In questo momento storico, tantissime persone si trovano ad interfacciarsi con alcuni dei grandi nemici contemporanei: il vuoto, il silenzio, la noia, la mancanza di attività precostituite, l’attesa.            

In una società frenetica che sembra basarsi molto sulla performance, sulla produttività smodata, sulla facile disponibilità di contenuti, appare chiaro che gli individui facciano sempre più fatica, banalmente, a fermarsi. Nel mondo consumistico, non esiste infatti il tempo dello “stop” se tutto deve essere pronto alla velocità di un click.  

Ecco quindi come i sentimenti di noia e di vuoto che in molti stanno sperimentando ultimamente, nella privacy delle loro dimore dimenticate, vengano ora visti come dei veri e propri “nemici da combattere”, quasi come se fossero qualcosa di spaventoso contro cui difendersi. La sola sensazione di avere tanto tempo a disposizione per sé, senza sapere come riempirlo, provoca infatti una grande angoscia.  

Con quali mezzi è possibile difendersi da questo inaspettato nemico odierno?      
Una risposta che si sente frequentemente va nella direzione della totale immersione nei social network, nei programmi televisivi o serie tv.                  
Ma siamo sicuri che siano queste le “efficaci” armi con cui difendersi?   
Il prezzo di queste armi, infatti, rischia di essere particolarmente elevato.
Un possibile effetto derivato dell’avere una mente che viene costantemente riempita da contenuti esterni, entro una modalità passiva, è che non può sperimentare mai un libero spazio di vuoto in cui lasciarsi andare al flusso dei pensieri propri. Alcuni social network, in particolare, potrebbero essere utilizzati come un “riempitivo fine a sé stesso”, che nel bilancio della giornata media non aggiungono nulla, o quasi, a come eravamo alla mattina.

Ma se la mente viene riempita di tali contenuti o da esigenze pratico-operative quotidiane, tuttavia, non ha mai la possibilità di sperimentare questo spazio di vuoto: non esiste quindi alcuna tensione al riempimento, al colmare il silenzio e la noia con un lavoro della mente, ad attivare finalmente il pensiero (Greenson & Kohut, 1992).   

Questi nuovi nemici contemporanei, che ci ritroviamo ora nella nostra quotidianità, forse non sono davvero quelli da cui dovremmo combattere.                     
Questa condizione presente, che per noi costituisce una vera e propria eccezionalità, potrebbe riportarci finalmente a ritrovare quella forma di dialogo interiore (Di Giorgi, 1996) che, nella frenesia della vita di tutti i giorni, potremmo esserci disabituati a fare. Se la nostra vita è dettata unicamente da incessanti ritmi di attività/produzione/dovere che ci tengono impegnati 18 ore su 24, diviene difficile trovare il tempo per lasciare correre la mente.

Le attività di pensiero passano inevitabilmente in secondo piano, primariamente per l’esaurimento del tempo e la saturazione di attività.

Come possiamo dialogare con i nostri sentimenti, se le incombenze ci costringono a farli soccombere sotto altre priorità pratico-operative? Sempre di più si pretendono da noi una serie di automatismi e di ritmi incalzanti che però rischiano di alienarci dal nostro stesso pensare.

Ma in questo momento di pausa e di forzato silenzio, nel quale sperimentiamo cosa significa stare con noi stessi senza le usuali tiranniche interferenze, si può forse aprire uno scenario, se si guarda oltre l’immediato smarrimento e la frustrazione.

Poter godere di questo tempo e spazio, nel quale possiamo attivamente metterci in ascolto dei nostri pensieri, senza che essi siano sovrastati da costanti “rumori di fondo”, può essere un dono estremamente prezioso che possiamo fare a noi stessi ed alla collettività (Di Giorgi, 1996).                         

Ci sono quindi tanti risvolti possibili, in questa nuova situazione, ed alcuni di essi possono essere utilizzati a nostro stesso vantaggio, come se fossero un improbabile effetto collaterale positivo, un derivato buono di una condizione critica. Questo spazio di reclusione domestica che ci sembra così “coatto”, nasconde in sé un’inaspettata libertà. La nostra mente, infatti, non è affatto limitata dai muri delle nostre dimore.   

