Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!

(F. Nietzsche, La gaia Scienza)

È fresca di uscita l’ultima attesa stagione della serie tv Dark, creata da Baran bo Odar e prodotta da Netflix. La serie ha da subito riscosso un grande successo tra il pubblico e la critica, e a ben vedere: si tratta di un’opera corale, dove suspance, mistero, amore e riflessione sono sapientemente mescolati in un fitto intrigo, stimolante per lo spettatore senza essere eccessivamente frustrante.

Lungi dal voler recensire la trama della serie (ma soprattutto dal voler fare spoiler!), questo articolo vuole essere una riflessione su alcuni dei temi portati dalla serie, estremamente profondi da un punto di vista filosofico e psicologico.

Dark è una serie sulla comunità, su come i vissuti intrafamiliari e interfamiliari si intreccino vicendevolmente, ma soprattutto su come i salti generazionali portino con loro, come una pesante eredità, antichi peccati, manchevolezze e sbagli e su come le nuove generazioni siano ad ogni ciclo chiamate a farvi fronte.

La famiglia è un incubatore di destini che sembrano lasciare ben poco spazio all’individuo e al libero arbitrio: ma ancora meglio, risalendo la catena di eventi che ha portato al presente non sembra possibile rinvenire una causa logica, puntiforme, chiaramente identificabile.

La realtà di Dark è estremamente tortuosa e tormentante, e il generale tema del viaggio nel tempo appare una potentissima cornice in cui inserire una profonda speculazione sui motori dell’esistenza e della vita psichica.

L’ambiguità di fondo, determinata dall’idea che il tempo possa essere circolare, è il famoso paradosso di Bootstrap, che sembra annebbiare la possibilità di arrivare all’origine del proprio comportamento, delle proprie motivazioni e delle verità ultime sul proprio esistere.

In un tempo che è circolare, un qualunque cambiamento prodotto retrospettivamente da un viaggiatore del tempo non può che riportare alla condizione iniziale, in un loop infinito in cui va sfumando la possibilità di rispondere all’antico quesito – è nato prima l’uovo o la gallina?

È la tragedia di Laio, padre di Edipo, che per scongiurare l’oracolo della pizia di Delfi, che lo vedeva ucciso da un figlio incestuoso, finisce per creare le condizioni acciocché la profezia si verifichi: la tragedia, per il mondo greco, stava nell’inevitabilità del destino e nell’imperscrutabilità del suo mistero.

Nella filosofia moderna, portatore di una verità tanto abissale e inafferrabile con i soli strumenti del pensiero è Friedrich Nietzsche, affascinato e atterrito dal concetto di tempo e dalla possibilità di una sua circolarità: di fronte all’eterno ritorno dell’uguale, il suo Zarathustra non può che predicare l’amor fati, l’accettazione del proprio destino come massimo grado di libertà, comprendere ciò che si è destinati ad essere e portarlo avanti sino in fondo, piegando così a proprio vantaggio il divenire.

A ben vedere però nella serie nessun personaggio, una volta comprese le potenzialità del viaggio nel tempo, sembra in grado di rassegnarsi al proprio fato, finendo però ad ogni viaggio per innescare la stessa catena di eventi che avrebbero desiderato sopprimere.

Che in fondo la realtà umana non sia un continuo sbattere la testa sugli stessi errori e gli stessi sbagli in maniera afinalistica? Quale il risvolto psicologico di questa tendenza apparentemente autodistruttiva?

In ambito psicoanalitico, i temi della circolarità, del ritorno, del ripetersi sono determinanti nei due padri della disciplina: Freud e Jung, a fronte di due visioni del mondo diametralmente opposte, affrontano a loro modo il tema offrendo un punto di vista, rispettivamente, individuale e transpersonale.

Nella prospettiva deterministica di Freud, il ripetersi della sofferenza è un carattere specifico del funzionamento dell’inconscio, che trova le sue cause negli eventi più o meno traumatici affrontati nel corso dell’esistenza.

Il concetto chiave è quello di coazione a ripetere, ovvero la tendenza dell’inconscio a riproporre alla persona la ripetizione e la messa in atto di quelle stesse azioni o decisioni che, più o meno simbolicamente, ripropongono uno stesso dolore primario: nella ripetizione del modello risiede la possibilità di un maneggiamento, di un controllo e, forse, di una sua comprensione al fine di un superamento della sofferenza.

