Robert Schumann, uno dei compositori più influenti del Romanticismo musicale. Le sue composizioni piene di patos riflettono una vita travagliata, in continua oscillazione tra depressione e mania e, come accade a molti artisti, sembrano rivelare una correlazione tra la sofferenza interiore e la grandezza creativà.

Nel 1829, all’età di 19 anni, scrisse su un foglio di aver sognato di annegare nel Reno; non sappiamo quanto questo sogno sia stato premonitore del suo futuro, poiché tenterà veramente, nel 1854, di suicidarsi buttandosi dal fiume tedesco, o se fosse dovuto alla casualità, fatto sta che fin da giovane, il musicista sassone, dimostrò di avere diversi sintomi nevrotici tra cui l’ossessione di voler vivere sempre al pian terreno per evitare il suicidio o la paura di essere avvelenato.

Dal 1844, dopo un violento attacco di nervi, le sue condizioni psicopatologiche peggiorarono ulteriormente ma fu anche il momento in cui crebbe la sua capacità creativa: fu capace di scrivere nel giro di pochi giorni grandi opere come Fantasia in do maggiore, Il concerto per violincello, Sinfonie.

Prima del tentativo di suicidio sul fiume Reno, sviluppò diversi sintomi psicotici, per la maggior parte allucinazioni uditive: da prima sentì una sola nota fissa che tormentò a lungo le sue notti, poi i sintomi si intensificarono ed arrivò ad affermare, davanti alla moglie e agli amici, di sentire degli angeli in lontananza che suonavano una melodia bellissima.

Lui non faceva altro che tentare di trascrivere sul pentagramma ciò che ascoltava. La musica degli angeli era come una melodia di benvenuto, per accoglierlo a breve tra di loro.

Le allucinazioni peggiorarono al punto tale da essere fermamente convinto che delle creature celesti volteggiassero intorno a lui mentre continuavano a suonare con degli ottoni, questo stato di malessere si accentuò con dei continui sbalzi d’umore che andavano dalla più totale depressione all’assoluta euforia.

Proprio in questo periodo, nel 1853, concluse “Scene dal ‘Faust’ di Goethe”, un oratorio tratto dall’opera del celebre scrittore. Fu la sua ultima opera e quella che venne considerata una delle più alte composizioni di musica drammatica.   

L’anno successivo, in seguito ad un grave episodio depressivo, si gettò nel Reno ma venne salvato da alcuni pescatori per poi essere portato in una clinica per malattie mentali a Endenich. Nel giro di due anni, a causa delle sue gravi condizioni di salute fisica e mentale e per via di cure poco adeguate, Robert Schumann morì.

La vita di questo fantastico artista regala a chi se ne interessa molti spunti di riflessione, due tra questi riguardano il campo della salute e della psicologia: l’ipotetico parallelismo tra genialità e follia e l’importanza di un approccio bio-psico-sociale nella diagnosi e nella cura di un paziente.

È capitato a tutti di notare o di sentir dire che le persone più creative siano anche degli squilibrati, malati di mente, gente con stati di profonda alterazione mentale ma questa affermazione quanto trova un riscontro scientifico?

In realtà ci sono delle motivazioni neurobiologiche: attraverso alcune ricerche è stato scoperto che la correlazione tra creatività e follia potrebbe derivare dal fatto che i cervelli di persone creative, come quelli degli schizofrenici, sarebbero carenti di recettori per la dopamina o che la zona talamica non fornisca barriere per la cognizione e il pensiero, cosa che nei geni e nei matti serve per dare libero sfogo alle idee (citare lo studio non solo il libro).

Ciò potrebbe spiegare come mai c’è una correlazione forte anche tra creatività e bipolarismo: la produzione di idee seguirebbe a braccetto gli episodi di mania o ipomania proprio per il fatto che un soggetto con carenti recettori dopaminergici avrebbe bisogno di sfoghi più forti per accedere ad una vasta gamma di pensieri e sensazioni.

Ci sono artisti, inoltre, che non avrebbero mai potuto creare opere così drammatiche e piene di patos o trasmettere emozioni profonde se non avessero sperimentato in prima persona gli stati emotivi della più cupa disperazione: si immagini cosa sarebbe successo se Schumann non avesse avuto un infortunio alla mano, forse non avrebbe composto musiche sinfoniche; se Leopardi fosse andato a giocare con gli amici in giardino forse non avrebbe scritto il “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia” e se a Poe non fosse morta la moglie, forse nessuno oggi leggerebbe gli Horror.

Questi sono quesiti che ci si può porre ma ai quali non c’è una soluzione: non sappiamo con precisione quanto la malattia influenzi l’espressione creativa e soprattutto non sappiamo se la cura possa implicare anche la perdita della creatività, ma qualunque sia la risposta, il compito di un professionista della salute è prima di tutto quello di salvaguardare il benessere del proprio paziente.

Per concludere, studiando la storia di Schumann ci si rende conto di quanto sia importante, in un percorso di diagnosi e cura, prendere in considerazione ogni fattore che possa influenzare lo stato psicofisico del paziente: i suoi medici si erano concentrati esclusivamente sugli aspetti organici della malattia e non lo avevano curato dal punto di vista emotivo, affettivo, relazionale, prediligendo un trattamento privo di dialogo  clima di reciproco ascolto. all’epoca chiaramente le competenze in ambito psicologico non erano ancora così sviluppate.

Oggi invece abbiamo molte più conoscenze e possiamo agire sul paziente a trecentosessanta gradi, sia per curare la malattia che per promuovere la salute. Non possiamo sapere se Robert Schumann, dopo un percorso in una clinica multidisciplinare, avrebbe di nuovo tentato il suicidio, ma è senza dubbio vero che gli si sarebbe offerta una qualità di vita migliore di quella che ha avuto.

Bibliografia

Carson, S. H. 2019. 14 Creativity and Mental Illness. The Cambridge Handbook of Creativity

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Matteo Agostini
Sono nato e cresciuto a Terni, Città di San Valentino e dell’acciaio, rispettivamente simbolo di amore e forza: le due virtù che guidano ogni passo della mia vita. Durante gli anni del Liceo Classico sono diventato segretario del Leo Club Terni, carica che ricopro tutt’ora. Mi sono laureato in triennale all’Università de L’Aquila, dove ho cominciato anche il mio percorso come artista marziale dilettantistico. Nel 2017 mi sono trasferito a Milano e mi sono laureato alla Magistrale di Psicologia Clinica presso la Sigmund Freud University. Durante il biennio ho avuto modo di studiare per qualche mese a Vienna e di svolgere un tirocinio presso l’Ospedale San Raffaele di Milano. Nel 2019 mi sono stabilizzato a Roma, dove svolgo il tirocinio professionalizzante all’Istituto di Sessuologia Clinica e dove mi sono specializzato come tutor per bambini con ADHD e DSA presso il CCNP San Paolo. Il motto che guida la mia vita è “per aspera ad astra”. Contatti: matteo94agostini@gmail.com

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