Chiusa in casa ormai da una decina di giorni sono, come tutti voi, alla ricerca di un nuovo equilibrio. Mi barcameno in questa nuova vita, che in così poco tempo ha spazzato via la precedente con una facilità a tratti inquietante.

Da quando tutto questo è iniziato non posso fare a meno di cercare un significato più profondo, qualcosa di squisitamente psicologico che possa servirmi/ci per affrontare in modo diverso il futuro… insomma, un insegnamento.

Sono giunta ad alcune conclusioni e mi piacerebbe condividerle con voi.

Riflessione n.1.

Quando l’allarme COVID-19 ha avuto inizio, mi ha molto rattristato trovarmi faccia a faccia con quella che, secondo me, è la più grande rovina del genere umano: l’individualismo.

Non facevo altro che sentire persone dire “riguarda gli anziani, quindi a me non interessa” oppure “io non posso sacrificare la mia vita per gli altri”, “non ho nonni, quindi non mi importa”, “è un virus dei cinesi, non riguarda noi”.

Quando la situazione è degenerata anche l’individualismo ha assunto forme più mostruose: file lunghissime ai supermercati per prendere più cibo possibile e toglierlo a chi arrivava dopo o non poteva permettersi di spendere così tanti soldi tutti in una volta; migrazioni verso le zone che non erano “rosse” per proteggersi, senza pensare a quanto quell’azione avrebbe potuto nuocere ad altri; corse in farmacia a comprare mascherine e guanti, togliendole a chi ne aveva veramente bisogno.

L’individualismo, per definizione, si oppone al senso di appartenenza a una comunità.

Tajfel, psicologo britannico, reputava elemento fondamentale per la formazione di un gruppo il fatto che l’individuo se ne sentisse parte. In quest’ottica, politica, religione, stati, nazioni non hanno alcun senso se le persone non si sentono parte integrante di essi.

I comportamenti di quei giorni hanno lasciato intuire che la maggior parte degli individui avesse un senso molto ristretto di quello che in psicologia sociale viene definito in-group, ovvero il gruppo a cui si sente di appartenere.

I giorni sono passati e molte persone hanno continuato a mettere davanti loro stesse e le proprie necessità, la situazione è degenerata e lo Stato ha dovuto applicare misure sempre più restrittive.

Ad un certo punto, però, è successo qualcosa: i media sono riusciti a far capire alla maggior parte delle persone che c’era da combattere, tutti insieme, una lotta contro un nemico comune e che solo unendo i vari in-group era possibile raggiungere l’obiettivo.

Questo passaggio è stato fondamentale per far sì che qualcosa nella mente dei cittadini cambiasse. Si tratta di quello che Lewin, psicologo tedesco, definì “l’interdipendenza del compito e del destino”.

Secondo Lewin, elemento chiave per tenere unito un gruppo è l’interdipendenza che può essere di due tipi:

  1. Del compito: gruppi che nascono per portare a termine un obiettivo comune;
  2. Del destino: gruppi che nascono perché costituiti da individui che condividono un’esperienza o una condizione esistenziale.

Improvvisamente gli italiani si sono resi conto di essere legati da un obiettivo comune, raggiungibile solo insieme, e di star vivendo tutti la medesima condizione esistenziale fatta di sofferenza, timore, solitudine.

Sherif teorizzò che quando individui che non si conoscono si trovano a interagire in una situazione che richiede cooperazione, viene a formarsi un gruppo e che, allo stesso modo, quando due gruppi competono per il raggiungimento di un obiettivo, fra di essi si crea ostilità.

A questo proposito, condusse un esperimento che vide protagonisti un gruppo di ragazzi che avevano più o meno 12 anni e che andarono in vacanza in un campo, in realtà gestito da Sherif e i suoi collaboratori.

In un primo momento i ragazzi avevano modo di socializzare e di stringere rapporti amichevoli. Successivamente, venivano divisi in due gruppi distinti e, come previsto, i componenti di un gruppo divennero ostili nei confronti degli altri e viceversa.

Alla fine, invece, ci furono dei problemi all’interno del campeggio che nuocevano ai componenti di entrambi i gruppi e fu solo a quel punto che, nonostante il grosso conflitto tra in-group e out-group, tutti cooperarono per un interesse comune.

