A pochi giorni dall’anniversario della morte del grande regista Stanley Kubrick, mi è capitato di rivedere il finale di uno dei suoi film più imponenti sia dal punto di vista filmico che speculativo: Eyes Wide Shut. L’opera mi è parsa particolarmente efficace nel tentativo di dare immagine ad uno dei temi più caldi della disciplina psicoanalitica: il transfert.

Di certo, per approfondire l’argomento nelle multiple sfaccettature delle diverse correnti psicodinamiche non basterebbe lo spazio di un articolo. Ai fini di questa trattazione, ci dovremo allora accontentare di un paio di definizioni generali, che possano fornire un’utile cornice a chi desidera addentrarsi in questo tema.

Facciamo un passo ala volta: innanzitutto che cos’è il transfert?

Per inquadrare il fenomeno scelgo di rifarmi a due modelli teorici generali piuttosto datati, ovvero quello di Freud e quello di Jung, i due padri della psicoanalisi. Sono consapevole che ci siano modelli più giovani e più vicini a noi in termini di linguaggi e contenuti, ma la prospettiva classica rappresenta a mio avviso un buon punto di partenza per leggere questo delicato intreccio relazionale e, negli intenti di questo articolo, per fornire un’interpretazione della pellicola di Kubrick.

La psicoanalisi ha da sempre considerato l’analisi e l’interpretazione del transfert come una delle tecniche più importanti per produrre un cambiamento nel paziente: sia Freud che Jung, in effetti, attribuiscono a questo fenomeno un carattere atavico, legato a configurazioni relazionali primarie.

Freud, nella fattispecie, considera il transfert come la riedizione in sede di terapia di relazioni primarie e rappresentazioni parentali proiettate sull’analista. In parole povere, il paziente, nel corso della terapia, finirebbe prima o poi per leggere nel terapeuta o per introdurvi caratteristiche appartenenti al genitore dello stesso sesso o del sesso opposto, favorendo in questo modo lo sviluppo di un legame di resistenza o di dipendenza.

Nella pratica analitica, il terapeuta dovrebbe favorire la comparsa di questo gioco di relazione mantenendo un assetto il più possibile distaccato e neutrale: la situazione che ne emergerebbe, a detta di Freud, viene definita nevrosi da transfert, una sorta di messinscena da parte del paziente di un fitto intreccio di rappresentazioni parentali e relazionali della propria storia personale.

All’analista, a questo punto, non basta altro che interpretare questo teatro, in cui il paziente come dire “se la canta e se la suona”, e restituire uno spaccato, elaborato e processato, di una serie di automatismi relazionali che hanno radici profonde nelle esperienze di accudimento più antiche del paziente.

Qualcosa di decisivo si sostanzia in questo spaccato: l’idea che l’incontro con l’altro passi sempre attraverso un incontro con noi stessi, con il nostro mondo interno fatto di aspettative, di rappresentazioni, di schemi relazionali.

Nella relazione, ciò che viene trasferito sono proprio questi aspetti individuali, che prima o poi si confronteranno con l’alterità, con la diversità, generando un conflitto (nevrosi).

Questo aspetto davvero primordiale della relazione IO-TU, è colto, a mio avviso, in maniera decisiva da Jung, che, in aperto conflitto con Freud e liberandosi di tutto il tema familiare personale, rilegge il fenomeno ricorrendo a concetti a carattere universale, transpersonale – ciò che Jung chiama archetipi dell’inconscio collettivo.

Di particolare rilevanza è, in questo senso, il concetto di Anima-Animus: l’Autore ipotizza che le nostre componenti inconsce, non consapevoli, rigettate dalla coscienza siano archetipicamente percepite come così diverse da noi da prendere la forma di personalità interne a cui la persona tendenzialmente attribuisce un carattere sessuale opposto – l’Anima per gli uomini, l’Animus per le donne.

In questo senso è come se i germi del rapporto con l’altro fossero in qualche modo dentro di noi ben prima dell’incontro IO-TU: facciamo quotidiano incontro con l’alterità anche da soli nella nostra stanza, nel sonno, con i sogni, nei lapsus, momenti in cui affiorano contenuti di cui non eravamo pienamente a conoscenza e che ci appaiono come altro-da-me.

Fra le varie situazioni in cui però possiamo davvero prendere coscienza di queste parti troviamo le situazioni relazionali, in cui la persona diventa capace di prendere coscienza delle parti inconsce complementari leggendole nell’altro.

