Abbiamo perso un’altra occasione per cambiare in meglio e dimostrarci un po’ più attenti nei confronti della categoria.

Non è una tragedia, chiariamocelo, ma è l’ennesimo atto di negligenza che noi (giovani) psicologi subiamo dalle alte cariche della psicologia.

Avrebbero potuto finalmente cogliere l’occasione per cambiare un piccolo ma importante pezzo del nostro lungo, molto lungo, percorso formativo: l’Esame di Stato (EDS) avrebbe potuto essere eliminato, o per lo meno riformato.

E invece nulla. Dalla sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) è arrivato un comunicato diretto al MIUR che qui sotto riportiamo:

Prima di entrare nel merito di tale proposta proverei a vagliare la questione dell’utilità EDS. Pare infatti che siano tutti d’accordo, tranne i diretti interessati, che l’EDS sia un passaggio fondamentale per iniziare la carriera professionale di psicologo.

Ma per quale motivo l’esame di stato sarebbe indispensabile? Valutiamo bene i fatti.

L’EDS per psicologi consiste in quattro prove, tre scritte e un orale. La prima prova è uno scritto di teoria, prevalentemente pensata per valutare la capacità di orientarsi tra le conoscenze di psicologia generale e di psicologia dello sviluppo.

Tutti i temi indagati nell’EDS sono stati ampiamente valutati già nel corso dei cinque anni di studio in Università. Verrebbe dunque da chiedersi: se i laureati, per esser definiti tali, hanno superato innumerevoli esami sugli stessi argomenti, per quale motivo dovrebbero dimostrare ancora una volta di possedere tali conoscenze?

La seconda prova è invece orientata alla realizzazione di un progetto di intervento psicologico attuabile in diversi contesti e con differenti obiettivi; può avere un fine riabilitativo, di sostegno, di prevenzione ecc.

È una prova molto interessante da un punto di vista formativo, peccato che quasi mai durante gli anni di Università agli studenti venga insegnato a stilare un progetto di questo tipo. Di conseguenza la necessità di valutare una competenza acquisita da autodidatti, intesa come requisito fondamentale al raggiungimento dell’abilitazione, stride con l’inadempienza del percorso formativo accademico.

In secondo luogo, la seconda prova richiede di adottare un modello di organizzazione del progetto che spesso non corrisponde ai modelli utilizzati nella realtà lavorativa. Sorge quindi spontanea la domanda: perché mai valutare una competenza secondo parametri che non corrispondono alle applicazioni reali della pratica lavorativa? Perché richiedere l’apprendimento autonomo di qualcosa che non può essere formativo fino in fondo per i futuri professionisti?

La terza prova è il caso clinico, nella quale è necessario formulare un’ipotesi diagnostica, individuare opportuni approfondimenti testistici e fornire indicazioni al trattamento. In alternativa è possibile commentare un caso relativo al mondo della psicologia del lavoro.

Una prova, a mio parere, veramente pratica e stimolante ma, anche in questo caso, sembra che nemmeno tutti gli esami (fino anche ad un numero di 12) di psicologia clinica e psicopatologia superati nel quinquennio possano essere considerati una prova sufficientemente valida per definire apprese le stesse conoscenze e competenze cliniche. Perché? Se non lo fossero saremmo costretti ad ammettere un pessimo operato da parte dei docenti accademici.

Ultima prova, l’orale: esposizione dell’esperienza di tirocinio (sulla quale è obbligatorio fornire in precedenza due relazioni scritte) e analisi del codice deontologico. Sono in procinto di diventare psicologi e nessuno ha mai parlato loro in precedenza del codice deontologico. Basterebbe forse inserire un laboratorio obbligatorio in Università e alla fine anche questa materia potrebbe dirsi assodata.

A seguito di quanto detto finora sento che sia necessario aggiungere un’ulteriore riflessione su ciò che, probabilmente, è il vero elemento cardine che tiene in piedi tutto questo non senso: il costo di circa 500 euro del suddetto esame (ad oggi non sono emerse voci in merito a nessuno sconto).

Forse, specialmente in questo periodo, sarebbe stato necessario eliminare l’EDS poiché molti neolaureati sono senza lavoro e, dunque, senza un quattrino, oppure sono figli di genitori che se non stanno accusando la crisi probabilmente la soffriranno in futuro.

Ma al di là delle condizioni attuali, sappiamo bene che il percorso di formazione da psicologo non termina mai e che sarà sempre necessario un costante lavoro di approfondimento. Abbiamo bisogno di professionisti all’altezza della complessità delle sfide che dovranno affrontare. Pertanto, questi cinquecento euro potrebbero essere meglio spesi in corsi veramente formativi e qualificanti.

Pretendere dunque che tutto ciò rimanga il più possibile invariato, anche alla luce di questo presente difficile, risuona come un approccio carico di indifferenza che genera tanta rabbia e frustrazione.