Credo che sia successa esattamente la stessa cosa nel nostro paese: improvvisamente siamo tutti uniti, contro un nemico comune. Spero che questo senso di appartenenza non si perda. Spero che continueremo a sentirci parte dello stesso in-group, spero che da questa esperienza scopriremo quanto la cooperazione dia frutti migliori dell’individualismo.

Riflessione n.2

Galimberti, in una recente intervista, ha parlato dei concetti di paura e angoscia ai tempi del COVID-19.

La paura è il timore di qualcosa di determinato. Se, ad esempio, fossimo nella savana e di fronte a noi ci fosse un leone, proveremmo paura e si attiverebbero una serie di meccanismi psicofisiologici volti all’attacco o alla fuga.

L’angoscia, al contrario, è una forma di paura più complessa, che ci porta a temere qualcosa di indeterminato.

Secondo Galimberti, non essendo questo virus un’entità fisica ed essendo, quindi, indeterminato, la popolazione ha iniziato a sviluppare un forte senso di angoscia e, per fronteggiarla, ha provato a trasformare l’indeterminato in determinato.

Per questa ragione, a un certo punto questo virus è diventato “cinese”, in questo modo abbiamo potuto trasformare l’angoscia in paura e vedere i cinesi come nostri nemici.

L’ironia della sorte ha voluto che, ora, siamo noi stessi “il volto” del virus e il resto del mondo teme gli italiani e li emargina, perché, anche loro, hanno dovuto cercare un oggetto fisico che potesse trasformare quest’angoscia in paura.

Credo che, però, si stia andando verso una nuova e interessante fase: quella in cui il nostro in-group si allargherà, il nostro paese diverrà un posto chiamato terra e noi esseri umani saremo tutti angosciati e uniti verso un unico, invisibile nemico.

 

Bibliografia

https://www.bing.com/videos/search?q=galimberti+coronavirus+youtube&view=detail&mid=12FB63A95ACC06F92C2E12FB63A95ACC06F92C2E&FORM=VIRE – video di Galimberti

Aronson, E., Wilson, T. D., & Akert, R. (2006). Manuale di Psicologia Sociale. Trad. it. a cura di Paola Villano. Il Mulino, Bologna.

Brown, R. (1990). Psicologia sociale dei gruppi, trad. it. il Mulino.

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Simona Casale
Sono una studentessa di 21 anni. Attualmente vivo a Padova e sono iscritta alla magistrale di psicologia clinica. Sono originaria di un paesino del Sud Italia, in Campania; mi sono trasferita a Roma per l'università e lì mi sono laureata in Scienze e tecniche psicologiche, con il massimo dei voti. Ho trascorso sei mesi in Erasmus a Parigi, in Francia. Sono tremendamente incuriosita dall'altro, chiunque esso sia. Ho fatto volontariato in passato e spero di riuscire a ricominciarlo al più presto. Oltre alla psicologia ho un'altra passione che coltivo da sempre: la scrittura. Ho vinto un premio di scrittura creativa e ho scritto qualche articolo per un giornale. Grazie a Cultura Emotiva posso provare a conciliare questi miei interessi. Contatti: simo.casale@hotmail.it

2 COMMENTI

  1. Lo scopo del sito, la divulgazione scientifica, non giustifica questo tipo di articoli semplici, inutili e soprattutto dannosi per chi li legge.
    Definirsi scienziato sociale e usare nozioni come “individualismo” senza definirle è davvero un peccato e va contro il concetto stesso di divulgazione. Non fate altro che dare un punto di vista superficiale e poco approfondito, che non conferisce ad un pubblico di non esperti la possibilità di comprendere meglio i fenomeni attuali.
    Tajfel NON parla di individualismo. Per approfondire, leggere qui : https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.2044-8309.1986.tb00732.x

    • Buongiorno. L’articolo inizia con l’intuibile premessa di essere una riflessione personale piuttosto che uno scritto puntuale e divulgativo. Inoltre non vi è presente nello stesso riferimento alcuno al fatto che Tajfel abbia mai parlato di individualismo.
      Detto questo è con dispiacere e stupore che leggiamo nel suo commento parole come “dannoso”: in che modo può essere dannoso un articolo riflessivo come il nostro? Se si richiede un certo rigore nella stesura di uno scritto lo si dovrebbe altrettanto dimostrare nelle critiche.
      Grazie comunque del confronto.

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