Nel mercato, normalmente, viene stimato quanto un prodotto sia rischioso per il consumatore, come nel caso del tabacco, il quale danneggia la salute e quindi contiene in sé un rischio intrinseco per chi ne fa uso. Abbiamo la tendenza ad utilizzare lo stesso modello anche quando pensiamo alla prostituzione: ci chiediamo quali rischi corrano i clienti, ci preoccupiamo per esempio delle malattie veneree o dei loro eventuali problemi relazionali.

Questo modello, però, potrebbe essere inadeguato o quantomeno gravemente incompleto nella fattispecie; è la persona prostituita, infatti, che corre il più grande rischio rispetto ai clienti e ai protettori/trafficanti, anche perché è lei stessa ad essere il prodotto (Farley, 2018).

Con questo articolo, pertanto, vorrei guardare insieme a voi il fenomeno da una prospettiva diversa. Vorrei che provassimo insieme ad entrare in empatia con le donne prostituite; ci sono anche uomini coinvolti nel mercato del sesso, ma siccome nella maggioranza dei casi si tratta di donne userò principalmente il femminile.

Non è un obiettivo facile da raggiungere, l’empatia è qualcosa di più della compartecipazione ai sentimenti dell’Altro; l’empatia richiede di stabilire la percezione di una relazione di somiglianza tra sé e l’Altro, in cui è importante il territorio dell’azione. Serve quindi lo sforzo enorme di immaginare noi stessi mentre facciamo quello che loro devono fare e serve anche, allo stesso tempo, ricordarci che noi non siamo loro.

Per cercare di percorrere questa strada, dico cercare perché non è detto che ce la faremo, oscilleremo tra le loro testimonianze, le loro parole e questioni più tecniche, relative alla ricerca.

Riporterò ora la citazione di un’attivista che ci restituisce un’immagine potente, in grado di farci entrare nei loro panni; mi rendo conto che per qualcuno potrebbe essere un trigger, quindi eventualmente saltate la parte in corsivo, anche se vi invito a fare un piccolo sforzo nel caso in cui non sappiate di essere “eccessivamente” sensibili all’argomento, ok?

La prostituzione non è un’idea. È la bocca, la vagina, il retto, penetrati solitamente da un pene, a volte mani, a volte da oggetti, prima da un uomo, poi da un altro e poi da un altro. Vi chiedo di pensare ai vostri corpi […] Vi chiedo di pensare concretamente al vostro corpo usato in quel modo. Quanto è sexy? È divertente? […] Voglio che sentiate i delicati tessuti del vostro corpo che vengono abusati. Voglio che percepiate come ci si sente quando accade ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e poi di nuovo: perché questo è ciò che è la prostituzione.” (Dworkin, 1993).

Immagino che per molti e molte di voi questo sforzo immaginativo che vi ha chiesto non sia stato un compito facile e se è stato già troppo mi dispiace. Non l’avrei riportato se non avessi pensato che fosse necessario per iniziare a rompere il muro che divide noi da loro.

Vi invito a fare un bel sospiro e vi prometto che farò in modo di non andare più così tanto oltre con le esplicite richieste di immaginare voi stessi al loro posto. Adesso voi state soltanto leggendo queste parole da un dispositivo elettronico e nessuno vi sta facendo queste cose, siete al sicuro, nei vostri panni.

Perché l’ho fatto? Perché come dice l’Autrice la prostituzione viene spesso percepita come un’idea, quando pensiamo alla prostituzione rimaniamo nel mondo dell’idee, nell’astrazione, invece per comprendere come mai possa essere rischiosa per il corpo e per la mente è importante riuscire a prendere quell’esperienza e incarnarla, perché è il corpo che viene usato, il corpo con tutti i suoi limiti e la sua sensibilità e il suo legame profondo con il nostro mondo interiore.

Un corpo che tutti abbiamo, che è il nostro primo legame di somiglianza con l’Altro, a prescindere dal nostro sesso, dalla nostra personalità, dalla nostra età, dalla nostra cultura; un corpo sensibile, limitato e connesso con la nostra mente.

Potete avvolgere questa esperienza corporea in una patina di glamour, oppure sovrapporre a queste immagini un filtro di biasimo, a seconda delle vostre idee, ma questo è ciò che rimane una volta tolto il contorno ed è anche ciò che rischiamo più spesso di dimenticare: penetrazioni, continue penetrazioni di ogni cavità del nostro corpo adatta a tale scopo.

