Esprimere e condividere le emozioni negative è un’esperienza diffusa e risponde al bisogno comune di sfogarsi. Ma è proprio vero che tutte le forme di condivisione delle emozioni sono ugualmente utili?

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca psicologica riguarda la possibilità di testare ipotesi che riguardano aspetti di vita quotidiana, assunzioni ben radicate e appartenenti al senso comune.

Tutti infatti – sia come individui che come società –  siamo portatori di credenze e convinzioni che riguardano il funzionamento psicologico di noi stessi e degli altri.

Queste credenze ci permettono di farci un’idea di come reagire in determinate situazioni e di cosa possiamo aspettarci dagli altri. In sostanza, ci permettono di fare delle previsioni e regolare così il nostro comportamento.

Eppure – e qui la cosa si fa interessante – non sempre il buon senso coincide con la realtà del funzionamento psicologico.

E’ forse il caso di quello che in psicologia è stato definito il “paradosso della condivisione sociale delle emozioni” (Rimé & Paez, 2007). Di cosa parliamo?

I nostri lettori avranno fatto esperienza della massima di buon senso, ampiamente condivisa nella nostra cultura, che ci suggerisce di “sfogarci”, di liberare le emozioni negative che fanno seguito ad un’esperienza spiacevole, parlandone con qualcuno.

L’obiettivo sarebbe ovviamente quello di stare meglio, ottenere un recupero emozionale che possa permetterci di riequilibrare il nostro stato emotivo e riportarlo alla condizione precedente la brutta esperienza: si tratta della expression-discharge hypothesis.

In molti casi, è esattamente quello che facciamo. Ma è proprio vero che sfogarci ci fa stare meglio?

Molti autori (Rimé & Paez, 2007; Moore & Watson, 2001) si sono posti la stessa domanda e la risposta è: dipende.

Tanto per cominciare, esprimere e condividere un’emozione negativa, soprattutto se recente e non ancora elaborata, non comporta semplicemente il ricordo di quell’esperienza, ma il completo riattivarsi dell’esperienza emotiva associata; ovvero, rivivere daccapo il momento spiacevole, con annessi e connessi dal punto di vista psicofisiologico.

Inoltre, numerosi studi riportano come la condivisione dell’emozione non conduca ad un effettivo recupero emozionale (Rimé & Paez, 2007).

Ciononostante, le persone che vivono un’esperienza emotiva spiacevole sono, il più delle volte, fortemente motivate a condividerla con gli altri; di qui, il paradosso.

Quale vantaggio potrebbe derivare dalla condivisione sociale delle emozioni, tale da compensare il riattivarsi della sofferenza associata al ricordo di un momento spiacevole ?

Per dare una risposta, potrebbe essere utile considerare l’impatto delle emozioni negative a carico della persona in quanto sistema.

Sperimentare degli eventi inattesi ed emotivamente salienti – soprattutto se spiacevoli, ma non solo – determina un’alterazione dell’omeostasi, dell’equilibrio del sistema-individuo, che si traduce in una destabilizzazione intensa dal punto di vista sia cognitivo che affettivo.

L’ambiente sociale e la condivisione con l’altro dell’emozione potrebbero risultare benefici per l’individuo nella misura in cui gli consentirebbero di riorganizzare la propria esperienza e restituire coerenza alla propria narrazione personale, mettendo “in prospettiva” quanto accaduto, anche attraverso i feedback ed il supporto ricevuti dall’esterno.

Tuttavia, non tutte le forme di espressione e condivisione emotiva permettono di ottenere questi risultati.

Alcune forme di condivisone (o di “iper-condivisione”) conducono esattamente all’effetto opposto, ovvero quello di consolidare lo stato emotivo negativo. In questi casi, l’espressione emotiva può costituire allo stesso tempo il sintomo di un irrigidimento psicopatologico e la modalità attraverso cui la psicopatologia perpetra sé stessa (Stiles, 1995).

In che modo?

Le caratteristiche di una condivisione disfunzionale delle emozioni negative comprendono aspetti che rimandano al costrutto di ruminazione, ossia quella forma di attenzione rivolta agli stati interni in modo ripetitivo e stagnante.

Quando si strutturano tendenze psicologiche di questa natura, la persona è portata a orientare quasi compulsivamente l’attenzione verso il proprio malessere, senza che questa si accompagni a dei tentativi di fronteggiamento attivo della situazione (coping).

Questi sono i casi in cui all’aumentare dell’attenzione rivolta alle emozioni e della loro condivisione non corrisponde una maggiore elaborazione dell’esperienza, dal punto di vista cognitivo ed affettivo.

La persona tenderà ad immergersi totalmente nel ricordo delle esperienze negative, a iper-condividerle in  modo ripetitivo, prestando scarsa attenzione ai feedback provenienti dall’esterno e traendo anche una certa forma di rassicurazione dalla sua ripetizione, essendo ormai un copione ben noto (Kennedy-Moore & Watson, 2001).  

Sempre da un punto di vista sistemico, potremmo dire che l’evento spiacevole non è stato integrato né ha dato vita ad un’organizzazione interna inedita ma, semplicemente, rimane attivo e “disturba” l’organizzazione psichica preesistente.

Per converso, una buona pratica di condivisione delle emozioni negative richiede il coinvolgimento di risorse cognitive ed affettive che possano facilitare la rielaborazione dell’esperienza, quali la possibilità di orientare alla soluzione e alla riorganizzazione.

Condividere le proprie emozioni in modo funzionale dovrebbe includere la capacità di prendere contatto con l’esperienza emozionale in modo autentico che, a sua volta, ci permette di arricchire l’esperienza di nuovi significati e di condurci all’azione.

La risposta alla domanda da cui siamo partiti sembra essere che sfogarsi fa bene nella misura in cui siamo in grado di impiegare la condivisione delle emozioni come uno strumento adattivo e rivolto a facilitare un cambiamento (Kennedy-Moore & Watson, 2001).

Per rispondere al buon senso con il buon senso: a fare la differenza non sono né la quantità di emozioni che si condividono né lo sfogarsi tout-court a migliorare il nostro benessere, bensì la qualità dell’esperienza di condivisione e delle risorse che mettiamo in gioco per affrontare le emozioni spiacevoli.

Bibliografia

Kennedy-Moore, E. & Watson, J. C. (2001). How and When Does Emotional Expression Help? Review of General Psychology, Vol. 5, No. 3, 187-212

Rimé, B. & Paez, D. (2007). La condivisione sociale delle emozioni. Psicologia Sociale, Fascicolo 1, gennaio-aprile 2007

Watkins, E. (2004). Adaptive and maladaptive ruminative self-focus during emotional processing. Behaviour Research and Therapy, No. 42 (2004), 1037–1052

Stiles, W.B. (1995). Disclosure as a speech act: Is it psychotherapeutic to disclose? In J. W. Pennebaker (Ed.), Emotion, disclosure, & health (p. 71–91)

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