Da anni, parte dell’impegno scientifico di Massimo Recalcati è stato quello di rintracciare nel discorso sociale quali fossero i temi dominanti attraverso cui prendesse forma il malessere soggettivo.

Si tratta cioè di ricostruire ed evidenziare i punti di collegamento che uniscono delle criticità costanti che riguardano la difficoltà di essere esseri umani, con le lettere e le parole usate diversamente dagli uomini di ogni epoca e contesto sociale per tradurre tali costanti in fenomeni e comportamenti diversi. Si tratta, ancora, di analizzare il collegamento tra vicende individuali e avvenimenti collettivi nel loro legame bidirezionale.

Questa è l’operazione sottostante che si può ritrovare anche nell’ultimo libro di Recalcati: Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno, pubblicato di recente da Cortina editore.

Al centro di questo libro, vengono analizzati due moti, apparente diversi ma in realtà collegati fra loro, che hanno contraddistinto, e contraddistinguono indubbiamente oggi, il panorama sociale italiano: da un lato una certa deriva melanconica, dall’altro un certo irrigidimento nella ricerca di sicurezza.

Procedendo per gradi, e cioè a partire dagli anni Ottanta e Novanta, il discorso sociale nazionale -ma non solo- ha assistito ad un progressivo crollo delle ideologie dominanti sociali, politiche e comunitarie, che, liberandosi dai dogmi e dai saperi prestabiliti, ha lasciato molti spaesati, ha favorito il crearsi di “corpi sociali smarriti”.

Questo crollo è andato di pari passo con il diffondersi di un certo edonismo consumistico: una moltiplicazione compulsiva degli oggetti di consumo, che illusoriamente si proponevano di colmare, saturare, quella componente di mancanza di senso che scava inevitabilmente l’esistenza umana, e che risuonava ancor più insistentemente in un contesto di smarrimento collettivo.

Siamo qui nell’epoca del paradigma della clinica del vuoto: la lettura dei sintomi contemporanei che ha portato Recalcati alla sua fama. Il marchio costitutivo, e rintracciabile nel discorso sociale, della clinica del vuoto è proprio questo: l’illusoria trasformazione della mancanza-ad-essere, che costituisce inevitabilmente e incessantemente l’umano, in un vuoto colmabile attraverso l’utilizzo degli oggetti.

D’altronde, il consumo sfrenato dell’oggetto ha mostrato presto la sua illusorietà, e la ricerca edonistica che lo spingeva è andata lentamente a spegnersi, determinando un cambiamento fenomenologico nel discorso sociale dominante e la nascita di quelle che Recalcati definisce appunto nuove melanconie.

Le nuove melanconie si caratterizzano proprio per questo: per l’incapacità e la difficoltà di conferire senso all’esperienza.

Ecco che allora la vita si chiude in se stessa, perde di desiderio, trasforma il corpo in peso morto da trascinare, e si ritrova inchiodata all’insensatezza di un’esistenza come puro reale.

Una forma di melanconia che dunque si discosta da quella classica descritta da Freud, il cui nucleo originario era costituito dal senso di colpa nei confronti di una legge troppo severa. Nelle nuove melanconie non è il senso di colpa a dominare ma un movimento securitario che porta il soggetto a richiudersi in se stesso, a spegnere “l’increspatura ingovernabile ed eccedente del desiderio” rifuggendo dalla vita.

Il fenomeno dei ragazzi Hikikomori (che letteralmente significa proprio “stare in disparte” o “isolarsi”) è emblematico da questo punto di vista. Si tratta di ragazzi che manifestano perdita di interesse per la scuola, il lavoro, ed in generale ogni forma di relazione ed interazione con gli altri, e che dunque optano per una volontaria esclusione sociale, in un ritiro melanconico nelle proprie stanze.

Il fenomeno è nato in Giappone negli anni Ottanta ma si è diffuso recentemente in altri stati dell’Asia, in America Latina e in Europa, arrivando anche in Italia.

La chiusura in se stessi del moto melanconico si manifesta così anche come un anestetizzarsi contro ogni forma di contatto con il mondo esterno, come una forma di irrigidimento dei confini personali, come una difesa dall’incontro, da corpi estranei, da eccitamenti esterni.

Ecco che qui il discorso individuale trova di nuovo un suo eco nelle dinamiche sociali dove la ricerca del confine, della chiusura, del muro, e dunque anche dello straniero da tenere lontano dal proprio muro, si pronuncia oggi con una certa urgenza che trova consenso e condivisione.

Un’enfasi sulla ricerca di sicurezza e di chiusura iper-normativa, che si sostituisce alla precedente enfasi puberale della libertà e del godimento edonista illimitato che aveva caratterizzato i decenni precedenti.

C’è dunque una certa coincidenza fra la chiusura securitaria, auto-conservativa, che vuole eliminare e proteggersi dai possibili nemici o intrusi, e una deriva melanconica, al contrario auto-distruttiva, che vede la vita muoversi contro se stessa, che spinge per un ritorno, non verso l’animale, non verso il vegetale, bensì verso l’inanimato del minerale.

Questa coincidenza in realtà ha un’origine antica che già Freud aveva sottolineato in Al di là del principio del piacere. L’idea scabrosa riportata nel testo -ultima scoperta, forse la più grande scoperta della psicoanalisi- è infatti quella che al fondo della vita vi sia una pulsione che ostinatamente rema contro la vita stessa cercando il suo dissiparsi, ovvero la pulsione di morte.

Ma la pulsione di morte nasce essa stessa in realtà con una finalità difensiva: quella di eliminare le eccessive stimolazioni perturbatrici provenienti dall’esterno e ridurre sino ad evacuare ogni forma di tensione interna.

Non fosse che, sotto la sua spinta, l’eccesso di immunizzazione si tramuta in malattia autoimmune, rovesciando la tendenza alla conservazione della vita nella sua distruzione.

Ecco allora delineato come perversione securitaria e spinta melanconica -che oggi stanno prendendo il primo piano della scena sociale- non sono due fenomeni isolati, bensì i due lati della medaglia di uno stesso discorso, che a sua volta è il risultato in senso storico di un precedente discorso.              

            

Riferimenti:

Recalcati. Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno. Cortina, Milano 2019.

 

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Sofia Sacchetti
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Pavia e laureata in Research applied to Psychopathology presso l’Università di Maastricht. Ho unito nella mia formazione l’amore per la pratica clinica e la spinta verso l’investigazione sistematica della ricerca, frequentando contemporaneamente due percorsi magistrali in questi ambiti. La mia principale area di studio sono i disordini alimentari, tematica che ho avuto modo di approfondire in sede di tesi, collaborando con il professor Massimo Recalcati, e durante diversi tirocini di ricerca: in Olanda, in collaborazione con il team di Anita Jansen, e a Londra presso l’unità psicoanalitica di UCL e sotto supervisione di Peter Fonagy. Attualmente sto portando avanti un dottorato di ricerca all’Università di Liverpool approfondendo il tema della percezione del corpo nei disordini alimentari. Nel frattempo, ho iniziato una scuola di specializzazione per diventare psicoterapeuta.

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