Tre anni fa ero a Roma con degli amici e in libreria ho trovato un manuale divulgativo sulla fisica del tempo, mentre lo leggevo mi facevo delle domande, mi chiedevo se fosse possibile integrare tutte quelle informazioni con le informazioni a nostra disposizione sul nostro modo di percepire la realtà, di costruirla e di darle un significato; se fosse, in altre parole, possibile creare una connessione tra la fisica e la psicologia per quanto concerne il tempo come oggetto di studio.

La cosa più intelligente da fare sarebbe stata cercare della bibliografia a riguardo e togliermi la curiosità; purtroppo ci sono persone che pensano una cosa e ne fanno centomila e persone che ne pensano centomila e ne fanno una (NB, questa distinzione non ha nessuna valenza scientifica), io faccio decisamente parte del secondo gruppo: penso tante cose, mi applico per farne un paio e per il resto aspetto che si presenti l’opportunità, se si presenta.

Fortunatamente, per quanto riguarda questa specifica curiosità, l’opportunità mi si è presentata qualche settimana fa, quando Raffaello Cortina Editore ha pubblicato la nuova edizione di Neurobiologia del tempo” di Arnaldo Benini, che adesso vi vado a recensire.

Questo libro si propone di “offrire un resoconto accurato di ciò che si sa sulla fisiologia e sulla natura del tempo. In questo resoconto entrano anche altre due discipline che, oltre alla neurobiologia, si sono occupate di questo affascinante oggetto di studio: la fisica e la filosofia.

La fisica teorica tende a negare l’esistenza del tempo: molti fisici teorici sono, infatti, concordi nel dire che la velocità rallenti il tempo e la gravità esercitata dalle masse lo rallenti, ciò significa che ogni oggetto abbia il proprio tempo, a seconda della sua posizione dello spazio e del suo movimento rispetto a un altro oggetto; il tempo, pertanto, in ogni punto dell’universo, dipenderebbe da chi lo misura e non potrebbe quindi esistere come realtà assoluta. In questa visione spazio e tempo sono realtà strettamente legate tra loro.

L’Autore si dispiace che queste affermazioni, teoriche o basate su esperimenti mentali, non vengano analizzate dai fisici in relazione con le scoperte della neurobiologia, le quali vengono, anzi, sistematicamente ignorate.

In neurobiologia, infatti, il tempo non può essere negato, poiché sono stati individuati molti dei sistemi cerebrali che lo sottendono; le strutture nervose che elaborano il tempo, inoltre, risultano in gran parte distinte da quelle che elaborano lo spazio.

Per la neurobiologia, in altre parole, il tempo esiste come meccanismo nervoso, è una realtà che si trova nel nostro modo di percepire la realtà, un traliccio cognitivo su cui vengono organizzati tutti gli altri processi cognitivi.

È qualcosa che da forma alle nostre percezioni., che si trova non tanto nel mondo esterno, ma in chi lo percepisce. Tutti gli esseri viventi che posseggono un sistema nervoso, anche molto elementare, hanno un senso del tempo. Il senso del tempo, in base ai dati raccolti in neurobiologia, risulta essere “un’evidenza della vita che nessuna equazione fisica, per quanto elegante, può eliminare”.

Si tratta di una concezione che ribalta il punto di vista più intuitivo sul tempo, il quale sarebbe, quindi, un meccanismo “a priori” rispetto alla realtà. Questa concezione introduce quanto detto dall’Autore circa la filosofia e, in particolare, circa Immanuel Kant, il quale viene considerato il precursore del moderno approccio delle neuroscienze a riguardo.

Per Kant, infatti, il tempo non è un concetto empirico, derivato dall’esperienza, ma una condizione a priori che siamo noi ad introdurre nell’esperienza stessa: non è un attributo dell’universo, è in noi.

I risultati delle ricerche in ambito neurobiologico confermano questa concezione, ossia che il tempo esista e che sia un prodotto del cervello. Il tempo, infatti, “è reale per la coscienza, come lo è il linguaggio, che altrimenti […] sarebbe un rumore senza senso”.