In altri termini, nell’incontro con l’altro si verificherebbero dei processi opposti e complementari, tanto che Jung, per semplicità, tenta di spiegare il concetto ricorrendo al rapporto sposo-sposa: lo sposo proietterebbe sulla donna la sua componente inconscia femminile, ricercando un legame con essa di natura primordiale, precedente alla relazione reale; lo stesso farebbe la sposa. È proprio dal processo di proiezione sull’altro, e quindi interponendo la giusta distanza, che discende la possibilità della presa di coscienza delle parti di sé inconsce e la loro accettazione e integrazione nella nostra personalità.

Illustrazione dal “Rosarium Philosophorum” commentata in “Psicologia del transfert”. Nell’immagine la congiunzione dello sposo e della sposa.

Tornando al transfert, secondo Jung potremmo allora immaginare la situazione analitica non tanto come una mera riedizione di memorie personali, quanto come parte di un processo di comprensione e integrazione di questo altro-da-me:

Il processo di individuazione ha due aspetti principali: da un lato esso è un processo di integrazione interiore, soggettivo, dall’altro però è un processo di relazione oggettivo altrettanto essenziale. L’uno aspetto non può esistere senza l’altro”.

Questa visione relazionale del transfert appare davvero interessante in relazione al tema, ad esempio, della vita coniugale e di coppia: come l’esperienza dell’altro fornisca una base per il raggiungimento di una maggiore comprensione e integrazione di quelle parti di sé che, prima di essere riconosciute, debbono coattivamente (quindi in maniera forzata) essere introdotte nell’altro-da-me.

Ma ci spiega anche il fastidio che proviamo per alcuni “difetti” dell’altro che ci mandano ai pazzi e che, molto spesso, fanno parte di quelle stesse parti di noi che repelliamo, che vorremmo assolutamente evitare ma con cui, prima o poi, dobbiamo fare i conti.

Ma ora torniamo al film: perché l’intreccio di Eyes Wide Shut dovrebbe aiutarci a dare sostanza al fenomeno descritto?

La pellicola, tratta dal romanzo breve di Arthur Snitzler Doppio Sogno, descrive per l’appunto le due esperienze incrociate di due giovani sposi. Il sogno della moglie, di essere posseduta passionalmente da un giovane ufficiale di marina incontrato nel corso di una vacanza familiare, suscita una reazione di gelosia nel marito che si lancia, in una sola notte, in un’avventura a tratti allucinante che lo vedrà coinvolto con diverse figure femminili che tentano la sua fedeltà.

Così come l’uomo del sogno della moglie ha tutte le caratteristiche stereotipiche dell’uomo virile e dominatore, tutte le figure femminili incontrate dal marito sono eteree, dominate, ampiamente erotizzate.

La cosa interessante è che in fondo né la moglie né l’uomo compiono un effettivo tradimento, ma vivono esperienze a cavallo fra il sogno e la realtà che li portano a contatto con il proprio altro-da-sé in una dimensione sessualizzata, a contatto quindi con quella diversità che fa parte archetipicamente di loro: il posato marito e padre di famiglia entra in contatto con la propria parte più perturbante, lasciva e sottomessa (la sua Anima, femminile); la mogliettina fedele e dimessa entra in contatto con la propria trasgressività dominante (il suo Animus, maschile), come una riscossa dalla posizione di sottomissione.

L’incontro con l’altro completa la dimensione personale dei due, che in qualche modo scoprono una parte di loro in cui le parti si invertono: ed entrambi, a contatto con questo pensiero, prorompono nel pianto.

Ma al termine del percorso di crescita, una sorta di sofferto moto dialettico e incontro con l’alterità, i due possono finalmente raggiungere una maggiore integrazione e accettazione di sé, e contemporaneamente una nuova spinta vitalistica si riaffaccia: possono finalmente ritrovare l’armonia e l’equilibrio personale e di coppia e ricercare una sessualità più matura e una affettività senza compromessi.

Il dialogo finale dei due è decisamente esplicativo.

 

Per approfondire:

  • Sigmund Freud (1909), Osservazioni di un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’uomo dei topi), in Opere, Bollati Boringhieri, 1985, vol.6
  • Jung, C. G. (1985) Psicologia del transfert, Milano, Mondadori
  • Jung, C. G., Massimello, M. A., & Bazlen, R. (2015). Psicologia e alchimia. Bollati Boringhieri
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Davide Parlato
Laureato con Lode in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca e attualmente in formazione come psicodiagnosta presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Lavoro al momento nell'educativa scolastica. Scrivere mi appassiona, e dal 2013 mi occupo della linea editoriale con la redazione di Revolart, periodico online di informazione culturale (www.Revolart.it). Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatto: davide.parlato93@gmail.com

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