Come il nipote Ernst, impegnato ossessivamente nel gioco del rocchetto, così l’uomo gestisce il proprio personale trauma riproponendosi le stesse situazioni di dolore e di sofferenza, assecondando i principi di conservazione energetica determinati dalla pulsione di morte.

In questa lettura, i personaggi di Dark finiscono per rinnovare un dramma al fine di gestirlo, controllarlo, come attori di una tragedia destinata a riproporre lo stesso tremendo spettacolo.

A fronte della visione per certi versi straziante della condizione umana che emerge dal pensiero di Freud, la concezione di Jung ribalta del tutto la situazione: il principio della coazione a ripetere permane, ma in una visione della vita e in particolare della vita psichica come determinata da strutture di funzionamento che ci precedono per temporalità e imponenza. Gli archetipi dell’inconscio, che informano l’esistenza individuale e le prescrivono una finalità, sarebbero allora araldi di un destino in qualche modo insito nell’ordine delle cose.

In parallelo con il discorso nietzscheano sul superominismo, anche Jung, in una prospettiva fortemente vitalistica, esalta l’importanza del “diventare ciò che si è”, a fronte di una comprensione del proprio essere e, di conseguenza, del proprio destino: da qui la passione per i tarocchi, l’i-ching e l’alchimia in genere.

Sic mundus creatus est: la scritta impressa sul portale per il viaggio nel tempo, essa stessa tratta dalla Tabula Smaragdina di Heinrich Khunrath, alchimista tedesco della seconda metà del cinquecento. Jung riprende molto spesso questo testo sapienziale, attribuito allo steso Ermete Trismegisto, padre della scienza alchemica: di fronte al continuo ripetersi degli eventi, la sapienza alchemica propone la via del ricongiungimento degli opposti, in un ciclo continuo che porta come esito al raggiungimento della conoscenza e della vita eterna.

Circolare, come circolare è l’uroboro (il serpente che si mangia la coda) o il vas ermeticum, dove l’alchimista compie il prodigio della sintesi del lapis philosophorum: immagini che per Jung corrispondono al percorso interiore di morte e rinascita e ricongiungimento delle tendenze inconsce e rimosse con i moti della coscienza, alla scoperta del proprio Sé. Nella serie, il destino che unisce Jonas e Adam è proprio quello della divisione e del ricongiungimento, il bene con il male: ma dove sta la sintesi?

È possibile leggere tutte le dinamiche della serie soffermandosi sui temi familiari delle quattro famiglie protagoniste, ognuna con i propri demoni e i propri ricorsi transgenerazionali. È possibile pensare al destino familiare, che nella serie è prodotto dai paradossi temporali, come a quella predestinazione di ruolo di cui ci parla la psicologia sistemica.

Ivan Boszormenyi-Nagy, fra tanti, ci parla di obblighi familiari, di debiti di lealtà, tali per cui le generazioni future raccolgono le eredità di quelle precedenti, comprese le colpe e compresi i peccati, e si fanno carico di una loro progressiva risoluzione, dello scioglimento della matassa.

Ecco, questa immagine è forse quanto di più forte e immediato la serie mi ha rimandato, sotto l’impalcatura sci-fi e paradossale: al di là di come i destini dei personaggi andranno ad evolversi, il compito cui i più giovani in ogni tempo sono chiamati è in Dark qualcosa che arriva da lontano ma di estremamente cogente.

Ed è forse in questa immagine del destino individuale come di un mandato non scritto che si può trovare la più affascinante soluzione del dilemma proposto da Dark: non la predeterminazione ma la responsabilità del cambiamento, non l’assenza del libero arbitrio ma l’inevitabilità dell’agire, anche se spesso in direzione del dolore.

Insomma, il tempo non come prigione ma come una guida, cui è impossibile opporsi ma che è possibile seguire, nell’accettazione del bene e del male, fino al raggiungimento del nostro scopo più intimo e personale, inestricabilmente connesso all’esistenza delle persone cui siamo legati.

E se davvero fosse questa una possibile lettura della serie, scopriremo con la terza stagione a quale destino sono chiamati i membri delle quattro famiglie protagoniste di Dark?

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Davide Parlato
Laureato con Lode in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca, psicologo abilitato e attualmente in formazione come psicodiagnosta presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Lavoro al momento nell'educativa scolastica e, come psicologo, con ragazzi con difficoltà scolastiche e disturbi specifici dell'apprendimento. Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatto: davide.parlato93@gmail.com

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