Lo stato di angoscia prodotto dalla noia, che ora sperimentiamo, è appunto un’opportunità di auto-riflessione sulla propria condizione esistenziale, nonché di ascolto interiore (Di Giorgi, 1996; Van Tilburg & Igou, 2012) ed accettazione (White, 1998).

Avere il tempo per ascoltarci, potrebbe farci riscoprire numerosi aspetti di noi che abbiamo lasciato indietro: antiche passioni, ambizioni accantonate, persone care perdute negli anni che da tempo vorremmo risentire, sentimenti repressi e dimenticati.

Questo, al pari anche dei rimpianti, della tristezza, dei lutti, degli errori commessi e delle difficoltà che si sono affrontate. Dentro di noi si muove tutto un mondo di pensieri ed emozioni che rischiano di non essere prese nella giusta considerazione: di questo mondo, però, tutto conta e ci costruisce come individui.

Come si trova lo spazio per pensare e per comprendersi, se non ci si ferma mai ad ascoltarsi, ma il nostro vivere risulta totalmente saturo? Quando è stata l’ultima volta che ci siamo presi 20 respiri di silenzio, soltanto per noi? Quando ci siamo presi la briga di scoprire che cosa nasce, da questo silenzio?    

L’angoscia che si sperimenta nelle condizioni di noia e di silenzio è stata, da sempre, un importante oggetto di attenzione nel mondo della psicanalisi. Senza il silenzio, non c’è spazio per l’ascolto interiore, per il porsi interrogativi e, di conseguenza, per la scoperta: non c’è tensione verso il sapere. L’irrequietezza è un importante motore alla ricerca, che si può manifestare in un atto di pensiero creativo (Rossi, 2016).                      

Senza pensiero, però, noi stessi ed il mondo di conseguenza giriamo storti. Senza pensiero succede l’inciviltà, l’avventatezza, l’egoismo: succede l’impensabile.        

Il vuoto, questo temuto nemico contemporaneo, può essere oggi un’occasione collaterale guadagnata, perché ci fornisce proprio quello spazio in cui la mente può finalmente pensare e porsi domande, ma non soltanto: è lo spazio in cui può essere divergente, creativa, in cui può lavorare più spontaneamente e scoprire nuovi territori (Cesa-Bianchi et al., 2009).

La noia è il terreno fertile del pensiero creativo (Rossi, 2016).
Come evidenziato da Greenson e Kohut (1992), non c’è movimento senza una tensione, ma non c’è tensione senza un bisogno da colmare, una primaria condizione di insoddisfazione.

L’irrequietezza e l’insoddisfazione sono una condizione primaria che spinge ad un cambiamento (Elpidorou, 2014). Perché sia percepibile questa insoddisfazione della mente, serve però immergersi nel vuoto: per fare questo, bisogna sviluppare la capacità di tollerare questa angoscia, almeno per un tempo sufficiente affinché essa venga trasformata in un movimento generativo e creativo.          

Ci può risultare particolarmente difficile starcene nella solitudine di questo vuoto intollerante, di cui non sappiamo cosa farcene. Diventa difficile capire come impiegare il tempo, se a scandirlo non sono le solite incombenze e regole sociali, ma il frustrante vuoto delle possibilità.

Il vuoto ci spaventa così tanto che siamo costretti non solo a riempire il nostro, ma anche a riempire e scandire ogni secondo della vita dei nostri figli, infarcendoli di attività strutturate e privandoli inavvertitamente dei preziosi momenti in cui possano raccogliere e godere dei frutti della propria mente, libera e creativa. Diversi autori e ricerche hanno messo in luce l’importanza di offrire momenti destrutturati di libertà per lo sviluppo della meta in età evolutiva (Belton & Priyadharshini, 2007).