Anche perché se proprio dovessimo trovare qualcuno a cui far svolgere questo benedetto esame ma, pure in questo caso, sarei profondamente in disaccordo, dovremmo richiederne l’esecuzione ai neolaureati delle università private.

Un Esame di Stato pensato per valutare l’efficacia di programmi statali certificati dallo Stato è un controsenso unico.

Alla luce di quanto detto e della sopracitata proposta del CNOP non può che emergere delusione e rammarico. Subito dopo aver letto la lettera mi è sorta la sensazione che tale proposta fosse stata prodotta rapidamente, senza spendere troppo tempo a vagliare seriamente le alternative e con l’intento di risolvere nella maniera meno impegnativa possibile la questione.

In fin dei conti l’enigma è stato risolto in maniera alquanto sommaria: strozzare in un unico orale di accertamento quattro prove non solo inadeguate, come dimostrato sopra, a vagliare appieno le competenze richieste in ambito psicologico, ma pure ricche di contenuti, su alcune delle quali sarebbe indispensabile, o almeno auspicabile, ragionare piuttosto che semplicemente riferire a memoria.  Prove alle quali, fino a oggi, si è dedicato un tempo di almeno un’ora. Un orale da quattro ore? Impossibile.

Tra l’altro, avendo dovuto far slittare per questioni di sicurezza e organizzative, la data d’inizio dell’EDS al 16 luglio per la sezione A dell’albo e al 24 dello stesso mese per la sezione B, il risultato è che le commissioni avranno circa una settimana per interrogare 200-300 persone.

La riuscita di tale programma appare quindi non solo un ostinato tentativo di salvaguardare uno  step non necessario, ma anche un obbiettivo difficilmente realizzabile a meno di generare un’importante disparità nei metri di giudizio e quindi di far svolgere la prova orale in modo arbitrario e raffazzonato.

A ciò potrebbe aggiungersi il rischio concreto di dover rimandare parte degli esaminandi ad una sessione futura, generando ulteriori ritardi e disagi.

Da chi fa della riflessione una professione ci si poteva aspettare decisamente di meglio, anche perché diverse associazioni di studenti lavorano da anni per riformare l’EDS, facendo proposte concrete come quella di ridurlo ad una prova scritta (il report sul tirocinio post-laurea) e un orale attinente esclusivamente il codice deontologico.

Quindi, se proprio si fosse ritenuto indispensabile svolgere l’EDS, si sarebbe potuto attingere a queste proposte, generando un clima di collaborazione e ascolto reciproco tra professionisti e studenti in procinto di diventare tali.

La cosa che fa molto arrabbiare non è quindi solo la poca attenzione che persiste nei confronti degli studenti di psicologia, impantanati in un percorso, lo ripetiamo, lungo e tortuoso, fatto di tanti anni spesi a formarsi in modo prevalentemente teorico e poco professionalizzante, ma è soprattutto l’impossibilità, ormai esasperante, di riuscire a sviluppare un dialogo costruttivo anche in tempi di crisi sociale, economica e di salute come questi.

Sia chiaro che l’Ordine Nazionale degli Psicologi non ha mai avuto alcuna voce in termini decisionali su questa faccenda, in quanto gli unici enti da sempre preposti a prendere posizioni di peso su questa faccenda sono proprio il MIUR e le Università. Ciò non toglie che, certamente, una lettera come quella sopra citata abbia favorito scelte maggiormente pensate e soppesate.

Tra studenti e Università il dialogo sui temi della didattica ad oggi rasenta lo zero.

Constatiamo quindi che nessuno di quelli che dovrebbe occuparsi della tutela degli studenti lo sta facendo e, come è emerso dalle mie recenti riflessioni, sembra sempre più chiaro che gli psicologi siano capaci di grande empatia nei confronti dei loro pazienti ma di poca compassione verso di sé e la propria categoria.

L’innegabile scorrettezza insita nel tentativo di tardare l’ingresso nel mondo lavorativo delle giovani reclute non può che imprimere su ognuno di noi un sorriso carico di amarezza: benvenuti nell’Ordine!

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Vittorio Arrigoni
Laureato in Psicologia Clinica, ho ideato il format di Cultura Emotiva e ne sono il cofondatore. Pratico meditazione Vipassana e conduco gruppi di Mindfulness, anche di stampo relazionale, ambito nel quale ho conseguito un diploma secondo il metodo Core Process del Karuna Institute (UK), sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, e un master in ambito clinico diretto da Fabrizio Didonna. Collaboro inoltre da settembre 2016 come volontario presso l’Associazione Mudita di Milano, all’interno della quale sto approfondendo le mie competenze nel settore della mindfulness contemplativa. Ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY). Ad oggi lavoro presso la Fondazione Rosa dei Venti Onlus, CT che si occupa del trattamento di adolescenti con disturbi della personalità. Il mio prossimo obiettivo è quello di diventare uno psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

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