Parte I

Ogni esperienza psicologica si ricollega al modo di percepire ed abitare il proprio tempo, in quanto passato, presente e futuro sono “dimensioni dell’anima, e continuamente sconfinano l’una nell’altra” (Borgna, E., 2015, p.20).

Questo tempo dell’Io, sofferto e talvolta ignorato, si riversa nel fulcro della quotidianità, ove la corsa delle lancette viene ad assumere un riferimento puramente formale, orientando la presa di coscienza su ciò che è andato sfumando o permettendo di coltivare l’illusione delle proprie speranze.

Per quanto attiene alla tematica della temporalità interiore, strettamente soggettiva e personale, è opportuno, affinché la si possa cogliere appieno, ricorrere a quello che Edmund Husserl definisce “metodo della riduzione fenomenologica”, in cui si mette tra parentesi (epoché) il mondo esterno per giungere ad una sorta di estraniamento da quest’ultimo che consenta di comprenderlo nel suo significato originario.

Abbandonando perciò i procedimenti esplicativi della psicologia classica tesi a fornire una spiegazione causale, è possibile abbracciare la sfera della soggettività restituendole il dovuto valore e dettare le basi per una psicologia squisitamente umana.

Trattando dunque del tempo nella perdita in amore, si dimostra piuttosto chiara una patologica alterazione tra tempo vissuto e tempo dellorologio, in cui il secondo continua a scorrere rapido e indifferente, mentre il primo diviene immobile, di pietra.

È un tempo strano, quello della perdita: sappiamo per certo che il passato è il presente di ieri, il presente il passato di domani e il futuro il presente di oggi. Ma in condizioni di cordoglio interiore, il passato si allunga e inonda ogni attimo che scorre, ogni sensazione, battito e percezione di fiducia verso i rapporti interpersonali: il presente del passato diventa lunica estensione esistente che oscura ogni possibilità di intervento.

La nausea affettiva e lo spossamento lo accompagnano: i fantasmi dei momenti andati sopraggiungono e rivivono come ospiti non graditi, le ombre si accrescono oscurando la luminosità delle risorse, tutto è vinto: lIo è in balia dellaltro.

Un altro che si impossessa del nostro essere e di qualsiasi ragionamento cosciente, scandisce le ore,
distorce i ricordi. Il senso di colpa che ne deriva per averlo lasciato andare frammenta l’autostima e l’attacca, la soggioga, l’annienta: diventiamo vittime e persecutori di un gioco che si è concluso, schiavi di un tempo che è ormai trascorso.

Noi non sopportiamo né la fuga del tempo, né la sua permanenza: la fuga sprofonda la nostra anima nel lutto, la permanenza la soffoca” (Borgna, E., 2015, p.3).

Ed è così che il vissuto viene ad assumere le sembianze del presente, di un presente tessuto con la trama della disperazione e al tempo stesso della devozione con cui era stato investito l’oggetto d’amore, che per inspiegabile presagio è stato strappato alla costruzione di un futuro che sera fatto certo: quello di unesistenza condivisa, solido ponte tra due isole, rifugio di salvezza per lanima.

La dimensione temporale assume allora il ruolo di intermediario tra la propria vita ed una sua riappropriazione di senso, in cui il desiderio, l’attesa e la speranza costituiscono per un autore in particolare, Eugene Minkowski, che ha indagato il tempo vissuto, fenomeni che fanno parte dell’avvenire.

Con il termine «avvenire» Minkowski intende il «modo elettivo di vivere il tempo», denominandolo anche «slancio vitale», ovvero un “fenomeno fondamentale su cui si innestano altri fenomeni e le traiettorie esperienziali costituenti il tempo vissuto” (Gennaro, A., 2014, p.156).

Il tempo vissuto è stato definito dall’Autore anche come “fondo della vita umana”: insieme di eventi incisi nella vita di ciascuno di noi.

Ed è il presente, scevro dall’oblio, ad aprire orizzonti dinnanzi al soggetto, favorendo un modo di vivere il tempo totalmente diverso da quello caratterizzante il passato. Si parla di presente come “qui ed ora”, da Agostino inteso come “presente del presente”; mentre il presente del passato trova il suo fulcro attorno allo stato d’animo della nostalgia: di persone, di luoghi o di emozioni.

