Che emozioni sta provando questa donna? Rabbia, terrore, sofferenza, disgusto? O altro?

Nel 2009 fa la sua prima comparsa su schermo la serie TV ‘Lie to Me’, incentrata sul Dr. Cal Lightman, un consulente, studioso delle emozioni umane e promotore dell’idea che esse siano universali.

Nel corso della serie, Lightman usa la sua abilità fuori dal comune nel riconoscere anche le più sfuggenti espressioni facciali e altri indicatori fisiologici per identificare la verità o la menzogna negli atteggiamenti delle persone.

La teoria accademica alla base della serie è che le emozioni e le loro espressioni  sono universali, innate per tutti gli esseri umani. Nella finzione della serie è dunque possibile, attraverso vari metodi, riuscire a “leggere” con certezza le emozioni altrui.

Nella nostra realtà non è ancora possibile essere così precisi, ma se la teoria è corretta, prima o poi sarà possibile? Infondo gli esseri umani sono molto efficienti e precisi in questo!

Non tutti gli studiosi concordano con la teoria o tale affermazione e muovono delle critiche molto serie, come vedremo.

’Lie to Me’ può essere considerata l’apice della popolarità di questa teoria (che chiameremo “classica”), promossa dallo psicologo Paul Ekman, al quale Cal Lightman è chiaramente ispirato (solo per certi versi, ci tiene a precisare Ekman). Ogni episodio è stato commentato dallo stesso Ekman, che partecipò alla serie come consulente.

Nel corso del secolo scorso, partendo dagli scritti di Darwin, l’idea che le emozioni e le loro espressioni  fossero un linguaggio universale si è fatta sempre più strada, partendo dagli scienziati, arrivando ai consumatori di scienza e infine al pubblico, influenzando  il nostro modo di concepire la natura delle emozioni.

Facciamo un salto indietro nel tempo: durante gli anni ‘70, Ekman, seguendo la dottrina ispirata da Darwin, andò in Nuova Guinea per trovare una popolazione che fino ad allora non aveva avuto frequenti contatti con la cultura occidentale e li sottopose a vari test, per verificare che le espressioni umane si manifestassero in modo indipendente dalla cultura.

La ricerca ebbe un successo straordinario, proiettando Ekman e le sue idee nel mainstream. Ancora oggi, Ekman sostiene che questa ricerca, da sola, abbia posto per sempre fine a ogni dubbio riguardo all’universalità delle emozioni.

L’importanza e l’influenza della teoria classica sono dimostrate dal fatto che ad oggi note compagnie nel settore dell’informatica e della tecnologia stanno investendo considerevoli somme di denaro nello sviluppo di intelligenze artificiali in grado di rilevare e interpretare i segnali unici che distinguerebbero ogni singola emozione dalle altre.

Ciò potrebbe rendere le macchine capaci di interagire con gli esseri umani in base ai segnali emotivi non verbali che esse rilevano. Oppure vi saranno algoritmi dedicati al rilevare e interpretare le reazioni dei consumatori degli stimoli (immagini, suoni, parole) per poterli usare nel marketing. Le possibili applicazioni sono tantissime.

Cosa succederebbe se tale teoria fosse incorretta? O non fosse la concezione più adeguata per studiare le emozioni?

Queste sono le domande che sorgono spontaneamente leggendo il lavoro di Lisa Feldman Barrett, autrice di molti libri fra cui “How emotions are made: the secret life of the brain” (Come nascono le emozioni: la vita segreta del cervello, 2017), neuroscienziata che negli ultimi anni si è fatta portabandiera di una visione critica della teoria classica e del lavoro di Ekman e colleghi.

Se la teoria classica propone una visione essenzialista, predicendo che ogni emozione  sarebbe contraddistinta da uno schema preciso di attivazione fisiologica (autonomica) e neurologica, Feldman Barrett sostiene che nessuna ricerca fino ad oggi sarebbe riuscita a dimostrare in modo soddisfacente tale predizione.

Secondo la neuroscienziata, infatti, ogni emozione che proviamo sarebbe il risultato dell’interazione di molte aree del cervello, e una stessa area può contribuire alla generazione di più di un’emozione.

Sarebbe quindi impossibile indicare una singola area, come le amigdale, e dire che sia alla base della paura (nel caso delle amigdale) in ogni  contingenza di tale emozione ed esclusivamente di essa.

Feldman Barrett, consapevole di quanto scioccanti siano tali affermazioni per molti di noi, si spinge oltre: non ci sarebbero solo 6 emozioni basilari e le emozioni sarebbero costruzioni umane, prodotti sociali e culturali.

Partiamo dalla prima affermazione. Secondo la teoria classica, gioia, rabbia, paura, sorpresa, disgusto e tristezza sarebbero sei emozioni distinte fra loro e innate negli esseri umani (e non solo), atte a reagire agli eventi esterni come risposta universale e biologicamente determinata. Tutte le altre emozioni a cui possiamo pensare sarebbero un miscuglio o una variante di queste sei categorie.

Secondo la visione costruttivista di Feldman Barrett, invece, non sarebbe possibile ridurre le emozioni a sei tipi, ma ve ne sarebbero tante quante le parole che le descrivono. È un concetto che lei chiama “granularità”, una parola proveniente dal campo informatico che indica un livello di dettaglio in un insieme, ed è opposto al concetto di categoria.