Penetrazioni che con ogni probabilità non desideriamo da quella persona o con quella frequenza o in quel particolare momento, che saremmo forse tentati di interrompere soltanto perché non ne abbiamo voglia, ma non possiamo perché l’altro ci ha pagato ed ha pagato il proprio diritto ad usufruire del nostro corpo in base ai suoi desideri, non ai nostri, i nostri desideri non contano.

Vi riporto a tal proposito le parole di un cliente “quando c’è violenza, di solito è colpa della prostituta. Se compro qualcosa e sono soddisfatto di quello che ho comprato, perché dovrei essere violento? Sarò violento se verrò tradito, se mi verrà offerto un servizio scadente… a volte la violenza si verifica perché la prostituta vuole che il cliente usi il preservativo. Forzano il cliente ad usarlo. Lui, naturalmente, sarà insoddisfatto e ci saranno discussioni” (O’Connell-Davidson 2003, 58).

Vi sto chiedendo di fare questo duro lavoro perché le donne nella prostituzione sono viste come parti del corpo o false fidanzate, i cui sentimenti sono irrilevanti. Non sono considerate pienamente umane e come risultato, le donne prostituite vengono uccise con la più alta frequenza di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato (Farley, 2018).

Secondo uno studio canadese il tasso di donne uccise nella prostituzione sarebbe quaranta volte più alto rispetto a quello della popolazione generale (Special Committee on Pornography and Prostitution 1985).

È quindi importante l’empatia perché il primo rischio che corrono le persone prostituite è la deumanizzazione, dalla deumanizzazione altri rischi discendono a cascata; è importante anche perché la stessa oggettificazione, forse, ci spinge a considerare soltanto i bisogni e i rischi corsi dai clienti e non i loro.

Un altro elemento, a parte il corpo, in grado di farci entrare in empatia con le altre persone è la loro storia.

Tutti abbiamo una storia. Finché pensiamo alle donne prostituite soltanto come a donne che camminano lungo un marciapiede o rinchiuse in una vetrina, le lasciamo immobilizzate in un eterno presente; sono solo l’oggetto delle attenzioni di qualcuno, niente di più. Se ci rendiamo conto che hanno un passato, delle relazioni, ecco però che iniziano a diventare umane.

Non abbiamo la pretesa, qui, di conoscere la storia di ognuna di loro o di parlare per ognuna di loro, però diremo ciò che è comune, ciò che è frequente in base agli studi fatti a riguardo: in poche righe cercheremo di raccontare quella che è la storia di molte. Consiglio di leggere i loro libri o ascoltare le loro interviste (troverete consigli sotto la bibliografia). Qui faremo solo un accenno per connetterlo a qualche nozione psicologica.

Un comune precursore della prostituzione è l’abuso infantile.

Le sopravvissute stesse (così preferiscono chiamarsi coloro che sono sfuggite alla prostituzione) tendono a connettere l’esperienza dell’abuso fisico, sessuale ed emozionale nell’infanzia al loro successivo ingresso nella prostituzione. In uno studio il 70% delle donne adulte prostituite ha affermato che l’abuso sessuale infantile fosse responsabile per il loro ingresso nella prostituzione (Silbert and Pines 1981, 1983).

Questo elemento è così pervasivo che si potrebbe concepire l’abuso familiare come un campo di allenamento per la prostituzione; a tal proposito una donna ha detto “Ho iniziato a prostituirmi per mostrare a mio padre che cosa mi aveva fatto” (Silbert and Pines 1982, 488). Non sembra essere un caso, a questo punto, che l’età più comune per entrare nella prostituzione sia l’adolescenza, tra i 12 e i 14 anni (Boyer, 1993).

Un trauma di questo tipo non è l’unico elemento ricorrente nelle storie di coloro che si trovano nella prostituzione, tra gli altri ci sono la povertà e la mancanza di opportunità educative e occupazionali (Farley, 2018). Tutto un insieme di sistematici elementi che sommandosi aprono la porta di ingresso e rendono difficile andarsene; elementi concreti, elementi sociali, elementi psicologici, il modo in cui la nostra mente elabora queste informazioni e ci rende possibile mantenere un’immagine di noi stessi nel mondo.

Queste sono esperienze molto comuni e sarebbe potuto accadere noi, nessuno escluso e soprattutto nessuna esclusa. Non siamo al loro posto, però potremmo.

