Esiste una creatura marina, l’oloturia, più comunemente nota come “cetriolo di mare”, che, in risposta ad un attacco, ha la capacità di dividersi in parti separate, e di rigenerarsi a partire dai monconi reduci della precedente separazione e sopravvissuti alla morte.

Ne parla anche la poetessa polacca Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996. La poesia in questione porta il titolo “Autonomia”, in riferimento al termine usato in biologia per indicare la capacità di alcuni esseri viventi di rinunciare all’unità per garantirsi la sopravvivenza.

“In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:

dà una parte di sé in pasto al mondo,

con l’altra fugge

[…]

In mezzo al corpo dell’oloturia si apre un abisso

con due sponde subito estranee.

Su una sponda la morte, sull’altra la vita

[…]

Morire quanto è necessario, senza eccedere.

Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

[…]

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,

solo tre piccole parole come tre piume d’un volo.

[…]”

(Szymborska, 1983)

È questo un modo per dire il punto di partenza da cui si snoda il ragionamento clinico di Bromberg attorno al tema del trauma, degli effetti del vissuto traumatico -prima di tutti la dissociazione– e dell’utilizzo di quest’ultima all’interno del contesto terapeutico, come oggetto di terapia e allo stesso tempo come strumento di cura.

Il tema del trauma ha occupato infatti un ruolo centrale nel lavoro dello psicoanalista americano, che si è esplicato in una trilogia di libri editi Cortina Editore: Clinica del trauma e della dissociazione (2007), Destare il sognatore (2009) e L’ombra dello Tsunami (2012).

Partirei dunque dal definire velocemente cosa sia questo trauma, che prende tanto spazio nella clinica e nella teoria di questo autore. “Trauma” nella sua etimologia più antica, cioè quella della radice sanscrita, indicava l’atto di superare una soglia o di oltrepassare una barriera.

Una seconda evoluzione del termine, passando attraverso il dialetto ionico, lo portò a colorirsi di toni più accesi, andando ad indicare una trafittura, un perforamento (da τι-τραω: foro, perforo). È con l’arrivo del greco antico (τραῦμα) che infine il termine arrivò ad assumere il significato che oggi gli è più proprio, e cioè quello di ferita inflitta o di danno subito.

Sono questi tre strati cronologici che significano il termine “trauma” senza escludersi a vicenda. La nuova significazione, infatti, non si inscrive sopra lo strato precedente cancellandolo ma, al contrario, si deposita su di esso convivendoci.

Mettendo insieme questi strati, dunque, possiamo identificare nel trauma la presenza di un evento percepito come violento, che lacera, perfora un tessuto nell’individuo prima intatto. Strappa qualcosa della consistenza del soggetto -della sua pelle- mostrando un al di là della soglia, un buco nelle rappresentazioni che costituivano prima soggetto e mondo.

Come nella poesia della Szymborska, succede un colpo -un trauma appunto- che non viene ammortizzato, ma che crea una crepa, che spacca la vita in un prima e in un dopo. Qualcosa muore e qualcosa no.

Qualcosa, che è il soggetto, si separa. Qualcos’altro, che è sempre il soggetto, cresce come alieno, in autonomia, come un estraneo. Soggetto ed estraneo, vivo e morto, prima e dopo, coesistono in tutte le loro possibili combinazioni.

Perché il trauma possa essere definito come tale, perché si crei una ferita, bisogna poi che il tessuto che riceve il colpo sia stato, al momento dell’impatto, un tessuto molle. Il trauma avviene cioè nel momento in cui il soggetto si trova impreparato alla ricezione di un colpo, che arriva quindi come inaspettato, su un addominale rilassato.

Questa è una costante che troviamo nella definizione del trauma sin dalla primissima concettualizzazione di Freud, che associa al trauma non la paura, non l’angoscia, bensì lo spavento, proprio per sottolinearne la componente di imprevedibilità.

L’evento traumatico, per definizione, non ha precedenti, resiste all’esperienza. Di conseguenza, l’Io fatica a comprenderlo, fatica a riassorbirlo in modelli o mappe che lo incasellino in una griglia di senso.

Al contrario, l’evento traumatico è ciò che mostra la natura di quelle griglie di senso come illusoria, il velo dell’immagine come un velo e niente più, da cui si vede attraverso, verso un altrove non rappresentabile, osceno.

L’osceno del trauma tende così a prendere il primo piano, a mettersi non più oltre ma davanti al velo. Il trauma quindi non si posiziona dietro al soggetto, nel suo passato, ma torna davanti a lui: nel presente, nel futuro. Torna come una ferita sull’avvenire, come la sensazione che il peggio debba ancora succedere, come una promessa e profezia di ripetizione.

Un modo che il soggetto ha per difendersi dall’eccesso della ferita che il trauma crea è dunque quello di ricorrere alla dissociazione: di rinunciare alla sua unità, perdendone una parte, lasciando indietro la coda, sconnettendo pezzi di sé e processi psichici dal restante sistema psicologico.