Questo tempo e spazio personale, che sono la nostra vita, vanno riscoperti necessariamente. Non solo il tempo del dovere, della civiltà e delle regole, che sono fondamentali per sopravvivere, ma anche il tempo della nostra mente, il tempo del pensiero. Diversi autori, tra cui lo psicanalista Fenichel (1934; 1951) hanno definito la noia come uno stato di insoddisfazione ed attesa di appagamento, al pari di quando si sperimenta una sensazione di appetito.

Usiamo quindi questo vuoto come una spinta alla ricerca di nutrimento per le nostre menti addormentate, atrofizzate, abituate ad essere passivamente riempite da altro.                   

Ci servono menti affamate: non c’è fame senza desiderio, ma non c’è desiderio senza vuoto e frustrazione (Fenichel, 1951).   

Questo periodo di distanza e solitudine, questo frustrante vuoto che ci costringe a doverci ascoltare, più vicini che mai a noi stessi, può avere tanti risvolti inaspettati. Proprio questo momento, che ci risulta così amaro, dovremmo prenderlo esattamente come faremmo con una medicina necessaria.    

Il nostro unico vero nemico, che noi tutti dovremmo combattere ora, è l’assenza di pensiero. Ben venga questo tanto temuto vuoto, perché permetterà alle nostre menti di ritrovare loro stesse e la loro creatività perduta: non è questo, adesso, a doverci far paura.        
Spegniamo i televisori e ritroviamo la fame della mente.

Riferimenti:

Belton, T. (2001). Television and imagination: An investigation of the medium’s influence on children’s story-making. Media, Culture & Society23(6), 799-820.

Belton, T., & Priyadharshini, E. (2007). Boredom and schooling: a cross-disciplinary exploration. Cambridge Journal of Education, 37(4), 579-595

Belton, T., & Priyadharshini, E. (2007). Boredom and schooling: a cross‐disciplinary exploration. Cambridge Journal of Education37(4), 579-595.

Di Giorgi, F. (1996). Heidegger, tra attesa, noia ed angoscia, Paradigmi, 41.

Elpidorou, A. (2014). The bright side of boredom. Frontiers in Psychology, 5, 365-371.

Fenichel, O. (1934). Outline of Clinical Psychoanalysis. New York: W. W. Norton.

Fenichel, O. (1951). On the psychology of boredom. In D. Rapaport, Organization and pathology of thought: selected sources.

Greenson, R. R. & Kohut, H. (1992). Noia e apatia. Torino: Bollati Boringhieri editore.

Miserandino, M. (2012). Personality Psychology: Foundations and Findings. Upper Saddle River: Pearson Education.

Ripamonti, C. (2016). Accettazione. In Collana Temenos, Geografia delle emozioni. Bologna: Casa Editrice Persiani

Rossi, R. (2016). Noia: i significati della noia. La perdita di senso fra difesa e trasformazione. In Collana Temenos, Geografia delle emozioni. Bologna: Casa Editrice Persiani.

Van Tilburg, W. A. P., & Igou, E. R. (2012). On boredom: lack of challenge and meaning as distinct boredom experiences. Motivation and Emotion, 36(2), 181-184.

White, A. (1998). A phenomenology of boredom. Journal of the Society for Existential Analysis, 9, 69-81.

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Cristina Paschina
Sono Psicologa Clinica, laureata presso l’Università Cattolica di Milano in Psicologia Clinica: salute e relazioni familiari. Avendo un particolare interesse nei confronti delle tecniche di rilassamento e della psicofisiologia, ho conseguito un Master in Training Autogeno e tecniche di visualizzazione. Presso il Consultorio Familiare dell'Ospedale Niguarda svolgo percorsi di consultazione, valutazione diagnostica e supporto psicologico. Attualmente mi occupo di consultazione e interventi psicologici rivolti ad Adulti e Adolescenti. La mia passione per la divulgazione scientifica e la ricerca mi ha portato ad una collaborazione con il Centro Milanese di Psicanalisi in uno studio longitudinale. Contatti: c.paschina.psicologa@gmail.com

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