Nell’ultimo mese le nostre comunità sono state messe a dura prova da una minaccia tanto concreta quanto ineffabile come quella della pandemia da Covid-19. Accanto all’escalation di emozioni negative e mobilitazioni pratiche, siamo costantemente invasi da una quantità di informazioni, opinioni, pareri e consigli sul tema, al punto che sembra che poco sia rimasto da dire in merito.

Ho pensato a lungo se fosse il caso di unirmi a questo flusso informativo con un’ennesima dissertazione su come affrontare al meglio la quarantena o quali siano le sfide dinanzi alle quali il coronavirus ci sta ponendo, senza venire a noia, prima di tutto, a me stessa. Alla fine, mi sono arresa all’evidenza di come sia difficile uscire dal tema, deviare la traiettoria su altri argomenti senza, inevitabilmente, tornare a riflettere sulla situazione attuale.

E mi sono resa conto che, dall’inizio dell’emergenza, c’è un costrutto psicologico che continua a tornarmi in mente, soprattutto nel momento in cui mi ritrovo a confrontarmi con le mie angosce, ansie e insofferenze, ed è quello di intolleranza dell’incertezza.

Spoiler alert: coerentemente con il messaggio presente in questo articolo, ho deciso di accettare il mio bisogno di rispolverare questo concetto, di fargli prendere aria; e se dovesse tornarci utile per affrontare l’emergenza coronavirus dal punto di vista di chi – come me – può e deve rimanere a casa in isolamento a tempo indeterminato, ben venga.

Partiamo da una definizione. L’intolleranza dell’incertezza si riferisce ad una caratteristica disposizionale orientata al futuro che comporta una serie di attribuzioni negative riguardo all’incertezza e alle sue conseguenze; la possibilità che possa verificarsi un evento negativo risulta inaccettabile e minacciosa di per sé, aldilà della reale probabilità che questo possa verificarsi (Carleton, 2014).

Niente di nuovo nella storia dell’uomo: la capacità di prefigurare il futuro, di anticiparlo e rimodellarlo attraverso le azioni del presente è quanto di più adattivo l’essere umano sia in grado di fare. Ed è capace di farlo grazie alla paura dell’ignoto, che motiva e orienta l’azione verso il comportamento che meglio potrebbe garantire futuri sopravvivenza e adattamento.

Tuttavia, in questo meccanismo apparentemente perfetto risiede una falla, un errore non calcolato che molti di noi (probabilmente tutti) conoscono bene: non tutto ciò che ci circonda può essere controllato dal nostro comportamento. In verità, data la complessità del mondo in cui viviamo, è virtualmente impossibile individuare un legame diretto e lineare tra il nostro comportamento e le sue conseguenze, immediate e non.

Ma la nostra paura ancestrale non lo sa, e ci prova lo stesso. All’aumentare della complessità dei fenomeni che osserviamo e rispetto ai quali siamo chiamati a compiere delle scelte, aumenta il grado di incertezza e imprevedibilità che li connota, e così aumenta anche il nostro tentativo di riportarli ad un livello di controllabilità maggiore.

Come ci proviamo ? Preoccupandoci. Nella migliore delle ipotesi, preoccuparci per il futuro è una delle tante attività che occupa la nostra vita psichica.

Nella peggiore, può strutturarsi una franca psicopatologia, afferente ai disturbi d’ansia e a quelli dell’umore. Se una certa quota d’intolleranza dell’incertezza è ineliminabile e tipica della nostra natura, esiste un limite oltre il quale lasciare che questa dimensione domini incontrastata la nostra vita psicologica, sociale e relazionale rappresenta un rischio importante per il nostro benessere.

Tornando al discorso sull’attualità, è innegabile che questa nuova pandemia ci abbia scoperti assolutamente vulnerabili e impreparati, da molti punti di vista. Siamo al cospetto di alcune delle nostre più radicate e giustificate paure e vediamo crollare il rassicurante mito della nostra invulnerabilità.

