Premessa: non ci sono dei veri spoiler, ma ho presentato, con il senno di poi, quella che secondo me è una delle letture che gli autori vogliono inviarci a dare alla serie, quindi, se volete essere totalmente scevri di chiavi di lettura altrui mentre la guardate, leggete questa recensione solo dopo averla vista. 

Avevo delle aspettative prima di iniziare a vedere questa serie. Credevo che mi sarei indignata come psicologa, ma sotto sotto in qualità di spettatrice sarei andata in brodo di giuggiole. Queste aspettative sono state completamente ribaltate e adesso sono qui a chiedervi di lasciarmi togliere un paio di sassolini dalle scarpe da maratona di telefilm, così da poter camminare dandomi un tono da professionista mentre espongo il resto della recensione sul tema della psicologia.

C’era del potenziale. Tantissimo potenziale. Poteva davvero uscirne la genialata del secolo. Avevamo psicoanalisi, magia, letture ambigue della realtà dove l’una e l’altra prospettiva erano pronte a miscelarsi e confondersi, riferimenti storici e folcloristici, personaggi mossi da motivazioni personali in grado di rimescolare le carte in ogni momento.

Tutti elementi vincenti. Elementi vincenti presi e buttati nella spazzatura, secondo un mio personalissimo parere. Questo perché in tutta la serie non c’è quasi mai stato un cambio di registro emotivo: lo stato di tensione costante, senza sali e scendi, alla lunga per qualcuno può risultare noioso.

Bisognerebbe invece giocarci con lo spettatore, farlo salire sulle montagne russe, accelerare, frenare, farlo sentire al sicuro e poi distruggere tutte le sue aspettative.

Questa cosa nella serie non c’è quasi mai stata. Mi è sembrato di passare fin troppo tempo ad ascoltare sempre la stessa nota, talvolta con maggiore frequenza, talvolta a volume più alto, ma sempre la stessa nota a cui mi ero abituata nel giro della prima mezz’ora.

Per cercare di aggiungere maggiore tensione, a quel punto, secondo me, l’unica cosa che gli autori avrebbero potuto fare, e che hanno fatto, sarebbe stata inserire scene sempre più forti, sempre più violente e ciò sarebbe servito ad attrarre l’attenzione di uno spettatore che si era ormai acclimatato.

La mancanza di modulazione del registro emotivo, insomma, ritengo sia stata una scelta stilistica poco funzionale per il coinvolgimento dello spettatore. Nell’ultima puntata, però, a onor del vero, la modulazione in cui speravo c’è stata e infatti mi è piaciuta più delle altre.

Per quanto concerne il tema della psicologia e del personaggio storico di Freud è importante segnare un confine tra ciò che è reale e ciò che è funzionale allo svolgimento della trama.

La scelta di utilizzare il personaggio di Freud per raccontare questa storia è “giustificata” dalla messa in campo di diversi elementi della teoria psicoanalitica e del momento storico, ma quasi tutti gli elementi della teoria psicoanalitica sono poi stati presi e amplificati, mistificati e avvicinati alla magia.

Si tratta di una sorta di “che cosa sarebbe successo se” in cui si cerca di convincere lo spettatore ad accettare il gioco, sospendere il giudizio e credere che queste cose possano anche essere successe, che questi legami tra psicoanalisi e misticismo siano stati effettivamente scoperti, solo che, per motivi che si comprenderanno nel corso della serie, noi non abbiamo la documentazione storica e scientifica dell’avvenuto.

Penso che l’idea sia assolutamente geniale, ma diventi purtroppo divertente solo quando si capisce che questo è il gioco a cui si dovrebbe prendere parte, il che secondo me avviene troppo tardi per potersi godere la serie come si deve.

Nella prima puntata vediamo un giovane Freud osteggiato e bistrattato dai suoi colleghi perché vorrebbe avvalersi dell’ipnosi per curare l’isteria. Ipnosi e isteria sono due elementi centrali nella serie. Di fatti il padre della psicoanalisi all’inizio della sua carriera si è occupato proprio di curare l’isteria utilizzando il metodo dell’ipnosi.

L’isteria era un disturbo molto diffuso all’epoca. I disturbi psicologici, infatti, hanno una loro storicità e contestualità, ciò significa che per vari motivi è più probabile esprimere il proprio malessere manifestando una certa sintomatologia in un tempo e in un luogo dati piuttosto che in un altro.

Pensiamo ad esempio ai disturbi alimentari, che sono una vera piaga nei Paesi più ricchi, mentre, per motivi piuttosto ovvi, sono molto meno frequenti nei Paesi più poveri, dove il malessere viene espresso diversamente.

Quando parliamo di isteria, nella serie, ci riferiamo più spesso alla cosiddetta “isteria da conversione”, un disturbo in cui il paziente sperimenta dei sintomi fisici pur in assenza di una lesione neurologica.

Un esempio classico è la cecità: una cecità isterica rispetto ad una cecità neurologica si distingue per il fatto che la persona con sintomi isterici continua a manifestare dei riflessi, come il restringimento della pupilla, se esposto ad una fonte luminosa. Questo viene mostrato anche nel telefilm.

La presenza di sintomi in mancanza di una lesione neurologica non era ben vista all’epoca, questi pazienti, quindi, erano poco considerati dal punto di vista medico. “Isteria è un altro nome per menzogna” dice ad un certo punto un superiore del giovane Freud.

