Non è solo una sensazione personale o popolare, ogni anno l’asticella di richieste che la società ci impone aumenta. Oltre ai canoni estetici, di fama e ricchezza ben più infidi sono quelli legati al successo personale e ai titoli accademici o lavorativi ottenuti.

Nonostante in Italia la percentuale di laureati sia bassa (25% circa. Istat, 2013), sono aumentati gli attacchi di panico e l’ansia relativi all’avere un buon titolo di studio o ad ottenere una buona posizione lavorativa.

Si pensi anche solo a quanto più spesso la pubblicità passa spot di gastroprotettori o antiacido per il bruciore di stomaco dovuto allo stress o ad una vita disordinata.

Insomma, se ci si ferma al diploma o prima, questo tipo di problematiche sembrano molto meno frequenti, mentre chi decide di continuare non solo è sottoposto a una certa pressione durante gli anni dell’università, ma sembra che la laurea non basti più, che sia un titolo ormai quasi preparatorio a master e specializzazioni (The Guardian).

Due professioni esemplari in tal senso sono quella del medico e, guarda caso, dello psicologo. A chi decide di fermarsi all’abilitazione viene chiesto: “Ma come, finisci qui? Non ti specializzi in altro?”.

Le fatiche già affrontate unite all’idea di quelle che si dovranno fare ancora e al costante confronto con gli altri rischiano di mandare in burnout il giovane laureato.

Qualche tempo fa, un paziente angosciato, dopo avermi illustrato le fatiche del suo percorso di studi e l’impossibilità di trovare un lavoro adeguato mi ha chiesto in lacrime: “Che altro vogliono da me? Cos’altro cerca la società?”. Questa situazione è peggiorata dalle condizioni lavorative attuali in Italia.

Un recente articolo, dal titolo “Non è un’economia per giovani”, pubblicato dal “The Guardian”, sostiene che i laureati di oggi saranno più poveri dei loro genitori, un fenomeno unico nella società del dopoguerra.

Questa situazione di ansia per il proprio futuro è peggiorata dal confronto con gli altri. I social network ci pongono costantemente di fronte ai successi altrui, a dei curricula più ricchi dei nostri e a vite apparentemente più piene e appaganti.

Attuiamo dunque un vero e proprio confronto sociale (Festinger, 1954), che permette di valutare le proprie prestazioni e acquisire conoscenze su di sé. A questo tipo di confronto si può reagire in maniera propositiva, rimettendosi in discussione, oppure con la fuga, il self-handicapping e il confronto sociale verso il basso, in cui ci si sminuisce (Duval e Wicklund, 1972).

Si tratta di un fenomeno tipico della società moderna, soprattutto di quella occidentale e delle grandi metropoli, che viene esperita come incentrata sull’apparire, dove bisogna per forza essere belli e in forma, avere casa e famiglia perfette, un lavoro di un certo livello; è una società di doveri, competitiva (bisogna sempre essere meglio degli altri), frenetica, molto “mentalizzata”, dove si fanno poche cose pratiche mentre si rumina sul passato (pensando a cosa non è andato bene, cosa potevamo fare di diverso) e rimugina sul futuro (pensando di poterlo prevedere o controllare).

Ma, soprattutto, è una società che richiede il multitasking, l’impegno in più attività e compiti differenti contemporaneamente, che è la cosa che manda maggiormente nel panico le persone e dove, paradossalmente, diventano stressanti anche le cose piacevoli.

Ma qual è la conseguenza di tutto ciò?

Solitamente le reazioni possibili sono due: o si cade nel circolo vizioso dell’iperlavoro, oppure si regredisce e ci si isola sempre di più come nel fenomeno recente degli hikikomori.

Sul versante del lavoro eccessivamente intenso, è utile notare come siano tanti gli occupati che somatizzano perché lavorano troppo (o male).

Per più del 50% dei lavoratori italiani infatti lo stress è dilagante in ufficio, e quattro su dieci sono convinti che il problema non venga gestito in maniera adeguata dalla propria azienda.

Questi i dati dell’agenzia Eu-Osha, che ritiene allarmante la diffusione del cosiddetto “stress lavoro-correlato” con una stima, a livello europeo, di 40 milioni di persone coinvolte.

Le cause del malessere? Il carico di lavoro eccessivo – o ripartito in maniera non corretta – oppure, al contrario, la sensazione di essere sottoutilizzati; si aggiungono poi i ritmi produttivi (troppo) accelerati e la difficoltà a fare carriera come si vorrebbe.

Molto comune la percezione di ostilità (persino quando oggettivamente ingiustificata) da parte di capo e colleghi, e la comparsa di dipendenze da alcol e sigarette.

Immancabili, tra le cause, anche i rapporti conflittuali con i colleghi, che, oltre alla competizione e agli sgambetti professionali, si basano su questioni (all’apparenza) ridicole, come la regolazione della temperatura in ufficio, le richieste di uscite anticipate o permessi, ecc.

Alcuni Paesi hanno progressivamente deciso di ridurre le ore annue di lavoro dei dipendenti per fa sì che il tempo passato al lavoro sia compensato dal tempo libero. Ad esempio, se nel 1995 i tedeschi passavano al lavoro in media 1.528 ore all’anno, nel 2015 si sono ridotte a 1.371.

In Spagna si è passati da 1.755 a 1.691 e in Francia da 1.605 a 1.482. Anche in Italia il trend è stato lo stesso: dalle 1.856 del 1995, dopo dieci anni si è arrivati a 1.725. Che sono però 354 in più rispetto alla Germania e 243 più di un lavoratore francese (Il Fatto Quotidiano).

Sul fronte invece di chi decide di ritirarsi dalla collettività, per Hikikomori, che è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”, ci si riferisce generalmente a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi di tempo (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.