Così appare, infatti, il linguaggio a chi presenta dei danni alle aree del cervello deputate alla sua elaborazione e comprensione; allo stesso modo una lesione cerebrale può spegnere in modo temporaneo o permanente il senso del tempo.

Negli esseri umani una delle aree coinvolte nella coordinazione dell’organizzazione temporale del comportamento (che è solo uno degli aspetti del senso del tempo) è la corteccia prefrontale, la quale, se lesionata può portare all’incapacità di orientarsi temporalmente e di pianificare il proprio comportamento.

Il senso del tempo, è insomma, in questo e in altri aspetti, qualcosa di adattivo: utile alla sopravvivenza.

Pensiamo ad esempio anche alla comprensione della causalità: tendiamo a collegare tra loro secondo un rapporto di causa effetto due eventi temporalmente vicini e tendenzialmente consideriamo il primo come la causa del secondo. Il senso del tempo ci aiuta ad astrarre queste informazioni dalla realtà. La ricerca e il riconoscimento della causa degli eventi è un’attività mentale continua e indispensabile per imparare a sopravvivere.

A tal proposito nel libro l’Autore riporta un esempio: stiamo passeggiando in un bosco e sentiamo un ramo che si spezza, il senso del tempo ci aiuta a capire se potremmo averlo spezzato noi camminandoci sopra oppure no; nel caso in cui non fossimo stati noi a romperlo, quello potrebbe essere un segnale di un pericolo da cui mettersi a riparo il più presto possibile.

Per arrivare a comprendere se siamo stati noi a rompere il ramo oppure no, occorre che entrino in gioco anche i meccanismi cerebrali deputati ad analizzare lo spazio, serve, insomma, che queste aree del cervello, tra loro in gran parte distinte, si coordinino.

Questa coordinazione è così perfetta che probabilmente spazio e tempo possono apparire come un tutt’uno, anche se, come sostiene l’astrofisico Arthur Eddington, l’essere umano sente “in ogni sua fibra” che spazio e tempo sono diversi, infatti nello spazio ci si può muovere in qualsiasi direzione, mentre nel tempo in una sola.

Nel libro vengono affrontati questi ed altri argomenti e ciò viene fatto inserendo aneddoti, citazioni riflessioni, esperimenti ed esempi che piano piano portano il lettore ad anticipare autonomamente quali saranno le conclusioni a cui l’Autore vuole arrivare.

Il lettore viene guidato a mettere insieme autonomamente i pezzi e può trarre soddisfazione dall’aver compreso quelle che sono le implicazioni di quanto letto e allo stesso tempo provare piacere per come il discorso viene declinato.

Il linguaggio utilizzato è relativamente semplice, mentre i contenuti non sono mai presentati in modo semplicistico; il libro si presta, quindi, secondo un mio personale parere, ad essere letto sia da coloro che masticano la disciplina della neurobiologia, sia da coloro che sanno poco o nulla a riguardo.

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Federica Molteni
Piacere, Federica! Mi sono laureata in psicologia clinica presso l’Università di Milano Bicocca con una tesi riguardante la relazione tra varie forme di cyberbullismo sessuale, come lo slut shaming, e la cultura dello stupro sui social network. Nel 2016 ho trascorso sei mesi presso l’ISPA di Lisbona, periodo nel quale ho appreso la metodologia di stesura di un progetto di ricerca in ambito psicologico, scoprendo che la cosa mi interessa e mi motiva. Nel corso dell’ultimo anno, nel tempo libero, ho seguito un corso di improvvisazione teatrale ed ho scoperto che anche questa cosa mi piace e mi diverte. La quasi totalità delle esperienze di stage/volontariato ecc. che ho svolto sono state con i bambini. Lavorare con i bambini è sempre un piacere, ma in futuro vorrei operare (anche) con gli adulti. Ad oggi, mi piacerebbe poter mettere in piedi/partecipare a dei progetti che mirino ad ottenere un cambiamento sociale e migliorare le condizioni di vita dei partecipanti; in un futuro più lontano, invece, mi piacerebbe diventare una psicoterapeuta cognitivo comportamentale ed essere abilitata alla schema therapy. Contatti: f.molteni13@gmail.com

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