Una parte del sé che è collegata al trauma, come l’oloturia della poesia, viene dunque sacrificata, abbandonata, e lasciata vivere in autonomia per preservare la vita del soggetto.

Nella rinuncia all’unità che la dissociazione crea, infatti, il soggetto guadagna un diverso tipo di unità: perde un pezzo di sé, per mantenere una coerenza interna fra i rimanenti stati del sé la cui vita viene invece autorizzata, per non dissolversi, per mantenere un’identità. Così, nella dissociazione, si rinuncia all’unità per mantenerla.

C’è però una clausola firmata tutta Bromberg da aggiungere a questo ragionamento, e cioè il fatto che per Bromberg il fenomeno della dissociazione non sia di per sé patologico, ma sia invece il fisiologico funzionamento della mente umana.

Secondo Bromberg, infatti, la mente umana è costituita da un agglomerato di stati discreti, di parti del sé separate, quantizzate, che formano una colonia di cellule unicellulari ma non un organismo pluricellulare vero e proprio.

Parti discrete del sé si alternano per prendere la scena del palco, una alla volta, in fila ordinata, mai del tutto integrate insieme ma sempre frammentate, dunque in parte autonome.

Ciò che allora permette al soggetto di mantenere una coerenza identitaria va ricercato nella possibilità che queste parti hanno di muoversi, di scambiarsi di posto, di alternarsi, di scorrere, di seguire un ritmo: uno stato del sé, un’assenza, un successivo stato del sé, un’altra assenza e così via.

Secondo questa prospettiva, l’identità che l’individuo si costruisce, dunque, non andrebbe ricercata in una continuità, bensì nel fluido, continuo scorrere di discontinuità.

Ciò che invece, secondo l’autore, succede nel trauma è che la dissociazione prende il sopravvento, irrigidendo questa catena, impedendole uno scorrere fluido, per cui ci sono alcune parti del sé che si alternano sul palco, ed altre invece che hanno vita solo dietro le quinte, e che dunque non esistono, se non in un altrove non-sé.

La direzione della cura secondo Bromberg dovrebbe dunque mirare a reintegrare gli stati non-sé all’interno della catena del sé, oleandola e dunque permettendole di scorrere. In ultima analisi, il fine della terapia sarebbe quello di creare un’auto-narrazione arricchita di quelle parti precedentemente codificate come non-sé, ottimizzando il potenziale di integrazione delle esperienze non elaborate nella memoria narrativa.

Il mezzo per raggiungere questo fine è per Bromberg -coerentemente alla sua scuola di formazione di psichiatria interpersonale- quello di porre l’accento, in sede di analisi, sulle dinamiche interpersonali fra analista e paziente.

In questo senso il locus dell’azione terapeutica non è posto sui contenuti del materiale proposto dal paziente tramite la narrazione e le libere associazioni; al contrario, il lavoro terapico usa e analizza i movimenti transferali e contro-transferali che, nel qui ed ora della seduta, investono le interazioni fra i due attori.

Analista e paziente cercano congiuntamente gli spazi vuoti, di pausa che esistono tra uno stato del sé e l’altro. In questi spazi vuoti, entrambi lavorano affinché, grazie ad essi, possa salire sul palco un sé nuovo, prima d’allora sopito, dissociato, a cui viene invece ora data parola e possibilità di interazione con l’interlocutore che si trova davanti.

In quest’ottica, l’azione terapeutica sarebbe una co-costruzione di una realtà intersoggettiva, frutto della simbolizzazione e significazione delle percezioni affettive riguardo al qui ed ora della relazione fra analista e paziente in seduta.

All’interno del libro si trovano poi diversi esempi concreti di questa dinamica: stralci di seduta, supervisioni e riferimenti in particolare ai sogni portati in analisi dai pazienti. In realtà però il tema del sogno, nonostante compaia nel titolo del libro, è un tema che all’interno dello scritto ha un ruolo tangenziale.

Al contrario, con la terminologia “destare il sognatore”, l’autore si riferisce “a una moltitudine di processi attraverso cui stati del sé fluttuanti nel paziente e nell’analista appaiono sulla scena del dialogo intersoggettivo generando, da entrambe le parti, maggiore coerenza nello stato del sé”.

Dunque, anche nel titolo, così come in analisi, il focus dell’autore sorvola i contenuti di ciò che viene detto per posarsi invece a tutto tondo sulla relazione all’interno del quale quanto detto si esplica.

Referenze

Wislawa S., (2009). Autonomia (1983) in Ogni caso. Libri Scheiwiller. Milano.

Bromberg P. M., (2007). Clinica del trauma e della dissociazione. Raffaello Cortina Editore. Milano.

Bromberg P. M., (2009). Destare il sognatore. Raffaello Cortina Editore. Milano.

Bromberg P. M., (2012). L’ombra dello Tsunami. Raffaello Cortina Editore. Milano.

Freud S., (1990). Al di la` del principio del piacere in Opere Vol. IX. Bollati Boringhieri. Torino.

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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