È un fenomeno che riguarda principalmente giovani tra i 14 e i 30 anni e di sesso maschile, anche se il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora. Le cause possono essere diverse: familiari, caratteriali, scolastiche, sociali.

Tutto questo porta ad una crescente demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, che diventa sempre più minacciosa ai suoi occhi e lo spinge sempre di più al ritiro, in un circolo vizioso che culmina in un vero e proprio rifiuto della stessa.

Per quanto riguarda invece la dipendenza da internet, fenomeno che notoriamente si associa alla condizione di hikikomori, si è visto che esso non sarebbe la causa dell’esplosione di questo fenomeno, ma solo una sua conseguenza.

Quale potrebbe essere quindi un modo per fronteggiare l’ansia a cui la società ci sottopone?

Sicuramente per ciò che concerne la percezione dei propri successi, in accordo alle teorie di Festinger (1954), sarebbe da evitare il confronto continuo e peggiorativo con gli altri, banalmente smettendo di seguire in maniera assidua i social network, all’interno dei quali viene riflessa solo una piccola porzione di vita di una persona, non necessariamente veritiera o autentica.

Non tutto ciò che viene mostrato è reale.

Un’altra cosa da fare è ragionare sul proprio modo di pensare e metterlo in relazione con il proprio malessere.

Spesso infatti non è tanto la situazione in sé ad essere particolarmente negativa, ma il significato che noi gli attribuiamo e quindi il tipo di ragionamenti e pensieri con i quali la valutiamo.

Questo assunto si basa sulla teoria cognitiva che dà molto valore ai pensieri e al loro potere di condizionare scelte ed azioni.

Contemporaneamente è possibile utilizzare le emozioni provate come un segnale per capire meglio cosa ci sta succedendo, come feedback dal quale trarre suggerimenti sulle decisioni o sui comportamenti da attuare.

Le emozioni non sono quindi la causa delle vostre preoccupazioni.

Entrare in contatto con le proprie emozioni offre la possibilità di scoprire valori e credenze profonde che guidano le nostre motivazioni. Successivamente è possibile riequilibrarle nel caso in cui non siano più funzionali per noi.

Inoltre, è importante sviluppare un buon senso d’appartenenza alla comunità, investire sulle proprie relazioni interpersonali, sulla partecipazione ad attività di interesse collettivo che ci consentano di sperimentare un sentimento d’appartenenza esterno al lavoro, allo studio e alle pressioni sociali, e di soddisfare i bisogni personali altrimenti inappagati.

In generale, sarebbe opportuno tornare a considerare sé stessi e i segnali che ci invia il nostro corpo, imparando a considerarci nuovamente come esseri a 360° e non solo dei soggetti che devono essere obbligatoriamente performanti.

Riconsiderare la propria unicità, con i pregi e difetti che comporta, aiuterà ad affrontare anche i limiti che la nostra psiche o il nostro fisico ci impongono.

Per tutte quelle situazioni che crediamo di non riuscire a superare da soli, onde evitare di andare in burnout, potrebbe essere utile consultare uno psicologo che saprà certamente aiutare a fare chiarezza e dare sostegno.

 

Bibliografia:

Dottoressa Federica Lollo, psicologa e psicoterapeuta in Humanitas Medical Care Arese e in Humanitas Mater Domini Castellanza.

Festinger, L. (1954). A theory of social comparison processes. Human Relations, 7, 117–140

Rostan M. (2014). Laureati italiani ed europei a confronto. Istruzione superiore e lavoro alle soglie di un periodo di riforme. Led

https://www.hikikomoriitalia.it/

https://www.milanopsicologo.it/ansia-e-preoccupazione-per-il-lavoro-quali-sono-le-cause-e-cosa-fare-per-affrontarla/

https://www.istat.it/it/archivio/149085

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/09/lavoro-le-28-ore-in-germania-nel-resto-deuropa-se-ne-fanno-meno-che-in-italia-olanda-settimana-lavorativa-da-4-giorni/4144073/

https://www.ilfoglio.it/il-foglio-internazionale/2018/01/08/news/per-avere-successo-non-c-e-bisogno-di-studiare-e-solo-una-corsa-alle-credenziali-171970/?fbclid=IwAR2U3-jAzdKcPA0jTjB4FTIlqZ1veczDvh9MeS2LEwZEc0bkhvzIHajYHHQ

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/aug/26/forget-the-generation-gap-the-gulf-between-rich-and-poor-tells-the-real-story-of-our-times?fbclid=IwAR1K9Nwxn_-sEBK8bnST79gqbp4nz6fk7CNnC0sfTcEpUVlOkSmIuj9fTJ4

 

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Francesca Crotti
Dopo aver conseguito il diploma al liceo socio- psicopedagogico in un tranquillo paese in provincia di Bergamo, mi sono “lanciata” nella facoltà di psicologia all'università degli studi di Milano Bicocca, nella quale ho conseguito la laurea triennale e poi magistrale in psicologia clinica con 110 e lode nel 2016. Ho svolto un anno di tirocinio tra l'ospedale della mia provincia e il consultorio familiare, esperienze dure ma molto formative. Nel frattempo ho intrapreso un master biennale in consulenza sessuale concluso nel 2018. Lavoro sia presso una cooperativa che privatamente come psicologa e tutor. Cosa mi ha fatta appassionare alla psicologia? Il pensiero che tutti abbiamo diritto ad esprimere il proprio dolore e ad essere sostenuti nel proprio percorso di rinascita, senza essere per questo discriminati. Sono una persona curiosa , aperta alle novità e a diverse esperienze. Contatti: francescacrotti@outlook.it

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