“Dimmi una cosa, ragazza,

sei felice in questo mondo moderno? O hai bisogno di più?

C’è qualcos’altro che tu stai cercando?

Io sto cedendo.

In tutti i bei momenti mi ritrovo a desiderare un cambiamento

e nei brutti momenti, io ho paura di me stesso.

Dimmi qualcosa, ragazzo, non sei stanco di cercare di riempire quel vuoto?

O hai bisogno di più?

Non è difficile resistere con così tanta tenacia?

Io sto precipitando […]

Shallow è il brano interpretato dai cantanti Lady Gaga e Bradley Cooper nel film “A star is Born”, vincitore di numerosi riconoscimenti, un Golden Globe, un Premio Oscar e due Grammy Award e divenuto il più premiato nella storia della musica. Con 10,2 milioni di copie, “Shallow” è stata la terza canzone più venduta in tutto il 2019.

Lady Gaga ha descritto il brano come un momento centrale del film, poiché parla del bisogno di Ally e Jackson (i due protagonisti della storia) di approfondire la loro relazione, di aprirsi in maniera autentica e di allontanarsi il più possibile dalla superficie delle cose.

I due musicisti hanno vite turbolente. Jack porta con sé il peso di un passato complicato, ha problemi con l’alcol e la storia d’amore con Ally sembrerebbe la via di fuga da un mondo di successo, ma grigio. “Shallow” sarà la canzone che porterà i due personaggi a svelarsi l’uno all’altra senza riserve, a riconoscere ed indagare le proprie emozioni e ad innamorarsi.

Non ci troviamo di fronte al dispiegarsi di una semplice storia d’amore, ma ad un testo profondo, che fa riflettere su tematiche di vita complesse: la depressione, la dipendenza da sostanze, la solitudine, la violenza di una relazione di coppia basata su equilibri precari e il suicidio. Quest’ultimo sarà il tema centrale del nostro articolo.

In una lettera aperta intitolata “800mila persone si uccidono ogni anno. Cosa possiamo fare?”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e Lady Gaga hanno scritto sul problema universale della salute mentale:

“Sono tutti figli e figlie, amici o colleghi, amati membri delle nostre famiglie e comunità.

Il suicidio è il sintomo più estremo e visibile di un’emergenza di salute mentale più ampia e finora non siamo riusciti a occuparcene adeguatamente.

La stigmatizzazione sociale, la paura e la mancanza di comprensione aggravano la sofferenza di coloro che ne sono colpiti e impediscono l’azione coraggiosa di cui c’è disperatamente bisogno da troppo tempo. Eppure, nonostante si tratti di un problema universale, ancora abbiamo difficoltà a parlarne apertamente o a offrire terapie e risorse adeguate.

Nelle famiglie e comunità spesso rimaniamo in silenzio per colpa della vergogna, secondo la quale chi ha malattie mentali è una persona con minor valore oppure colpevole della propria sofferenza. Invece di trattare chi combatte con questi problemi con la compassione che offriremmo a chi ha una ferita o una malattia, li ostracizziamo, incolpiamo e condanniamo.

In troppi luoghi i servizi di supporto non esistono e coloro che hanno patologie trattabili vengono criminalizzati – letteralmente incatenati in condizioni disumane, tagliati fuori dal resto della società senza speranza!

È importante far capire alle persone che esiste questa tragedia umana e che si possono fare molte cose per impedirla: parlandone, conoscendo i fattori di rischio, i fattori protettivi e i segnali di rischio imminente che di solito si notano quando è ormai già tardi. Dobbiamo essere preparati a fornire tutto il supporto che possiamo, diffondendo un messaggio di solidarietà e condivisione.

Riportiamo di seguito alcune riflessioni sul tema, fornite dall’ideatore della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, il Professore Diego De Leo, psichiatra, psicoterapeuta e uno dei massimi esperti al mondo nell’ambito della Ricerca e della Prevenzione del Suicidio:

  • Ci sono dei segnali che possono essere colti preventivamente nelle persone che tentano un suicidio? È possibile essere d’aiuto in qualche modo?

“Le possibilità di aiuto sono molte, ma hanno tutte alla base una condizione essenziale, ossia che ci sia qualcuno vicino alla persona che sappia captare questi segnali. È importante che qualcuno intorno a noi sia attento e abbia a cuore il nostro benessere e la qualità della nostra vita e sappia interpretare tutte quelle possibili sfumature a livello comportamentale che possono indicare che qualcosa di diverso sta accadendo in una persona.

