Guardando al decennio che si è appena concluso, viene pensare che la bellezza abbia dominato la scena, dato lo spopolare di modi sempre più efficienti di presentare un’immagine di noi stessi attraente, accattivante e a prova di profile pic con centinaia di like.

In realtà, la bellezza a cui Dostoevskij si riferiva nella sua celeberrima citazione tratta da “L’Idiota” e a cui attribuiva persino un potere salvifico ha un sapore decisamente più filosofico, spirituale e ci riporta al concetto di estetica: dottrina della conoscenza sensibile; dottrina del bello, del naturale e dell’artistico, per estensione “l’esperienza del bello” (Treccani).

Perché la psicologia, in quanto scienza, dovrebbe occuparsi dell’esperienza del bello? Perché pare che – tutto sommato – l’intellettuale russo avesse ragione: la bellezza e l’esperienza del bello sono effettivamente capaci di modificare in meglio diversi aspetti rilevanti per il nostro benessere, come vedremo.

Un modello ben consolidato nello studio della bellezza in psicologia (Diessner, Solom, Frost, Parsons, & Davidson, 2008) vuole che essa comprenda il coinvolgimento in tre domini fondamentali: quello della bellezza della natura, della bellezza di matrice artistica e, infine, della bellezza morale.

Quello della bellezza morale è un concetto interessante, da un punto di vista psicologico; si tratta del sentimento di elevazione che può nascere esclusivamente osservando un altro essere umano mettere in atto un comportamento virtuoso dal punto di vista morale (idem).

L’elevazione comporta un senso di calore, apertura ed espansione, ma si distingue da emozioni similari per una caratteristica: la tendenza all’azione. Provare un sentimento di elevazione nell’osservare la bellezza in una condotta umana moralmente virtuosa induce, nell’osservatore, il desiderio di avvicinarsi a quella condotta e di adottare a sua volta un comportamento pro-sociale; di migliorare sé stesso.

Tuttavia, non basta riconoscere cognitivamente un atto come “morale” per potersi sentire ispirati a perseguire un fine più alto; è fondamentale che gli aspetti emotivi siano coinvolti, che ci si senta trasportati da ciò che si sta osservando, che lo si ritenga, appunto, bello (ibidem).

È un primo passo per capire cosa intendesse Dostoevskij: la nostra capacità di sperimentare il senso del bello può influenzare le nostre emozioni, dunque i nostri pensieri, intenzioni e persino le nostre azioni verso l’altro.

La bellezza è una delle strade che conduce ad un senso di vicinanza e universalità rispetto al prossimo e questo è vero non soltanto per la bellezza morale ma anche, ad esempio, per quella naturale (Zhang, Piff, Iyer, Koleva , & Keltner, 2014).

La tendenza a stupirsi e incantarsi dinanzi alla bellezza di un paesaggio o di un ambiente naturale favorisce il decentramento dell’attenzione rispetto al sé (unselfing), che di rimando permette di assumere un atteggiamento più altruistico e trascendentale, oltre ad avere l’indubbio vantaggio di generare emozioni positive e un senso di benessere “fini a sé stessi” (ibidem).

Infatti, la misura in cui siamo capaci di apprezzare la bellezza nelle sue diverse forme sembra essere indicativa di maggiori livelli di benessere, sia edonico – che concerne il piacere immediato dato dall’esperienza del bello – sia eudaimonico – che riguarda lo sviluppo e la crescita personali (Martìnez-Martì, Avia, & Hernandez-Lloreda, 2014).

Anche la speranza sembra risentire positivamente dell’attitudine alla bellezza e del senso di universalità, unione e apertura che questa induce (Diessner, Rust, Solom, Frost, & Parsons, 2007); la speranza, intesa quale disposizione e come risorsa per affrontare le difficoltà della vita in maniera attiva ed efficace, rappresenta di fatto un elemento protettivo rispetto all’insorgenza di disturbi psicologici come ansia e depressione.

Rafforzare la predisposizione alla speranza attraverso l’esercizio alla bellezza può rappresentare un’ottima strategia preventiva nei confronti della psicopatologia, ancor di più in età evolutiva (idem).

A proposito di esercizio alla bellezza, viene da chiedersi: esteti si nasce o si diventa?

Costa & McCrae (1992), quali eminenti studiosi della teoria dei tratti di personalità, hanno inquadrato la capacità di apprezzare la bellezza come declinazione del più ampio tratto di apertura all’esperienza.

