Due anni fa io e Vittorio abbiamo scritto due articoli riguardanti le dichiarazioni di Raffaele Morelli sul fatto che “in ogni donna ci fosse una potenziale prostituta”; lui le ha contestualizzate nell’ambito della psicologia analitica, io le ho criticate perché secondo me nel suo discorso lo psichiatra non si era curato sufficientemente del contesto socio-culturale.

Siccome sto per criticarlo per lo stesso motivo vorrei riprendere un attimo il suo discorso dell’altra volta.

Il dottor Morelli ha dichiarato che in ogni donna ci fosse una potenziale prostituta portando come esempio quello di una bambina a cui viene chiesto un bacio: lei all’inizio dice di no, poi le si regala una bambola, le si chiede ancora il bacio e lei lo concede. Cosa che, aggiungerei, avviene anche con i maschi, sebbene riconosca che è possibile che gli adulti mettano in atto questo comportamento più spesso nei confronti delle bambine.

La lettura data dallo psichiatra a questo genere di fenomeno è basata sugli archetipi, ossia su immagini primordiali, simboli innati che abitano il nostro inconscio e guidano il nostro comportamento; una lettura del genere, però, può essere molto limitante se non si tiene conto di come il contesto in cui viviamo influenzi a sua volta il nostro comportamento.

Dove lui vede delle figure che si attivano nell’inconscio della bambina e ne guidano il comportamento, io vedo degli adulti che non rispettano la sua volontà e che le insegnano, magari anche con buone intenzioni, che il suo consenso può essere comprato, che il loro desiderio di ottenere ciò che vogliono è più importante della sua volontà e lo sarebbe lo stesso, perché loro sono adulti ed hanno più potere di lei su lei stessa e sul mondo circostante, ma le stanno facendo anche un grosso favore lasciandole trarre un piccolo vantaggio dalla situazione.

Senza volerlo questi adulti le stanno insegnando una lezione su che cosa significhi essere una donna e se tanti episodi di questo tipo si verificheranno nel corso della sua vita, probabilmente imparerà quello che deve.

Avremo la potenziale prostituta (simbolicamente parlando) di cui il dottor Morelli parla; ma non saranno stati i suoi archetipi a portarla lì, al massimo ciò che in lei c’era di spontaneo, quel primo no, che era espressione della sua volontà, sarà stato messo a tacere per mezzo di meccanismi di condizionamento operante.

Io vedo una società violenta in modo sottile e pervasivo verso le bambine (e i bambini).

Molte polemiche sono ruotate intorno alla sua affermazione, nel senso che molte persone hanno trovato (anche giustamente) offensiva la frase “in una donna c’è una potenziale prostituta”. Io non critico la frase in sé, io critico il mancato riconoscimento del ruolo della socializzazione e del contesto sociale più allargato in cui questa socializzazione si inserisce (aspetto che ho approfondito meglio nello scorso articolo).

Le bambine e i bambini vengono socializzati in un certo modo e può essere che ciò avvenga per mantenere un dato ordine sociale, vengono puniti quando non incarnano quel comportamento; se gli archetipi sono immagini primordiali, come possiamo assumere che siano questi a guidare il loro comportamento in un sistema ben costruito di premi e punizioni?

Quello che il femminismo ha sempre criticato è che in un contesto sociale patriarcale la donna abbia dovuto adottare determinati ruoli e che poi quei ruoli siano stati naturalizzati e utilizzati per spiegare la sua presunta inferiorità.

È vero che più spesso le donne mettono in atto certi comportamenti, ma quel è la spiegazione? La spiegazione sta dentro o fuori di loro? O, meglio, nell’incontro tra di loro e la società?

Nelle sue ultime dichiarazioni ho riscontrato ancora una volta lo stesso problema, ossia che il dottor Morelli non sembri assolutamente porsi questo dubbio; tutto, nel suo discorso, diventa un dato ontologico.

Le donne accendono il desiderio e guai se non è così” dice, e aggiunge che il desiderio è femminile e che il femminile è la radice, che qualunque cosa tu faccia nella vita, anche professioni culturalmente considerate maschili, se sei donna, il femminile debba sempre accompagnarti, oppure questo potrebbe essere alla base di certe patologie e sofferenze psicologiche.

