Fate qualcosa, qualunque cosa purché non ci sia uno schermo. (J.M. Twenge)[1]

Dal 2007, anno di messa in vendita dell’Iphone gli adolescenti hanno iniziato, con diffusione sempre crescente, a maneggiare questi strumenti potentissimi, gli smartphone.

Contemporaneamente sono stati sviluppati dei servizi (Facebook, Instagram…) che consentono di mettersi in mostra e vedere chi c’è in vetrina. Tali servizi contengono un pericoloso dispositivo che consente di formulare un giudizio di apprezzamento sulla fotografia che è stata postata.

Tale giudizio viene trasmesso attraverso un “like”, senza soggetto, like semplicemente. Inutile ricordare che in inglese like significa “mi piace” ma potrebbe essere stimolante ricordare che significa anche “come”, forse per alludere al fatto che queste foto postate sono un “come se”, una falsificazione.

Il punto è che una gran parte di ragazze e ragazzi si sottopone quotidianamente a votazioni di approvazioni estetiche attraverso i like ed a un continuo confronto con i coetanei. Ma è un confronto su schermo, e può essere senza fine.

Il confronto moderato e limitato, che avveniva in epoca precellulare nei corridoi delle scuole, oggi è a disposizione in tempo reale ed è incalzante. Sempre a disposizione. Si tratta di una significativa fonte di stress. Non va dimenticato che insieme ai like esiste l’abbandono dei visitatori del proprio sito come forma di ostracismo bullistico. Si può vivere l’esperienza di esclusione dalla stanza di casa propria.

Condanno con tutte le mie forze il cyberbullismo, che mette la tecnica al servizio dei vili protetti dal l’anonimato, ma l’argomento su cui mi vorrei soffermare è lo sviluppo di un sé sano nei giovani e l’influenza che può avere su questo sviluppo l’impiego dei servizi che lo smartphone mette a disposizione.

È una scena ormai familiare vedere, in pizzeria, ristorante, bar, giovani, alcuni giovanissimi, sempre impegnati a scrutare nello schermo dello smartphone. Si vedono genitori rimproverare ed altri capitolare ma il seguito è lo stesso, a quello schermo i ragazzi rimangono attaccati.

Ma perché dovrebbero comportarsi diversamente se si trovano fra le mani un oggetto, per di più regalato dagli stessi genitori che ne vogliono limitare l’uso, con buona pace delle comunicazioni ambigue, che mette loro a disposizione ciò che desiderano, siti social, video giochi, filmati etc., non ci si annoia mai.

Ecco il punto: non ci si annoia mai o meglio non ci si vuole più annoiare, non ci si vuole più trovare con le mani in mano.

Quelle lunghe cene con gli amici dei genitori ed i loro antipatici figli con i quali non si aveva alcuna familiarità ora sono affrontabili senza problemi perché c’è altro da fare ed anche i figli antipatici dell’amico del papà si rivelano facenti parte della stessa tribù smartphone alla mano. Posto che a tavola lo smartphone dovrebbe essere proibito a meno di non essere un medico in reperibilità, il problema va molto al di là della buona educazione che è sempre un gran bene impartire.

Cominciamo a ragionare su come funziona il cervello quando non abbiamo nulla da fare.

Da alcuni anni è stato messo in evidenza un particolare circuito del cervello che si disattiva quando si è impegnati in qualche forma di attività. Tale circuito si compone della corteccia prefrontale centro mediale e dorso mediale e del cingolato precuneo posteriori, coinvolge la giunzione temporo-parietale e porzioni mediali laterali ed inferiori della corteccia parietale.

Tale circuito è stato denominato come Default Mode Network (DMN) e la sua attivazione è stata associata con stati introspettivi, memoria autobiografica, consolidamento dell’identità, pensiero non dipendente dallo stimolo e, globalmente, la percezione continua e familiare della propria esistenza nonché la capacità di attribuire all’altro una mente indipendente dalla propria.

Scrive Russel Meares[2]citando Mc Kiernan e altri:

Presumibilmente maggiore è la richiesta di attenzione da parte dell’ambiente esterno, maggiore è la disattivazione del DMN, mentre invece la disattivazione si riduce quando il compito è autoreferenziale”

L’attività svolta da questo circuito si riflette sull’integrità del sé e soprattutto per quel che riguarda i giovani, la possibilità di costituire un sé integrato.

Lo smartphone è un continuo richiamo ad un compito, l’attenzione è su altro da sé, riducendo ai minimi le occasioni di pensare a sé, rievocare ricordi, raffigurarsi scenari, tutte attività benefiche per il sé. Il DMN si manifesta con la “mente che vaga”, ma ciò non viene accolto dai giovani della generazione smartphone perché sono cresciuti opponendosi all’attivazione di quel circuito garantendosi una continua attività.

In tal caso si oppongono ad un’attività naturale del cervello che serve al cervello stesso per il suo funzionamento salutare.

Tutto ciò è troppo nuovo è troppo diverso. Mai è accaduto che la specie umana si trovasse immersa in un bagno di stimoli al contempo assetata di stimoli, in fuga dalla noia e dal non aver nulla da fare.