Alla prostituzione, alle condizioni di vita che implica, all’atto in sé, al passato che spesso la precede, sono associati una serie di sintomi come il disturbo post traumatico da stress, sintomi dissociativi, depressione, disturbi alimentari e abuso di sostanze (Farley, 2018).

Tali disturbi possono essere concepiti in due modi: come una conseguenza disadattiva del trauma o come delle strategie adattive in peculiari condizioni di vita. La dissociazione e l’abuso di sostanze tramite, in particolare, possono essere una fondamentale strategia di sopravvivenza all’interno della prostituzione.

Per sopportare una serie di rapporti non desiderati (da molte vissuti e descritti come degli stupri pagati), infatti, può essere necessario alienarsi dal proprio corpo, che significa essere lì, ma non essere lì davvero (Giobbe 1991). Questo meccanismo però rischia di perpetrarsi anche quando non è più adattivo, non è più necessario, nella vita di ogni giorno, specie se per ottenere questo distacco si fa uso di sostanze.

Le conseguenze emozionali della prostituzione sono le stesse in culture molte diverse, indipendentemente dall’alta o dalla bassa classe sociale, dal fatto che sia legale o illegale, che avvenga nei bordelli, negli strip club, nei centri massaggi o per strada (Farley, 2018). Questo può farci pensare che siano legate all’atto in sé e alla sua continua ripetizione piuttosto che alle condizioni esterne.

E adesso che sappiamo queste cose? Adesso che sappiamo queste cose, quando viene aperto un dibattito sulla prostituzione possiamo iniziare a formulare la nostra opinione pensando anche al benessere delle donne prostituite e non solo a quello dei clienti.

Adesso che sappiamo queste cose possiamo pensare a dei progetti che tutelino le donne prostituite e non solo i clienti. Un esempio è quello che fa la psicologa Iana Matei in Romania, la quale negli ultimi venti anni ha sottratto centinaia di giovani donne al traffico sessuale, ha fornito loro concrete opportunità di superare i propri traumi, dato loro l’opportunità di studiare e imparare un mestiere.

Questi programmi di sostegno per l’abbandono della prostituzione sono previsti per legge in quei Paesi in cui è applicato il modello nordico della prostituzione, come la Finlandia, ma, in assenza di leggi che forniscano questi servizi, è comunque possibile trovare il modo di fornirli.

Se vogliamo il benessere della popolazione, questa è una fetta di popolazione da non escludere, perché quello a cui ci viene più naturale pensare è solo un lato della medaglia.

 

Bibliografia:

Anderson, B., & Davidson, J. O. C. (2003). Is Trafficking in Human Beings Demand Driven? A Multi-Country Pilot Study. IOM Migration Research Series, 15, 7

Boyer, Debra, et al. (1993), Survival Sex in King County: Helping Women Out, Seattle: Seattle Women’s Commission

Dworkin, A. (1993). Prostitution and Male Supremacy. Mich. J. Gender & L., 1, 1

Farley, M. (2018). Risks of Prostitution: When the Person Is the Product. Journal of the Association for Consumer Research, 3(1), 97-108

Giobbe, Evelina (1991), “Prostitution, Buying the Right to Rape,” in Rape and Sexual Assault III: A Research Handbook, ed. Ann Wolbert Burgess, New York: Garland

Silbert, Mimi H., and Ayala M. Pines (1981), “Sexual Child Abuse as an Antecedent to Prostitution,” Child Abuse and Neglect, 5, 407–11

Silbert, Mimi H., and Ayala M. Pines (1983), “Early Sexual Exploitation as an Influence in Prostitution,” Social Work, 28, 285–89

Silbert, Mimi H., Ayala M. Pines, and Teri Lynch (1982), Sexual Assault of Prostitutes. San Francisco: National Center for the Prevention and Control of Rape, National Institute of Mental Health, Delancey Street Foundation

Special Committee on Pornography and Prostitution (1985). Pornography and Prostitution in Canada: 350

About Reaching Out Romania

Libri e interviste delle sopravvissute:

Moran, R. (2017). Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione. 1st ed. Roma: Round Robin Editrice.

https://www.youtube.com/channel/UCchYFcMjHvTOIoMmuhL3nAQ

CONDIVIDI
Articolo precedenteA proposito degli SSRI – Ripensando gli antidepressivi
Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?