Nella psicologia analitica junghiana il principio femminile (anima) e il principio maschile (animus) non sono caratteristiche dell’uomo o della donna, ma si trovano in entrambi; sicché una donna può essere guidata da archetipi maschili e un uomo può essere guidato da archetipi femminili.

Non è la mia ottica preferita di osservazione della realtà, questo lo premetto, se mi sentite claudicante è perché sto provando a guardare le cose da un punto di vista con cui, attualmente, non mi sento a mio agio, ma con il quale non sono in assoluto disaccordo.

Per me è più accettabile dire che alcuni comportamenti/pensieri e sentimenti siano stati arbitrariamente (o utilitaristicamente) attribuiti all’uno o all’altro sesso, diventando degli stereotipi prescrittivi, e che, quelli attribuiti alle donne siano stati in qualche modo etichettati come inferiori, sporchi o scarsamente desiderabili.

Eppure questi pensieri/sentimenti e comportamenti sono umani e insegnare alle persone che se vogliono essere donne o uomini nella nostra società devono incarnarne alcuni e non altri significa soffocare delle parti della loro personalità. Sono altresì persuasa che questo possa essere fonte di sofferenza.

Da una parte, quindi, il discorso sulla rinuncia al femminile che può essere alla radice di determinati disturbi può avere senso; d’altra parte è pur vero che fa parte dei peccati della storia della psichiatria l’aver istituzionalizzato, e quindi rinchiuso in manicomio, le donne e gli uomini che si rifiutavano di aderire ai canoni socialmente imposti per il loro sesso, rendendosi strumento di mantenimento dell’ordine sociale.

Anche alcune autrici femministe parlano dei danni della rinuncia al femminile, o dell’accomodarsi sul modello maschile, ma con la parola “femminile” non fanno riferimento a ciò che viene socialmente attribuito alle donne.

Carla Lonzi, una delle principali esponenti del femminismo della differenza, ritiene che la donna sia altro rispetto all’uomo e che la lotta femminista non dovrebbe avere come finalità quello di rendere le donne uguali agli uomini, dice anche, però, che non dovrebbe essere nemmeno quello di aderire ai canoni socialmente stabiliti di femminilità: “la forza dell’uomo sta nell’identificarsi con la sua cultura, la forza della donna nel rifiutarla”.

Parte della cultura con la quale la donna non dovrebbe identificarsi è l’idea di femminilità che questa porta avanti; la donna secondo questo approccio dovrebbe organizzare gruppi di autocoscienza e scoprire autonomamente se stessa.

La necessità di questa autonomia ha senso nel momento in cui la donna è quasi sempre definita in relazione all’uomo, poiché è stata definita dall’uomo in relazione a se stesso.

Quando le donne non potevano accedere agli ambienti accademici gli uomini le descrivevano in questo modo e attualmente il loro pensiero può diventare un presupposto su cui costruire le riflessioni sulla differenza sessuale se non lo si analizza in modo critico e mette in discussione, cosa che Carla Lonzi ha fatto quando ha scritto “Sputiamo su Hegel”; il cui focus è, però, politico.

In questo brano dice, comunque, cose che possono interessarci, come: “La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia” e “Problema femminile significa rapporto tra ogni donna – priva di potere, di storia, di cultura, di ruolo – e ogni uomo – il suo potere, la sua storia, la sua cultura, il suo ruolo assoluto. Il problema femminile mette in questione tutto l’operato e il pensato dell’uomo assoluto, dell’uomo che non aveva coscienza della donna come di un essere umano alla sua stessa stregua”.

Per questa ragione penso che la frase di Morelli “questo lo dice la psicoanalisi” non possa essere una spiegazione sufficiente delle sue affermazioni. Riportare certi pensieri senza tenere conto della critica a questi mossa dalle donne, significa, di fatto, prendere in considerazione solo il punto di vista maschile sul femminile.

Poiché certe teorie sono figlie della nostra cultura e, in ambito accademico, le donne come classe sociale non hanno potuto partecipare alla creazione di questa cultura, che pure le riguarda in modo lapalissiano, e non hanno potuto farlo fino a tempi relativamente recenti, può avere un suo senso metterle in discussione e non accettarle come semplici dati di fatto (o valori assoluti, per riprendere il lessico di Carla Lonzi).