Premesso che questo non è uno scritto contro gli smartphone, proviamo un po’ a ricapitolare i rischi connessi ad un uso eccessivo.

Riguardano sempre l’integrità del sé su due versanti: sociale ed individuale.

Su quello sociale insieme al rischio connesso con lo stress per i confronti e le “votazioni” con i like (per non parlare delle furibonde gelosie generate dalle visite al sito di ex fidanzatini/e) c’è il rischio più sottile di sostituire la socialità vera con la socialità via schermo, facile ad essere artefatta.

Nonostante lo smartphone sia un telefono, questa è diventata una funzione secondaria rispetto ai messaggi che, inizialmente preferiti dai giovani per risparmiare, hanno rivelato la possibilità di una maggior disinvoltura nella comunicazione, con la sensazione di essere più protetti dalla quota di impersonalità insita nel messaggio rispetto al suono della voce ed a una vera conversazione.

Lo strumento crea falsificazioni in termini di relazioni e di protezione. Stalker e disturbatori vari trionfano sui messaggi elettronici. C’è chi innonda di messaggi il partner in crisi e chi ne scrive pochi ma così lunghi che leggerli equivale ad essere inchiodati ad un indesiderato sforzo di attenzione e molti non resistono a non leggere fino in fondo. Anche le liti in questo modo accedono in parte ad una dimensione altra, svolgendosi su uno schermo.

Il rischio individuale è concepire il vivere come una continua ricerca di stimoli o una continua esposizione ad essi, alimentando una particolare intolleranza alla noia che è segno di una personalità con spunti problematici.

La natura ha affidato al “dolce far niente” la buona integrazione della personalità, la continuità del senso di sé, la mentalizzazione e la creatività. Senza di quelle si perde il senso della vita.

Forse lo stress da superlavoro è anche dovuto alla troppa disattivazione del DMN che viene reso ogni giorno più pesante dalla perdita di senso, dalla lontananza da sé.

Detto questo occorre guardare le cose in trasparenza e da altre angolature. Spesso ci sfugge ciò che abbiamo sotto gli occhi.

Cosa cercano questi ragazzi? Perché si affaticano tanto?

La questione ha a che fare con la complessa vicenda della costruzione della propria identità, impasto di somiglianze e differenze. Vi è nei giovani una tensione naturale alla ricerca di somiglianze, modelli cui assomigliare che ha radici più profonde e lontane rispetto alle nuove tecnologie. Francesco Remotti affronta brillantemente questo tema nel suo bel libro Somiglianze. Una via per la convivenza. (G.Laterza e figli. Bari. 2019) e trovo illuminante questo passaggio in cui cita Horkheimer ed Adorno:

Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri (c.m.)”.

Come si vede, i rapporti di somiglianza con gli altri (….) non sono aggiuntivi, ma originari, costitutivi, fondamentali. Leggiamo ancora un brano di Horkheimer e Adorno[3]

Prima di essere – anche – individuo, l’uomo è uno dei simili, si rapporta ad altri prima di riferirsi esplicitamente a sé stesso, è un momento delle relazioni in cui vive prima di poter giungere eventualmente ad autodeterminarsi. Tutto ciò viene espresso nel concetto della persona

Per chiudere si potrebbe dire che l’intenzione che muove i giovani a spiarsi, imitarsi corrisponde ad una spinta naturale ma lo schermo, con tutte le sue falsificazioni, offre imitazioni inefficaci e svuotanti.

 

[1] Twenge J.M. Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti. Einaudi Torino 2017

[2] Russel Meares. Un modello dissociativo del disturbo borderline di personalità. Raffaello Cortina Editore Milano 2014

Mc Kiernan, K.A. et al. “Interrupting the stream of consciousness: An fmri investigations” 2006 Neuroimage 29,4

[3] Horkheimer M. AdornoT.W. Lezioni di sociologia. Einaudi Torino 1966

 

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Furio Ravera
Laureato in Medicina e Chirurgia all'Università di Milano, ha conseguito la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile. Dal 1980 è psichiatra presso la Casa di Cura Le Betulle dove è direttore dei reparti "Abuso e Dipendenze da Sostanze Stupefacenti e Farmaci" e "Disturbi di Personalità e Disturbi Psicotici". Ha completato il 1° Corso MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) e il Corso di 1° e 2° Livello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) per il trattamento dei traumi. Insieme a Roberto Bertolli ha fondato le Comunità Terapeutiche Crest, la Società di Studio per i Disturbi di Personalità (SdP), la Comunità Terapeutica Cima di Milano e il Centro Terapeutico La Ginestra di Milano. Ha prestato numerose consulenze presso Sert, Casa di Cura Villa del Principe, Casa di Cura Villa dei Pini. Già Professore a contratto presso la Scuola di Psicologia Clinica dell'Università di Milano Bicocca, tra le numerose pubblicazioni annovera "Un fiume di cocaina" e "Le regole e la manutenzione della Vespa".

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