca del cervello rappresenta infatti una griglia spazio-temporale originaria all’interno della quale gli stimoli esterni vengono anch’essi codificati in termini spazio-temporali. In altri termini, l’attività intrinseca del cervello e la sua struttura spazio-temporale forniscono la forma e la struttura della coscienza.

Questo spostamento di accenti porta Northoff a sostituire la mente, come punto di partenza metodologico per la riflessione sul problema mente-cervello, con il cervello o meglio le sue caratteristiche intrinseche. “Non è necessaria alcuna mente per spiegare il reciproco equilibrio tra i diversi contenuti mentali.

Invece della mente, dobbiamo comprendere la struttura spaziale e temporale dell’attività dello stato di riposo” ed il modo con cui le sue alterazioni si manifestano nelle psicopatologie.

Le anomalie spaziali e temporali infatti incidono fortemente sulla risposta del cervello sia agli stimoli ambientali esterni, che a quelli interni provenienti dal corpo. Tali anomalie determinano dunque una diversa postura del soggetto: un diverso modo di stare nel mondo e di relazionarsi con gli altri. Le psicopatologie allora, come la depressione e la schizofrenia, possono essere concepite come un’alterazione dello stato di riposo del cervello.

Nel caso della depressione in particolare le neuroscienze hanno infatti osservato un’alterazione dell’equilibrio dello stato di riposo fra le aree neurali più mediali e quelle più laterali. Tale squilibrio si traduce in un eccessivo investimento sul proprio focus interno ed un contemporaneo disinvestimento sul focus esterno.

I pazienti depressi infatti mostrano un focus interno anormalmente forte, con costanti pensieri autoriferiti spesso di tipo ruminativo, e contemporaneamente si sentono sconnessi dall’ambiente esterno, che sembra perdere ogni colore.

All’interno di questo quadro, anche la schizofrenia viene ipotizzata essere un disturbo dello stato di riposo del cervello e delle sue strutture spaziali e temporali. La schizofrenia può infatti essere vista come una vera e propria rottura della relazione fra il cervello ed il mondo: i confini fra interno ed esterno si indeboliscono, il corpo si frammenta ed i pensieri prendono la consistenza di voci reali.

Northoff descrive dunque la schizofrenia ricorrendo a tre attori principale: il mondo, il cervello, e l’attività intrinseca di quest’ultimo, che medierebbe la relazione fra i primi due.

Anche in questo caso allora il concetto di mente diventa superfluo per l’autore, che sposta la sua attenzione dalla relazione mente-cervello a quella cervello-mondo.

D’altronde, il fatto di eliminare la mente dal proprio impianto teorico non significa affatto affermare che un sé, una forma di soggettività, non esista. Al contrario, alle filosofie che hanno definito il sé, la soggettività, come un’illusione e dunque un’entità inesistente, Northoff si oppone portando a sostegno delle proprie tesi altri dati neuroscientifici.

Studi di neuro-imaging hanno infatti dimostrato un’attivazione preferenziale di certe strutture corticali mediali (CMS) per stimoli autoriferiti (quali il proprio nome o la memoria autobiografica) rispetto a stimoli non autoriferiti. Questo porta l’autore ad individuare nelle CMS il luogo del sé o del soggetto.

D’altronde, tali regioni sono strettamente connesse ad altre aree cerebrali temporo-parientali che si attivano invece nelle relazioni sociali in quanto sede del ragionamento deduttivo e della comprensione altrui.

La conclusione è dunque che il sé debba esistere poiché negarlo comporterebbe negare l’esistenza di certe aree cerebrali la cui attivazione è specifica per stimoli riferiti alla propria storia personale, e che inoltre il sé abbia una natura intrinsecamente sociale, poiché le aree cerebrali che si attivano in riferimento al sé sono strettamente collegate ad altre aree indispensabili all’interazione con gl’altri.

Per quanto affascinante questa linea di pensiero, il problema filosofico sull’esistenza del sé rimane qui in realtà aperto: il fatto che un sé si manifesti nei comportamenti, così come nelle attivazioni neurali, non esclude la possibilità che il sé sia una costruzione illusoria che il soggetto stesso crea e che quindi non abbia densità ontologica.

In altri termini, i dati neuroscientifici non risolvono la distanza filosofica fra manifestazione ed esistenza del sé; tuttavia ne arricchiscono la descrizione attraverso sfaccettature nuove.

In ultima analisi, Northoff non permette di chiudere il dibattito sulla relazione fra mente e cervello, al contrario ne amplia la portata portando nuovi elementi che forse addirittura complicano il raggiungimento di una risposta. La mente, originario protagonista del dibattito, viene messa in panchina, ed al suo posto il protagonista diventa l’attività neurale dello stato di riposo del cervello.

Come egli stesso afferma:

“Il filosofo tradizionale a questo punto potrebbe essere perplesso, egli infatti desidera risposte al problema mente-cervello, per capire come l’esistenza metafisica e la realtà della mente siano collegate al cervello. Non fornisco tali risposte; propongo invece un’evasione della domanda che rende futile qualsiasi risposta o successiva soluzione mente-cervello”.

Paradossalmente credo che la lettura di questo libro non porti il lettore verso questa direzione bensì verso la soluzione diametralmente opposta. Le domande non sembrano sopirsi, la questione mente-cervello non sembra diventare futile e si oppone ad essere segregata in un cassetto; al contrario le domande si animano ancor più e al contempo sembrano moltiplicarsi.

Sebbene forse questo non fosse l’obiettivo che l’autore si era preposto, credo che questo ampliamento del discorso abbia una valenza fortemente positiva: un sapere non saturo che apre porte per successivi sviluppi.


Qui il link per la scheda dettagliata del libro.

 

Referenze

Northoff, G. (2019). La neurofilosofia e la mente sana. Imparare dal cervello malato. Cortina. Milano.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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