“Buono, amore”.

È questo l’incipit del film, che vede Marcello rivolgersi a un cane ringhiante mentre lo lava nella sua toeletta per animali. Questa prima scena racchiude, a mio avviso, l’essenza del film.

Marcello parla con tono soave a e dolce a un cane inferocito.

Se in questo caso la noncuranza dell’aggressività del suo interlocutore è funzionale allo svolgimento del suo lavoro, nel resto del film questo modus operandi porterà a una drammatica escalation.

Marcello è il proprietario di una toeletta per cani in una periferia anonima e desolata tra Roma e Caserta. 

È un uomo che sin da subito colpisce per la sua statura minuta, gli occhi profondi e dolci, un sorriso costante, quasi inebetito. Esprime grande amore e tenerezza nei confronti degli animali di cui si occupa e della propria figlia, luce dei suoi occhi.

Nonostante questo coté naif e candido, e coerentemente con l’ambiente in cui si muove, Marcello spaccia cocaina e ha un amico che è il suo opposto: Simone, ex-pugile alto, grosso, violento e tossicomane, che lo bullizza e coinvolge, attraverso la sopraffazione, in diverse azioni criminali.

Simone è odiato dall’intera comunità circostante, che lo vorrebbe morto. Marcello invece, in ragione della sua mitezza e umanità, è benvoluto, e tiene molto alla considerazione che i vicini hanno di lui.

Eppure, colpisce come nonostante inizialmente Marcello si opponga all’intraprendere queste azioni illegali, egli finisca sempre con il prendervi parte, rischiando così di compromettere il suo rapporto con la figlia e con il vicinato.

Dove finisce la sua rabbia? Vien da chiedersi. Perché dopo le iniziali resistenze finisce sempre con l’aderire alle decisioni e soprusi di Simone?

Marcello, persino di fronte alla prospettiva del carcere, da scontare al posto del suo amico, rimane omertoso.

È solamente quando, una volta terminata la detenzione, si vede svilito e aggredito dalla comunità ma soprattutto ignorato dall’amico, non riconosciuto, che riesce a prendere contatto con la rabbia da lui prima d’ora negata.

Finalmente è troppo. Spacca la moto di Simone con una spranga e lo spettatore gode di fronte a questa sua protesta per tutte le ingiustizie subite.

In fondo Marcello vuole solo essere riconosciuto, ed è la ricerca di questo riconoscimento che lo porta a torturare l’amico per ottenere le sue scuse. Sopraffatto dalla distruttività scende in un abisso di violenza che lo porterà a uccidere Simone.

L’ultima scena lo vede diretto verso i compagni della squadra di calcio di quartiere, con il volto tumefatto e il cadavere di Simone sulle spalle. Come un cane riporta l’osso al padrone Marcello riporta il cadavere come ultimo tentativo di ottenere un’accettazione e appartenenza a un tessuto sociale a lui negate.

Purtroppo, si rende presto conto che la partita giocata tra i compagni non è che un’allucinazione visiva, e che a lui resta solo la disperazione della landa desolata che lo circonda.

Questo film secondo me si presta a una duplice lettura.

Da un lato, rappresenta la drammaticità di un ambiente violento che finisce con il corrompere la fragilità di un animo umano altrimenti puro.

Dall’altro, trovo che questo film ci dica anche qualcosa di più, che ci offra uno spaccato della psiche umana molto intimo e che riguarda il bisogno di contatto con l’aggressività che risiede in ognuno di noi. In fondo, Marcello trova in Simone qualcosa che gli serve.

In questo senso, la sua sottomissione non è semplice remissione o stupidità, penso piuttosto che Marcello avesse bisogno di vedere in Simone l’agito di quelle che erano le sue pulsioni aggressive che lui, per qualche motivo, non poteva permettersi.

Marcello pare aver scisso completamente le componenti distruttive (ineluttabili) dalla sua personalità.  Difatti, quando esse alla fine fanno ritorno, frantumano i suoi argini psichici, portandolo ad allucinare, ad uccidere e a intraprendere una via di non ritorno.

Garrone anche in questo film si riconferma, oltre a grande regista, fine lettore dell’animo umano.

Consigliato.

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Olivia Spinola
Sono una psicologa abilitata a Roma, specializzata sull’infanzia e sul supporto alla genitorialità. Ho svolto i miei studi universitari nel Regno Unito, all’Università di Reading, e poi a Milano, all’Università degli studi Bicocca. Tra la laurea triennale e la magistrale sono stata sei mesi a fare una ricerca in India, per indagare le dinamiche di contagio emotivo tramite la voce, e poi a lavorare in un centro diurno per ragazzi a rischio di devianza, a Firenze. Parallelamente al corso in Bicocca, ho seguito un Master online per imparare a utilizzare un approccio Trauma-Informato alla comprensione, valutazione e trattamento del bambino traumatizzato: il Neurosequential Model of Therapeutics, di Bruce Perry. Lavoro nel campo della tutela dei minori e del supporto alla genitorialità (in particolare nella fascia 0-3 anni del bambino). Sono affascinata dalla teoria psicoanalitica, che trovo essere una romantica metafora del funzionamento psichico, e allo stesso tempo dalla ricerca, che ritengo essere fondamentale per svolgere un lavoro costantemente aggiornato. Contatti: olivia.spinola@gmail.com

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