Pandemonio è un progetto fotografico con l’obbiettivo di rappresentare attraverso le immagini l’esperienza di chi soffre di attacchi di panico.

Lo potete trovare a questo link.

Abbiamo intervistato l’autrice ed uno psicologo riguardo il libro, la sua creazione ed effetti terapeutici del processo artistico ed -a volte- catartico di Pandemonio.

– Ciao, iniziamo prima di tutto da una domanda generale: quando hai incominciato ad avere attacchi di panico e come hai reagito?

Allora, la prima volta mi è capitato circa 7 anni fa, avevo 24 anni. Ho avuto come un attacco cardiaco, una forte dispnea e la sensazione di morire. Ero sul posto di lavoro e improvvisamente mi sono sentita male. I miei colleghi dissero che non era niente e di tornare a lavorare e io mi sono sentita totalmente incompresa.

Anche io all’inizio ho reagito negando il problema, senza capire cosa mi stava succedendo e che stavo somatizzando tutto. Ho iniziato un percorso psicologico che però ho poi rifiutato. Come dicevo, negavo il problema e avevo la falsa illusione fosse tutto passato.

– In che cosa consiste il progetto “Pandemonio”? Come e quando è nata l’idea?

L’idea nasce nel 2017, quando una mia amica ha il suo primo attacco di panico e dalla nostra esperienza di condivisione.  All’inizio non ci potevo credere che potesse succedere proprio a lei che consideravo così forte e tosta, ritrovandomi in quella stessa dinamica di non accettazione delle debolezze altrui e nel rifiuto della malattia dei miei colleghi.

Sono quindi corsa da lei, ma per parlare. Solo dopo è venuta l’idea di cercare di trasmettere attraverso la macchina fotografica tutto quello che ci eravamo raccontate. La forma che il soggetto conferisce all’attacco, il modo in cui si manifesta, la causa e i sintomi. Poi ogni elemento è stato inserito nello spazio compositivo di un’immagine.

– Come sono avvenuti gli incontri con le altre persone che hanno voluto prendere parte al tuo progetto? Come si sono svolti i servizi fotografici?

Proprio a partire dal racconto e dal tentativo di dare forma a questo “male”. Spesso passavo 3 ore a parlare e 30 minuti a scattare! Ho poi sempre scelto di usare i loro oggetti e degli ambienti a loro familiari, così come rigorosamente spazi chiusi per trasmettere il senso di costrizione.

Poi in ogni loro storia ho trovato un pezzetto di me che scoprivo attraverso i loro occhi nel mio obbiettivo, il che mi fa un po’ pensare alla chiusura di un cerchio, in cui rivedo tutti in ognuno.

Poi come ti dicevo il lavoro fotografico partiva sempre dal dialogo, dalle domande e dalle risposte che ho cercato di tradurre in immagini, scegliendo colori e pose, guidando il soggetto ma trovando sempre un filo conduttore tra una storia e l’altra.

– Gli attacchi di panico stanno diventando sempre più comuni, secondo te a che cosa è dovuto tutto questo?

Secondo me, molto si può ricondurre alla frenesia generale: l’ansia del fare senza tempo per pensare; il che porta alla depersonalizzazione. Ma quando finalmente capisci che sei fuori dal “qui e ora”, entri improvvisamente a contatto con la realtà: un risveglio che fa paura. È un processo esigente che ci conduce al confronto con questa spaccatura, ma che ci può anche salvare da quegli automatismi nocivi che ci hanno portato ad una tale cesura con noi stessi.

– Nella presentazione del progetto, dici che “nasce dalla necessità di affrontare il mostro”. A quale mostro sottostante l’attacco di panico fai riferimento? Secondo te è per tutti lo stesso mostro?

Alla base del mostro c’è sempre un istinto auto-protettivo. Il problema nasce dalla negazione del mostro, ovvero dalla negazione delle nostre fragilità. Poi ho imparato che ognugno è fragile a modo suo e soprattutto secondo il suo vissuto.

– Parli anche dell’attacco di panico come di “una richiesta d’aiuto dell’Io”. In che senso?

Credo che l’attacco di panico sia un grido di un “Io” che non è stato ascoltato a sufficienza e adesso è in affanno. Quindi cosa fa? Va nel panico!