Si tratta di variazioni comportamentali che possono essere interpretate come segnali d’allarme. Sono di ogni genere e variano con l’età dei soggetti, il sesso e le circostanze della vita. I cambiamenti che si riscontrano con più frequenza nei ragazzi e nelle persone più adulte sono: problemi legati al sonno, difficoltà a frequentare le lezioni a scuola, comparsa di sintomi psicosomatici, peggioramento delle performance scolastiche, assenteismo sul lavoro, ritiro sociale, interruzione o diminuzione dei rapporti amicali, non fare più gli stessi hobby, abuso di alcol, fumo e droghe. È importante sottolineare che queste indicate sono solo alcune rappresentazioni delle mille opportunità che ci vengono date attraverso la lettura e l’osservazione dei comportamenti della persona.

Inoltre, questi possibili segnali di allarme non devono essere confusi con i fattori di rischio. Accade spesso, purtroppo, che questi segnali vengano colti ed interpretati quando le cose sono già accadute. Il rimedio è conoscere la persona, sapere quali sono le sue vulnerabilità, che cosa le procura sofferenza, conoscere i fattori protettivi che ha a disposizione e rinforzare questi ultimi.

L’associazione De Leo Fund così come Telefono Amico costituiscono dei “fattori di protezione” per le persone che chiedono aiuto. Si tratta di contesti protetti, infatti, in cui viene favorita una comunicazione della sofferenza e la condivisione delle esperienze dolorose. Sono realtà che permettono alla persona di compiere uno scarico emozionale profondo e di uscire da una condizione di isolamento e solitudine.

Più complesse invece sono quelle storie in cui le persone pensano di non poter essere aiutate in alcun modo e da nessuno. Si tratta spesso di condizioni in cui la persona sente di essere sola con la propria sofferenza e di vivere una condizione di malessere immutabile; una percezione dolorosa che potrebbe condurla alla decisione di adottare una soluzione fatale.

Ecco quindi che la funzione di De Leo Fund, Telefono Amico e, in generale, di tutte le Helpline al mondo è fondamentale.

Oggi, uno dei pericoli maggiori che incontriamo è l’isolamento e la perdita della comunicazione attraverso la parola. Questo è un elemento essenziale di comunicazione che non può essere sostituito da un messaggio scritto, via chat per esempio, perché manca il calore e la partecipazione, che tutti i clinici sanno essere importanti per salvare le vite. Se non scatta quell’elemento che fa sentire la persona davanti a te veramente interessata, non salvi una vita.

Il calore, l’ascolto attivo, non giudicante e partecipe sono elementi essenziali per salvare una vita. L’interazione faccia a faccia richiede tanta disponibilità da parte della persona che chiede aiuto, ma anche tanta accoglienza da parte dell’operatore e questo non è sempre possibile, in quanto la realtà delle cose ci porta a dover fare i conti con carichi di lavoro, turni, stanchezza e magari anche la voglia di occuparsi di persone con difficoltà “più semplici”.

Parliamo, infatti, di un lavoro molto complesso e che richiede una formazione specifica.

Una delle difficoltà che si hanno nel trattare persone suicidarie è che ci si sente molto responsabili. Il carico di responsabilità fa lavorare con ansia e l’ansia non è una buona consigliera. Vorremmo lavorare sempre con libertà, ma evidentemente la tematica suicidaria ci costringe ad un lavoro intenso e profondo e quindi dobbiamo essere in grado di tollerare questo carico emotivo”.

  • Cosa può fare un famigliare e/o un amico quando scopre alcuni dei segnali d’allarme? Cosa suggerire alla persona a rischio e come intervenire?

“Un amico può fare tantissimo. Esserci e offrire la propria disponibilità può salvare una vita.

La prima condizione è l’esserci che è il contrario del non esserci a cui ci siamo riferiti prima parlando di solitudine. Una persona può sentire intorno a sé il vuoto e potrebbe anche trattarsi di un errore soggettivo, ossia di una condizione non oggettiva, ma che la persona potrebbe vivere come tale.

È bene ricordare che quando parliamo di solitudine oggi non intendiamo l’assenza di persone nella nostra vita, ma intendiamo la sensazione di non aver nessuno di realmente significativo. Un individuo può essere circondato da tantissime persone e sentirsi ugualmente solo. In queste circostanze, la prima cosa da fare è offrire sé stessi ed esserci per l’altro.