Ci viene mostrato quindi anche lo stigma verso la sofferenza psicologica e ci viene data una panoramica senza fronzoli su quelli che erano i manicomi. I pazienti venivano “curati” con quelli che oggi considereremmo trattamenti inumani e questo, da una parte, ci fa capire quanto fosse all’avanguardia la teoria freudiana e quanto abbia contribuito a cambiare la situazione; ho trovato questo aspetto lusinghiero verso la psicoanalisi.

Nello stigma verso l’isteria, inoltre, ho trovato uno spunto di riflessione riguardo al modo in cui ancora oggi viene visto il malessere psichico. Pensiamo al caso della depressione, in cui si tendono a colpevolizzare le persone per il fatto di “non reagire” alle avversità della propria vita, o ai disturbi alimentari stessi, al cui riguardo si tende ad accusare chi ne è portatrice di rovinarsi “solo perché vuole essere più magra”, quando chiaramente in entrambe i casi le dinamiche sono molto più complesse e per nulla superficiali.

Se da un lato questa stigmatizzazione non fa più parte della psicologia e della psichiatria, esiste purtroppo nel senso comune; qui possiamo cogliere un elemento di continuità con l’epoca, qualcosa di così radicato culturalmente da non essere mai stato totalmente eradicato.

Torniamo però a Vienna, torniamo all’isteria. Che cosa significa “da conversione”? Cosa viene convertito in cosa?

Secondo la teoria freudiana, che comunque è stata modificata, ampliata e rielaborata molteplici volte, il sintomo è un’espressione simbolica di un trauma o desiderio inconscio che vuole emergere.

Quando un trauma o desiderio risulta essere intollerabile, infatti, interviene il meccanismo di difesa della rimozione, che ne sposta il ricordo nell’inconscio, così da poter proteggere l’Io dal ricordo traumatico stesso.

Il ricordo, però, lotta per emergere e lo fa, per l’appunto, sotto forma di sintomo; quando si riesce a riportare il ricordo alla memoria cosciente il sintomo cessa.

Inizialmente Freud utilizzava l’ipnosi perché durante lo stato ipnoide le difese dell’Io si abbassano e ciò consentiva un più facile accesso al ricordo traumatico e quindi la cessazione del sintomo.

L’ipnosi può essere definita come “uno stato di coscienza che coinvolge un’attenzione focalizzata e una ridotta consapevolezza periferica, caratterizzata da un’aumentata capacità di rispondere alle suggestioni”, l’ipnoterapia d’altra parte è “l’uso dell’ipnosi in trattamenti medici o psicologici” (APA division 30, 2014).

Quest’ultima solitamente consiste nell’utilizzo dell’ipnosi in combinazione a psicoterapie di diverso tipo, come quella strategica, cognitivo-comportamentale o psicodinamica. I diversi tipi di psicoterapia che se ne avvalgono costituiscono il quadro teorico entro cui orientare e dare un senso all’intervento ipnotico e alle sue finalità.

Ancora oggi, quindi, viene utilizzata e si rivela utile nel migliorare gli effetti benefici della psicoterapia, quando ha senso utilizzarla rispetto agli obiettivi della stessa.

L’utilizzo dell’ipnosi è stato successivamente sostituito da Freud con le libere associazioni e l’interpretazione dei sogni, che vengono definiti “la via maestra per l’inconscio”; questo perché i benefici dell’ipnosi all’interno del suo intervento erano limitati ad un periodo temporale circoscritto, dopo di che i sintomi tornavano a manifestarsi come prima.

Ciò avveniva perché i pazienti accedevano al materiale inconscio in uno stato di coscienza parzialmente alterato e dopo la seduta ipnotica non conservavano alcun ricordo di averlo riportato alla luce; accedervi in uno stato di totale coscienza e poterli elaborare, per Freud, invece, si è poi rivelato più utile.

Questo è uno dei principali motivi per cui noi sappiamo che Freud ha abbandonato il metodo ipnotico, ma io credo che nel telefilm vogliano invitarci a fingere insieme a loro che questa motivazione sia solo una copertura e che sia invece successo qualcosa di importante legato alla tecnica, qualcosa di grosso che loro ci stanno raccontando e ci racconteranno, qualcosa che ci è stato occultato.

Nella serie, infatti, la capacità di utilizzare l’ipnosi viene presentata un po’ come un superpotere. Questo è uno degli elementi che segnano il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

I costrutti riguardanti metodo e teoria psicoanalitica ci sono, ma poi vengono presi e modificati, come se fosse un film di fantascienza. Non aspettiamoci mai una presentazione del concetto che sia rigorosa, aspettiamoci solo la sua comparsa e aspettiamo di vedere come venga esasperato e trasformato.

Ritengo quindi che se la cosa fosse stata trattata con più finezza, se ci avessero tenuto sospesi con più abilità sul filo immaginario che nella serie segna il legame tra psicoanalisi e magia sarebbe stato bellissimo; purtroppo però ne è uscito l’effetto “elefante in una cristalleria” e i temi psicoanalitici sono stati eccessivamente schiacciati da quelli magici, credo che questo sia un vero peccato.

Non so se guarderò la seconda stagione, ma sono contenta di essermi sforzata di vedere la prima perché tutto sommato credo sia un prodotto interessante dal punto di vista cognitivo, sebbene molto noioso dal punto di vista emotivo.

La maggior parte delle considerazioni che ho fatto sono legate a gusti strettamente personali, quindi, se non lo avete già fatto vi invito a guardarla con i vostri occhi e farvi la vostra idea. Se, invece, già l’avete vista… che cosa ne pensate voi?

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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