Se chiedessimo a Eric Berne – fondatore dell’Analisi Transazionale – qual è l’unità di misura dell’amore, ci direbbe che è una carezza.

Egli utilizza la parola inglese stroke che alla lettera vuol dire “colpo, colpetto” e comprende sia la valenza positiva di caress (carezza) sia la valenza negativa di blow, hit (colpo, botta).

In italiano si è propeso per utilizzare l’accezione più positiva, ma il significato rimane lo stesso: con carezze si intende tutto ciò che fa sentire un individuo riconosciuto nella propria esistenza.

Possono essere verbali o non verbali, positive o negative, carezze esterne (interpersonali) o carezze interne (intrapsichiche). Possono essere rivolte a ciò che una persona fa (condizionate) o a ciò che uno è (incondizionate).

Un saluto, una critica, un sorriso, un pensiero positivo, un complimento per come siamo vestiti o per il nostro carattere.

Tutti questi sono “stroke” che ci comunicano che esistiamo e che occupiamo un posto del mondo, che significhiamo qualcosa. Se ne comprende dunque il grande valore e il motivo per cui, fin dal primo giorno di vita, siamo tutti affamati di carezze.

“Le carezze sono necessarie alla vita come la soddisfazione di altri bisogni biologici […] il cui mancato soddisfacimento conduce alla morte” (Steiner 2011, pag.110)

Da bambini siamo tutti cercatori di carezze e non crediamo che vi possano essere ostacoli nel loro ottenimento. Steiner – allievo di Berne – afferma però che, ad un certo punto, il libero scambio delle carezze è stato artificialmente controllato attraverso l’imposizione di alcune regole:

“Non dare le carezze che vorresti dare”

“Non chiedere le carezze che vorresti”

“Non accettare le carezze che desideri”

“Non rifiutare le carezze che non vuoi”

“Non fare carezze a te stesso”

Queste avrebbero lo scopo di moderarne i flussi così da poter raggiungere il bene comune della società, anche se non corrisponde a quello dell’individuo. Pertanto, i nostri genitori ci hanno trasmesso queste norme, così come sono state trasmesse a loro.

Si è costituita una vera e propria economia delle carezze che sono considerate come un bene da tutelare, da non sprecare, di cui non abusare. Secondo Steiner la drammatica conseguenza di tale “protezionismo” è stata che:

“In questa situazione le persone non hanno a loro disposizione i mezzi per soddisfare un loro bisogno fondamentale. Il risultato è che le persone sono private della loro capacità di amare […]” (Steiner 2011, pag.115)

Così iniziano a cercare delle modalità alternative per soddisfare la loro fame di carezze. Strutturano il tempo architettando diverse modalità per accaparrarsele. Mettono in atto dei sotterfugi (chiamati giochi) per appropriarsene.

Alcuni si accontentano di carezze finte, “di plastica”, un surrogato che funge da palliativo a quel vuoto che cresce sempre più. Peggio ancora, le persone iniziano ad accettare anche le carezze negative, quelle che non fanno bene, ma che sono meglio di niente, perché, seppur dolorose, anche quelle sono un modo per sentirsi riconosciuti.

“Accogliere carezze negative è come bere acqua inquinata: il bisogno estremo ci porta a trascurare gli aspetti dannosi di ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere”. (Steiner 2011, pag.106)

Ci sono donne che sono state private della loro capacità di amare.

Erano bambine che si aspettavano dalla vita molte carezze, che non avevano paura di darle agli altri. Ma qualcuno ha comunicato loro che tutto il loro amore sarebbe potuto finire se lo avessero sprecato, che andava preservato, che c’erano dei modi opportuni e modi sconvenienti per dimostrarlo.

Non lo hanno detto così chiaramente, ma sono stati alcuni atteggiamenti e comportamenti a trasmettere queste regole di economia: la svalutazione di un gesto affettuoso, il rifiuto di una tenerezza, l’imposizione di un obbligo morale.

Messaggi che interiormente possono essere risuonati così:

“Se ti dimostri gentile, potrebbero pensare male. Potrebbero rifiutare la tua dimostrazione di affetto. Non sei capace di comunicare i tuoi sentimenti”.