Per rappresentare il concetto, immaginatevi di spargere granelli di sabbia fine su un foglio bianco. Tanto più grande è il numero di granelli più essi copriranno uniformemente il foglio, fino a che sarà impossibile distinguere dei gruppi di granelli. Ciascun granello è uno stato emotivo.

Considerando lo schema soprastante, nella parte superiore stanno le emozioni più “eccitanti”, quelle che attivano il nostro corpo, come felicità, rabbia, paura, mentre in quella inferiore vi sono le emozioni che ci “disattivano”, come la tristezza, la serenità o il sentirsi assonnati.

Alla destra del foglio vi sono le emozioni piacevoli, e alla sinistra quelle spiacevoli. Più un ‘granello’ si trova all’estremo del foglio, più intensa sarà l’emozione, mentre verso il centro sarà neutrale.

Se il fattore di attivazione è facilmente riconoscibile e condiviso da tutti (è facile distinguere una persona in stato di agitazione da una tranquilla), il significato che ha ogni stato emotivo e ogni espressione dipendono dal contesto e dalla cultura.

Allo stesso modo l’attivazione cerebrale per vari “tipi” di paura (panico, terrore, angoscia, spavento) o rabbia (irritazione, ira, sdegno) sarà diversa a seconda del contesto. Per esempio, l’amigdala si attiva in un’istanza di paura quando vi sono elementi nuovi e inaspettati per la persona, ma non in altre istanze. Non esisterebbe quindi uno schema predefinito per ogni istanza di “paura”, nella visione costruttivista.

Come si spiegano quindi i risultati di Ekman e colleghi, i quali sostengono di aver dimostrato inequivocabilmente la teoria classica?

Un errore metodologico e uno interpretativo. Nel ‘72 Ekman mostrò ai Fore papuani le espressioni emotive di persone americane in pose esagerate (in modo da “rappresentarne l’essenza”) e offrendo per ciascuna di esse delle opzioni fra le sei emozioni basilari fra cui scegliere, invece di lasciare che interpretassero liberamente l’espressione.

In campo neurologico invece Feldman Barrett sostiene che i sostenitori della teoria classica avrebbero cercato di “fare una media” di varie istanze in cui una persona prova una delle 6 emozioni basilari. In altre parole, forzando arbitrariamente dei casi indipendenti in una categoria predeterminata fra quelle che Darwin aveva osservato e proposto.

La prospettiva evoluzionista sulle emozioni, tuttavia, non si riduce solo alla teoria classica, all’idea che esistano 6 emozioni essenziali, ma ci spinge a comprendere a quale scopo servono le emozioni.

Se anche non fosse possibile individuare e isolare un’essenza per ciascuna emozione, resta valida l’idea che ogni combinazione di sensazioni piacevoli, spiacevoli, di eccitazione o stanchezza, è una risposta evolutiva alle esigenze dell’organismo: attivare il corpo e le percezioni per difendersi, concentrarsi, dormire o addirittura per rispondere alla malattia, come nel caso della spossatezza. Sono quelli che nella prospettiva evoluzionista sono chiamati “programmi”.

L’idea sarebbe quindi che la mancanza di categorie fra le emozioni andrebbe a vantaggio dell’adattamento, sarebbe un tratto vantaggioso a livello evolutivo: quella che definiremmo come paura nella teoria classica, nella teoria costruttivista può indicare sia una sensazione di fiacchezza ed evitamento, ma anche una sensazione eccitante e rinvigorente.

Sono due le emozioni che tendiamo a collocare nella categoria “paura” (entrambe sono la risposta a una minaccia), ma che hanno caratteristiche opposte. Questa differenza in come “costruiamo” la paura ci consente di agire diversamente a seconda dell’occasione.

Gli stati emotivi esistono certamente in maniera a sé stante. Essi svolgono un ruolo fondamentale nella vita di ogni giorno, partecipando a ogni nostra azione e ogni scelta. Spesso ci colgono di sorpresa, in modo autentico, e ci aiutano a navigare il mondo e la società come fossero una bussola o una rosa dei venti.

Le parole e le espressioni che esprimono i concetti di ciascuna emozione sono una scorciatoia che tutti usiamo più o meno consapevolmente per comunicare con gli altri e che abbiamo schematizzato in modo da poterle usare come un linguaggio e, forse inconsapevolmente, in maniera da adattarci al mondo.

Oggi, comprendere le due componenti fondamentali delle emozioni, e che le parole hanno il potere di cambiare come interpretiamo le sensazioni, può aiutarci molto nella conoscenza di noi stessi.

La tennista Serena Williams esulta per una vittoria. La foto a inizio articolo è un dettaglio di questa. Senza il contesto e solo in base all’espressione del volto non è facile sapere con certezza che emozione stesse provando.

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Davide Mansi
Studente di Psicologia alla University of East London. Milanese nel cuore, prima di approdare a Londra ho passato un anno girando l’Australia e New York vivendo diverse realtà, finendo per innamorarmi della vita da backpacker e di Sydney. Oltre a macinare dati per ricerche scientifiche in università, i miei principali interessi in psicologia riguardano la comunicazione interpersonale e intrapersonale, la teoria della mente, le meccaniche delle relazioni sociali e lo studio di tecniche per abilitare e riabilitare in questi ambiti. Sul versante professionale intendo usare la psicologia per migliorare la vita delle persone e non metto limiti ai settori che possono beneficiare del supporto di uno psicologo e di una buona dose di creatività. Contatti: davide.mansi94@gmail.com

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