Ciò senza contare che esistono diversi filoni psicoanalitici divisi su molte tematiche, quindi quando si asserisce “lo dice la psicoanalisi” bisognerebbe avere cura di specificare quale autore/autrice o quale filone di pensiero, anche se nel contesto di un’intervista è comprensibile che si tenda a semplificare; ritengo utile specificare questo aspetto, ma non incolpo Morelli per non averlo fatto.

Mettere in discussione certe affermazioni può avere senso soprattutto perché nel discorso di Morelli, purtroppo, il femminile è descritto nella maniera più classica: in relazione all’uomo, la donna deve accendere il desiderio nell’uomo.

Il femminile dimenticato o abbandonato sembra configurarsi come quello che vede la donna secondo la più classica tradizione patriarcale; ci sono anche psicologhe femministe che hanno parlato dell’abbandono degli archetipi femminili, ma non intendevano quello che ha detto lui, che sembra più un rimpianto per l’abbandono dei vecchi ruoli di genere, che vedono per lo più la donna come oggetto del desiderio anziché come soggetto; aspetto del “femminile” che storicamente non ci è stato praticamente mai negato.

In questi giorni sto leggendo un bel libro, che si chiama “Voci di donna – il complesso intreccio tra psicologia e femminismo”, a cura di Simona Adelaide Martini; in quarta di copertina dice una cosa che anche io penso da tanto tempo, ossia: “Le scienze umane, in ogni epoca storica, hanno focalizzato gli studi e le ricerche, spesso trascurando le differenze di genere o connotandole e strumentalizzandole per costruire stereotipi, finalizzati a sminuire il ruolo femminile, subordinandolo a quello maschile […]”

Nel primo capitolo, una delle autrici, Valeria Bianchi Mian, parla proprio degli archetipi e, tra le varie cose, dell’abbandono degli archetipi femminili; i quali, ricorda spesso, sono presenti anche nei maschi e, venendo considerati in qualche modo inferiori, vengono messi a tacere anche in loro; il focus del libro è tuttavia sugli esseri umani di sesso femminile.

Molte donne, secondo l’Autrice, hanno fatto propri i valori tradizionali del principio maschile (Animus) e sembrano aver dimenticato quelle tradizionalmente attribuiti al femminile, come se fossero inferiori, negativi o non idonei.

Eppure, non è dato principio maschile senza femminile e l’unione dell’Io femminile con l’Animus cosciente ci renderebbe più forti; se, invece, l’Animus arriva ad assumere potere e porta all’identificazione col maschile e quindi a fare proprio il modello di ruolo tradizionale maschile, questo può far rimanere le donne preda dell’altro, impendendo loro di fatto il raggiungimento di una vera indipendenza.

Per svincolarsi da questo meccanismo bisognerebbe quindi operare con se stessi e ascoltare le voci dell’Ombra, tra cui la voce del serpente, che contempla ciò che è stato respinto dal pensiero patriarcale, soprattutto il corpo, poiché farlo potrebbe portarci alla trasgressione e alla conoscenza della realtà della vita.

Siccome questo non è il punto di vista per me più comodo e qui ho avuto poco spazio per trattare l’argomento, so di non aver reso veramente giustizia al pensiero della collega, che è invece molto affascinante e ben più complesso; il mio invito è quindi quello di leggere direttamente le sue parole.

Spero comunque di aver reso l’idea della differenza tra questa tipologia di sguardo sulla realtà e quello che sembra aver espresso il dottor Morelli.

Il problema di fondo, infatti, non è tanto l’aver detto che la donna dovrebbe riappropriarsi degli archetipi femminili, ma che questi siano stati ridotti al ruolo di “donna oggetto” in relazione allo sguardo maschile, senza aver contemplato tutte le altre dimensioni che storicamente sono state considerate in qualche modo inferiori e senza aver invitato le donne a cercare da sé il proprio centro e la propria verità.

In breve, considero che la critica all’abbandono del femminile abbia un senso, lo riconosco, ma lo condivido per come è stato espresso dalla dottoressa Mian, non per come è stato espresso dal dottor Morelli; il quale, forse con delle buone intenzioni, credo sia caduto nella trappola di considerare come valore assoluto una cultura che non ha provato a guardare con occhi esterni.

Referenze:

Lonzi, C. (1974). Sputiamo su Hegel, la donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti.

Martini, S. A (2020). Voci di donna, il complesso intreccio tra psicologia e femminismo. Edizioni Underground.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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