– Hai avuto benefici e ne hai riscontrati nei partecipanti al progetto all’interno del processo artistico? Ha aiutato a tirare fuori il “mostro” e a renderlo affrontabile?

Come ti dicevo all’inizio, io negavo il problema. Poi fotografandomi negli altri, ho piano piano incominciato ad avere una maggiore consapevolezza di me e a re-iniziare un percorso psicologico, imparando a gestire meglio un qualcosa che stava finalmente diventando sempre più reale, foto dopo foto. Anche in chi ha partecipato, il vedersi rappresentato in una immagine gli ha permesso di concretizzare il suo demone e ricongiungersi un po’ di più con se stessi.

– Dici anche che nell’attacco di panico non c’è della morte ma della rinascita: “un evento positivo mascherato da evento negativo”. Cosa “rinasce”? Quali sono gli “elementi positivi”?

Il fatto che ci sia un risveglio e che ci si tolga finalmente la maschera. Non più quello che vi ho sempre fatto credere di essere, ma quello che sono. È anche una riscoperta del sé. C’è un esporsi e un liberarsi in tutto questo secondo me.

“Anche se nel mentre sembra di morire… Di attacchi di panico non si muore. Al contrario, si rinasce.”

Sono partita dalla postura delle mani e del tremore, che sono posture comuni negli attacchi di panico, ma riposizionando il soggetto, invece che nell’ambiente in cui si manifesta solitamente,  nell’ambiente in cui ha subito il trauma, la cantina in questo caso.




Qui ho voluto rappresentare la soffocata richiesta d’aiuto e il bisogno di nascondersi. La necessità di esporsi per chiedere, inibita dalla paura di mostrarsi vulnerabili. Il tutto raccolto da una morbida, protettiva coperta.


Questa parla della mancanza di aria, del dover sempre sembrare “belli e cari” in famiglia, dove non si accettano i problemi e DEVI stare bene anche se stai male. Per questo i chiaro scuri della foto e dei due mondi, i contrasti forti della forzata e finta positività.




In questa foto la chiave sta nel doppio, la doppia incondivisibile vita e nel non riuscire ad accettarla. Riuscire ad accogliere anche la parte più scollata di sé e nel doppio riuscire a diventare mezzo di ricongiungimento.


Ho conosciuto una persona a cui si bloccavano le mani, allora scriveva i testi delle canzoni per distrarsi dal formicolio che lo prendeva. Era preso da una dicotomia tra il dover uscire e stare in casa. C’erano due persone, due diversità nella stessa persona tra la persona nell’ambiente familiare e fuori.


EDWARD Per te che lo hai potuto osservare da vicino e in corso d’opera: in che modo ritieni terapeutico il progetto pandemonio? E che benefici credi possa portare a chi soffre di attacchi di panico?

Questo mi sembra un caso virtuoso di sostegno tra pari, una importante risorsa in aggiunta alla psicoterapia, utile soprattutto nella prevenzione di ricadute. Tramite il sostegno tra pari si diminuisce l’isolamento fluidificando e facilitando la sua narrazione, aumentando così i canali di consapevolezza.

Nel progetto pandemonio il medium è stata la fotografia che ha portato a scoprirsi e capire di non essere soli andando oltre lo stigma, creando così una normalizzazione della situazione attraverso un processo di reificazione.

https://www.unimi.it/it/ugov/person/edward-callus

https://www.grupposandonato.it/dottori/edward-callus

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Giacomo Tartaro
Da quando sono maggiorenne presto volontario come soccorritore presso l'associazione di pronto intervento Croce d'Oro Milano. Per dieci anni sono stato bassista di una band blues-rock, gli Old News e per cinque presidente di una associazione culturale senza fini di lucro, la GNU Sound. Dopo aver conseguito una laurea in scienze e tecniche psicologiche presso l'università statale di Milano-Bicocca, dove ero noto con il patronimico "ilfigliodidueterapeuti", mi sono trasferito in Australia dove ho svolto svariati lavori, principalmente il bar-tender, e migliorato il mio inglese. Attualmente sono in Olanda dove sto perseguendo un master in neurolinguistica presso la Radbout University of Nijmegen. Contatti: tartagnan91@hotmail.it

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