“Se chiedi un favore, che valore ha se non arriva spontaneamente? Se chiedi aiuto potresti apparire debole, fragile e dipendente”.

“Non fidarti di chi ti dà qualcosa senza chiedere nulla in cambio. Ha detto quella carineria, ma non lo pensa davvero”.

“Potresti sembrare maleducata e scortese se non accetti le critiche, anche se ingiuste. Potresti ferire quella persona se la respingi, sebbene non ti piaccia. Se rifiuti le avance di tutti, non ci sarà più nessuno che te le farà”.

“Non vantarti delle tue capacità, è da superbi e vanitosi. È stupido farsi i complimenti da sola. Che senso ha?”

Le bambine, crescendo, non sapevano più come dare il proprio amore e come fare per riceverne. Così hanno dovuto arrangiarsi.

C’è chi ha tentato di incarnare la donna perfetta, la perfetta casalinga, la mamma perfetta, la lavoratrice perfetta, per accontentare tutti, tranne che sé stessa.

C’è chi è stata affetta dalla sindrome dell’infermiera che si prende cura di tutto e di tutti, che sceglie i suoi uomini dalle liste dei casi umani e che li vorrebbe salvare, ma finisce per essere lei stessa a dover essere salvata.

C’è chi vuole essere quella tosta, che non ha bisogno di niente e di nessuno. Che non si fida degli altri, che “meglio soli che mal accompagnati”, che si inaridisce e non sorride più.

C’è chi si è accontentata di relazioni superficiali, senza sentimenti autentici, senza conoscere profondamente l’altro, perché l’intimità fa paura. Lì non ci sono sotterfugi, tutto è alla luce, anche le proprie debolezze e l’amore si esprime nel modo più diretto e potente.

C’è chi ha deciso di esibire ostentatamente il proprio corpo, pur di poter ricevere complimenti e apprezzamenti.

C’è chi ha ricercato calore nella pelle di uno o più uomini perché è meglio il sesso senza amore, che non valere niente per nessuno.

C’è addirittura chi è stata disposta a sentire il dolore di violenze, maltrattamenti e abusi, pur di sapere che esiste per qualcuno, anche se questo qualcuno è quello che la ammazza di botte.

Queste sono storie di donne i cui copioni sono senza amore. Sono donne affamate di amore, ma che non sanno più come e dove procurarselo.

Copioni, perché sono “disegni che segnano il corso dell’esistenza”, parti da recitare in cui confermare e riconfermare le regole che hanno appreso da bambine (la psicoanalisi li chiamerebbe coazione a ripetere). Si aspettano un finale diverso, mettendo in atto sempre lo stesso copione, riproponendo sempre lo stesso tragico errore.

Credono di non poter essere amate e di non essere capaci di amare.

Donne, vi ricordate che sapore ha una carezza autentica?

A me ricorda il calore del cioccolato che si scioglie in bocca. Quando infili i piedi sotto la sabbia bollente e ti vengono i brividi alle guance. Mi ricorda quando riprendi a respirare dopo aver riso fino a scoppiare. Quando ascolti quella musica che ti tocca l’anima e non puoi non fermarti e chiudere gli occhi.

Sono convinta che se siete ancora qui, è perché almeno una carezza nella vostra vita l’avete ricevuta e, probabilmente, l’avete regalata senza nemmeno accorgervene. Tenetevi stretto quel ricordo e usatelo ogni volta che avete così tanta sete da bere acqua inquinata.

Perché, in fin dei conti, l’economia delle carezze si fonda su una grande illusione: che la quantità di amore prima poi si esaurisca.

Da questo punto di vista l’amore è davvero come il denaro. Al termine della tua vita, del tuo copione, ti chiederai quanto hai risparmiato, ma allora il tuo gruzzolo sarà solo un tesoro senza valore.

“Alla fine, solo tre cose contano:

quanto hai amato,

come gentilmente hai vissuto

e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te”

Detto buddhista

 

 

Bibliografia

C.M. Steiner, 2011. Copioni di vita.Edizioni La VIta Felice, Milano.

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro. Contatti: s.carpo@hotmail.com

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