Le persone poi non sono sempre in grado di chiedere aiuto. In generale, ma ancora di più nelle situazioni particolarmente a rischio, una possibile strada da percorrere potrebbe essere quella di realizzare un Safety Plan (piano di salvezza).

Si procede in questo modo con la lettura di quello che fa la persona e delle disponibilità che ha nel quotidiano (chi c’è a casa con lei, qual è il medico a cui può rivolgersi, qual è lo psicologo da chiamare in caso di bisogno e cosa fare quando tutto fallisce…). Per ogni persona sarebbe bene realizzare un progetto di salvaguardia.

Ma il livello d’aiuto più naturale resta davvero l’amore, il sentirsi parte di una comunità e di contesti che rappresentino routine di conforto per le persone (le amicizie, i rapporti con il vicinato e con il proprio quartiere ecc.). Le radici vanno rispettate. Sono cose importanti. Una presenza gentile e rispettosa può cambiare una vita”.

  • Alla fine c’è chi resta. Ci sono le persone care, i famigliari e i survivors. Come far fronte a questo immenso dolore?

“Noi di De Leo Fund esistiamo per dare un’accoglienza a tutto questo mondo fatto di disperazione e di mancanza di supporto sociale. Le carenze affettive della nostra società fanno si che si debbano realizzare dei rimedi artificiosi, con la creazione di servizi che suppliscano a tali mancanze.

La nostra associazione si occupa di fornire servizi di supporto gratuito a tutti coloro che hanno perso un proprio caro a causa di un lutto traumatico (suicidio, omicidio, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, overdose, calamità naturali).

Bisogna aiutare le persone a trovare un nuovo progetto di vita. Avere la possibilità di confrontarsi con qualcuno che ha un’esperienza di vita simile alla tua è importante, perché viene spesso a crearsi una comunanza di destini che unisce. Trovare accoglienza e sentirsi parte di contesti non stigmatizzanti è un’oasi di pace rispetto alle difficoltà che ci sono fuori.

Noi di De Leo Fund portiamo avanti questa missione da diversi anni e speriamo di riuscire a miglioraci sempre di più, per tutte quelle persone che si rivolgono ai nostri servizi e che trovano il coraggio di chiedere aiuto”.

If I knew it would be the last time
I would have broke my heart in two
tryin’ to save a part of you” (Ally).

Contatti utili:

  • Associazione De Leo Fund Onlus (Helpline: numero verde gratuito 800-168-678).

Sito al link:https://www.deleofund.org

  • Telefono Amico Italia (Helpline: numero 02 2327 2327)

Sito al link: http://www.telefonoamico.it/

  • A.F.I.Pre.S. Marco Saura (Helpline: numero giallo 800 01 11 10)

Sito al link: http://www.afipres.org/

Letture consigliate:

  • De Leo D, Cimitan A, Dyregrov K, Grad O, Andriessen K: Lutto traumatico: L’aiuto ai sopravvissuti [Traumatic bereavement: Helping the Survivors]. Alpes, Rome, 2011.
  • De Leo D: Un’Altra Vita [Another Life]. Italian adaptation of Turning Points. Alpes, Rome, 2012.
  • De Leo D: Richieste d’aiuto. Assistenza telefonica e telematica. Alpes, Rome, 2020.
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Josephine Zammarrelli
Sono nata ad Agropoli (SA), un piccolo gioiellino nel cuore del Cilento al quale sono profondamente legata. Ancor prima di terminare gli studi liceali ho preso parte al IV Convegno F.I.S.I.G (Federazione Italiana Scuole ed Istituti Gestalt) a Salerno. Ho scritto una tesi triennale, in ambito neuropsicologico, riguardante l’interfaccia neurale per la riabilitazione di deficit neurologici. Attualmente sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Padova. Dal 2016, collaboro in qualità di writer all’interno di un blog informativo “Genitore si diventa” (http://www.genitoresidiventa.it). Sin da bambina ho sempre avuto l’esigenza di dedicarmi all’arte e ad attività capaci di dare espressione al mio mondo personale ed interiore. Il disegno, la danza e la musica sono stati sempre una costante nella mia vita. La comunicazione è vita e “Cultura Emotiva” rappresenta per me un’ulteriore occasione per conciliare questa mia personale esigenza con l’amore per il complesso ed affascinante mondo della psicologia. Contatti: jzammarrelli@virgilio.it

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