Immaginate di scorrere l’orario scolastico e di trovare nella colonna del venerdì due ore di Fantastica – le prime, perché serve avere la mente fresca. “Cos’è la Fantastica?” vi chiederete. Beh, ovvio! Se esiste una Logica…esisterà anche una Fantastica! Almeno, così credeva Novalis nei suoi Frammenti (1772-1801).

“Che assurdità!” penserete. C’è invece chi l’ha preso sul serio e ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Non uno qualunque, ma l’unico italiano ad aver vinto, nel 1970, il premio Andersen, considerato il Nobel della letteratura per l’infanzia.

Il 23 ottobre 1920, esattamente 100 anni fa, a Omegna nasceva Gianni Rodari; pedagogo, giornalista, insegnante, il maggiore favolista del Novecento. Un Intellettuale con la “I” maiuscola, che nel giro di tre righe ti sa citare otto autori di nove discipline diverse (come Vygotskij, personaggio noto a noi psicologi, soprattutto per l’incapacità di scriverlo correttamente).

Non un eclettico saccente, ma un uomo la cui intelligenza è caratterizzata da un’acuta curiosità – acuta come un sì, direbbe lui – e da quel “pensiero divergente” capace di ribaltare la prospettiva con cui si guarda il mondo.

Non ne tesso le lodi solo in quanto mio illustre concittadino, ma poiché ritengo che, ancora e soprattutto oggi, abbia molto da far riflettere. Rodari è un autore che se anche verrà letto tra altri cento anni, sarà ugualmente attuale.

Tornando alla Fantastica, davvero egli credeva nel suo valore, tant’è che nel 1973 le dedica un intero libro:

“Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie”

Forse Gianni si intendeva già di marketing, perché il sottotitolo lascia intendere che in quelle pagine verranno svelati i trucchi di un grande autore. In parte è così, ma non è il succo della faccenda. Rodari stesso ammette di non sapere esattamente cosa sia questo libretto e bisogna addentrarsi in almeno 43 capitoli per iniziare a capirlo.

Tutto comincia da una singola parola:

“Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea, e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore… Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni…” p.11.

Ma non basta, per creare una storia bisogna avere almeno due parole. Così si conia un «binomio fantastico», l’insieme di due elementi che devono essere piuttosto distanti per dare vita ad un racconto davvero interessante. Ad esempio, prendiamo “psicologo” e “trattore”.

C’era una volta uno psicologo che, per aiutare i suoi pazienti, gli arava la testa con un grosso trattore. Così toglieva tutti i sassi che gli infastidivano i pensieri e i pazienti si sentivano la testa più leggera.

Il binomio fantastico è solo un primo step nella realizzazione delle storie. L’opera prosegue con una serie di vere e proprie tecniche come «l’ipotesi fantastica», «il prefisso arbitrario», «l’errore creativo» di cui Rodari spiega non solo il procedimento, ma anche la teoria alla base. 

E poi via con un’immersione nelle fiabe: come reinventarle, stravolgerle, mescolarle, rovesciarle. Una volta compreso il meccanismo, la stessa creazione delle narrazioni diventa un gioco, un divertimento, ma non solo. 

Diviene un momento di vero e proprio esercizio del pensiero, in cui si possono apprendere anche i fondamenti della matematica, come la reversibilità o l’insiemistica; si possono persino approcciare quei temi che interessano intimamente i bambini, ma di cui “non sta bene parlare”.

Ciò su cui vorrei soffermarmi, però, non è tanto il COME si inventano le storie, ma il PERCHÉ. A cosa serve la fantasia? A chi serve? Perché dedicarci un intero libro? In tutte le pagine c’è la risposta, ma è negli ultimi due capitoli che Rodari la rivela esplicitamente.

Immaginazione, fantasia, creatività… sono funzioni del pensiero che potrebbero essere intese come una fuga dalla realtà. Chi pensa questo, cade in un grave errore. Le fiabe servono “all’uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché non servono a niente” p.164.

L’immaginazione è ciò che, aggrappandosi alla realtà, ne crea un possibile sviluppo non ancora attuale. È la capacità di trasformare ciò che è in ciò che potrebbe essere. È questo il segreto dei grandi inventori: realizzare qualcosa che ancora non è stato concepito da nessuno. Che significa uscire dagli schemi, guardare oltre, sopra, sotto, dentro le cose, ma non fuggirne, mai.

Per questo la fantasia è necessaria all’uomo: “perché il mondo cambi”p.165. A chi pensa che questo sia utopia, possiamo rispondere: “[…] non trascuriamo il valore educativo dell’utopia. Se non sperassimo, a dispetto di tutto, in un mondo migliore, chi ce lo farebbe fare di andare dal dentista?” p. 114.

Perciò la Fantastica andrebbe insegnata a scuola, negli oratori, nei contesti educativi (e aggiungerei pure in politica!). I bambini sono il terreno più fertile perché non sono ancora sopraffatti da quella rigidità che spesso ingabbia la mente adulta.

Grammatica della fantasia” è un libro di esercizi per allenare questi processi di pensiero, per renderli accessibili a tutti, per aiutare insegnanti e educatori (che dovrebbero averlo tutti nella loro libreria) a rivitalizzare questa «scuola di consumatori» e renderla una «scuola per creatori». 

Rodari era orgogliosamente un utopista: immaginava di poter cambiare il mondo con la fantasia.

Buon compleanno Gianni! Ti auguriamo che soffiando queste 100 candeline, il tuo desiderio si avveri.

Io spero che il libretto possa essere ugualmente utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. «Tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo” p.10.

Link

Sito del centenario: https://www.rodari2020.it/?fbclid=IwAR0N9L-V-QzAU9OWzDFMu8dMcM9RaYXM8AxZE2B3N2qkreAOphVxred2C9A

CONDIVIDI
Articolo precedenteRobert Schumann: arte e sofferenza
Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro. Contatti: s.carpo@hotmail.com

ADESSO COSA PENSI?