Se una certa predisposizione a fare esperienza della bellezza può essere innata – come altre caratteristiche della personalità e della persona, in generale – sempre maggiori sono gli studi che evidenziano come l’occhio da esteta possa essere allenato. Ed anche con una certa facilità.

Similmente ad interventi volti ad incrementare un determinato atteggiamento (es.: la gratitudine) attraverso l’attenzione e l’esposizione, gli interventi che mirano ad aumentare la percezione della bellezza intervengono su questi aspetti; essi risultano piuttosto efficaci anche tenendo conto della brevità dell’intervento, rispetto alla durata dei risultati.

In sostanza, un training di pochi giorni può produrre un cambiamento significativo nella capacità di fare esperienza della bellezza a lungo termine.

Un esempio? Un diario quotidiano della durata di quindici minuti in cui pensare e raccogliere nove cose belle (tre per ciascun ambito) capitate o osservate durante la giornata (Proyer, Gander, Wellenzohn, & Ruch, 2016), oppure predisporre uno spazio dedicato alla raccolta di quello che di bello capita di incontrare ed apprezzare, come una raccolta di foto, video e musica (Martìnez-Martì, Avia, & Hernandez-Lloreda, 2014). Un buon incentivo per aprire un blog o per dare una svolta al proprio profilo Instagram, ad esempio.

Equilibrio, pro-socialità, benessere, speranza, apertura. Sono solo alcune delle risorse che siamo in grado di coltivare ed impiegare grazie ad un atteggiamento attento e partecipe nell’apprezzare il buono ed il bello che ci circonda, andando oltre le banalizzazioni e rifiutando quella forma di cinismo sterile che impedisce ad ogni nuovo slancio di nascere e di crescere, ad ogni forza positiva di instaurarsi e di dare i suoi frutti.

Non si tratta di assumere un’attitudine naive verso la vita, ma di accoglierla nella sua interezza e nel permetterle di darci ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare le infinite sfide di fronte alle quali siamo posti. Per dirla con le celebri parole di Peppino Impastato:

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

Forse è possibile che, alla fine, sarà la bellezza a salvare il mondo.

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Bibliografia

(s.d.). Tratto da Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/estetica/

Costa, P. T., & McCrae, R. R. (1992). Normal personality assessment in clinical practice: The NEO Personality Inventory. Psychological Assessment, p. 5-13.

Diessner, R., Rust, T., Solom, R. C., Frost, N., & Parsons, L. (2007). Beauty and hope: a moral beauty intervention. Journal of Moral Education, p. 301-317.

Diessner, R., Solom, R. D., Frost, N. K., Parsons, L., & Davidson, J. (2008). Engagement With Beauty: Appreciating Natural, Artistic, and Moral Beauty. The Journal of Psychology, p. 303-332.

Martìnez-Martì, M., Avia, M. D., & Hernandez-Lloreda, M. J. (2014). Appreciation of beauty training: A web-based intervention. The Journal of Positive Psychology, p. 477-481.

Proyer, R. T., Gander, F., Wellenzohn, S., & Ruch, W. (2016). Nine beautiful things: A self-administered online positive psychology intervention on the beauty in nature, arts, and behaviors increases happiness and ameliorates depressive symptoms. Personality and Individual Differences, p. 189-193.

Zhang, J. W., Piff, P. K., Iyer, R., Koleva , S., & Keltner, D. (2014). An occasion for unselfing: Beautiful nature leads to prosociality. Journal of Environmental Psychology, p. 61-72.

 

 

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Ilaria Cerbo
Ho studiato Psicologia Clinica presso l’Università di Padova, conseguendo il titolo con lode. Nel 2016 ho concluso un tirocinio professionalizzante presso il Centro IPPS di Roma, dove ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze nell'ambito della psicoterapia costruttivista e della clinica applicata in generale. Da aprile collaboro con il laboratorio Psy-med presso il Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, dove mi sto formando nell’apprendimento di metodi di ricerca qualitativi. A conclusione del mio tirocinio professionalizzante magistrale lavorerò presso il Reparto di Psicologia Oncologica dell’Istituto “Fondazione Pascale” (Napoli). Mi interesso di scrittura, divulgazione e ricerca. Contatti: cerboilaria@gmail.com

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