Dal greco nostos “ritorno” e algos “dolore”, “ha come nocciolo il desiderio lancinante” – lo stesso desiderio struggente o Sensucht di cui parlava Freud- “e il ricordo di emozioni arcane e luminose che continuano a vivere in noi con il loro timbro di indicibile dolcezza, o di sconfinata tristezza” (Borgna, E., 2015, p.62).

Non esiste una sola ed unica tipologia di nostalgia, ve ne sono bensì molte, connotate dalle più svariate tematiche emozionali: nostalgie dolorose e scarnificanti, nostalgie sognanti, nostalgie che fanno vivere oppure morire. Sussistono altresì nostalgie arcane, che si accompagnano ad ogni stagione dell’esistenza, liberandoci dalle aridità (ibidem, p. 62).

All’interno dell’opera di Sisto Vecchio, intitolata Nostalgia: scritti Psicoanalitici, lo stato della nostalgia viene eguagliato alla malinconia in base a due requisiti fra loro altamente contraddittori, forniti da due autori distinti: quello di «ostacolo all’elaborazione» e quello di «dimensione arricchente la vita umana».

Tramite la prima visione, proposta da Andrea Saraval, la nostalgia è intesa come segno di lutto non elaborato in cui il rapporto con l’oggetto è confusivo poiché non si raggiunge la simbolizzazione: “l’oggetto nascosto rimane perciò dia-bolo (da dia-ballein: tenere separato), presenza malefica nella mente, anziché sim-bolo (da sun-ballein: collegare, mettere insieme) che solo permette[rebbe] un’elaborazione della perdita dell’oggetto e una sua metabolizzazione” ( Egidi Morpurgo, V., Morpurgo, E., 1995, p. 15).

La seconda definizione denota invece un’accezione positiva della nostalgia ed è stata suggerita dall’analista Pier Mario Masciangelo, il quale giunge a paragonarla ad un “sentimento […] in grado di accendere il desiderio in slanci appassionati”, conferendole lo status di “segnale di affetto specifico della mancanza […] del tutto riuscito, della rinuncia, dell’accettazione dei limiti” e dipingendola come “atmosfera sospesa, ma ricca di potenzialità rappresentative”. Prospettiva, quest’ultima, che spinge a collocarla sul versante del piacere.

In effetti, la nostalgia, “qualora promanante da un narcisismo adeguato, costituisce una rievocazione di esperienze felici e rapporti sufficientemente gratificanti” (Egidi Morpurgo, V., Morpurgo, E., p.150).

La natura che accomuna l’eterogeneità delle nostalgie, tuttavia, si rivela indubbia: qualsiasi veste esse assumano, andrebbero considerate come fenomeni ancorati alla solidità del reale in cui viene richiesto di soddisfare un desiderio apparentemente utopistico di ricongiungimento con l’altro oppure di tentare di rincorrere obiettivi falliti – ma comunque potenzialmente raggiungibili – o, al limite, di elaborabili.

 Hanno a che fare con memorie passate e con queste si intrecciano, si scontrano, colorandole di risonanza e significato.

Ma come le memorie più antiche possono essere superate e integrate nella nostra storia personale?

Parte II

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Elisa Ginanneschi
Cresciuta in un piccolo paesino, ma con grandi sogni per la testa. Le coordinate che da sempre danno direzione ai miei obiettivi sono quelle che chiamo le "Due P": Poesia e Psicologia. Mi sono laureata in Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma con 110 e lode con una tesi dal titolo "L'accoglienza dei soggetti transgender nel contesto sanitario". Durante il corso di laurea magistrale ho svolto il Percorso d'Eccellenza occupandomi di plusdotazione, in particolare dell'influenza dello stile genitoriale sulle caratteristiche di sviluppo dei bambini plusdotati. Attualmente frequento l'Istituto di Sessuologia Clinica di Roma per diventare consulente sessuale e svolgerò un tirocinio presso l'Istituto di Ricerca in Sessuologia Clinica. Sostenitrice dei diritti LGBTQI+, appassionata lettrice dei segnali dell'animo umano. Ho pubblicato diverse raccolte di poesia, dal titolo: Arcano Verbo, Carne e spirito, Suppliche mondane, Dieci a mezzanotte, Liriche di luce e D'estro e d'arsura. Contatti: elisaginanneschi11@gmail.com

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