Il nostro orizzonte è stato drasticamente accorciato: i piani sono saltati, le possibilità ridotte, il futuro è diventato (se possibile) ancora più incerto e, stando a quello che ci dicono, difficile. Ecco perché una riflessione sull’intolleranza dell’incertezza potrebbe tornarci utile.

Far fronte a una tale complessità ci richiede, in questo momento, di rinunciare al tentativo di esercitare un totale controllo sul nostro futuro, di orientarci maggiormente al momento presente.

Il paradosso di un’eccessiva intolleranza dell’incertezza è quello, infatti, di condurre ben lontani dall’esito desiderato (stare bene in futuro) e condannare ad una presente, costante e incessante preoccupazione, che pregiudica anche le nostre future possibilità di benessere.

Ciò è ancora più vero quando ciò che ci minaccia è nuovo, sconosciuto e letteralmente invisibile, come un virus. Un esempio pratico di questo meccanismo è stato studiato proprio in relazione ad una pandemia, quella del virus N1H1 (influenza suina) del 2009 (Taha et al., 2014).

È stato osservato come ad una maggiore intolleranza dell’incertezza disposizionale corrispondessero maggiori livelli di stress e ansia quotidiani; il tentativo di ridurre quest’ansia si traduceva in un maggiore monitoraggio della situazione, attraverso una costante e frequente ricerca di informazioni.

L’aumento esponenziale delle informazioni – spesso contrastanti – , tuttavia, contribuiva a rendere sempre più complesso il quadro generale della situazione, rendendolo di fatto incontrollabile e alzando ulteriormente l’asticella dell’ansia.

Inoltre, soggetti con una maggiore tolleranza dell’incertezza tendevano ad adottare strategie di coping orientate al problema e più efficaci, rispetto a quelli caratterizzati da un’elevata intolleranza dell’incertezza, più portati ad impiegare strategie di natura emotiva, non sempre funzionali alla gestione della situazione (ibidem).

Che fare, dunque ?

Facciamo qualche precisazione. Nel momento in cui il disagio psicologico dovesse diventare intollerabile o andare ad innestarsi in una condizione di difficoltà precedente all’emergenza da coronavirus, non esitare a chiedere il supporto di un professionista.

Inoltre, se è vero che non possiamo esercitare un controllo totale su ciò che ci circonda e sul futuro che ci aspetta, rimane vero che qualcosa possiamo fare. Tollerare l’incertezza non significa assumere un atteggiamento irrimediabilmente fatalista (e irresponsabile) nei confronti della realtà: ciò che possiamo fare, va fatto. Ed è in ciò che possiamo fare che si  recupera quella dimensione di controllo, di padronanza su noi stessi e sulle nostre azioni capace di mitigare la nostra ansia:

“Io sono soltanto uno. Ma comunque sono uno. Non posso fare tutto, ma comunque posso fare qualcosa, e il fatto che non posso fare tutto non mi fermerà dal fare quel poco che posso fare.”, citando E. E. Hale.

Allo stesso modo, informarsi è importante poiché ci permette di essere consapevoli, di assumere comportamenti corretti e funzionali per noi stessi e per gli altri, purché non diventi una compulsione, ovvero un tentativo spasmodico di trovare certezze granitiche che possano permetterci di liberarci una volta e per tutte della nostra incertezza.

Ecco perché la parola chiave diventa “accettazione”. Accettare e tollerare l’incertezza, ma anche accettare e tollerare noi stessi, i nostri stati d’animo e l’inevitabile frustrazione che questa situazione ci infligge. Rinunciare, ad esempio, alla produttività a tutti i costi, al mettere a frutto ogni minuto di ogni ora per “trarre il meglio” dal tempo libero ritrovato, accogliendo anche la possibilità che il tempo rimanga libero e basta. Navigare a vista, volgendoci verso un orizzonte quotidiano e sempre diverso, in paziente attesa della schiarita.

 

Bibliografia

  • Taha, S. , Matheson, K., Cronin, T. & Anisman, H. (2014) – Intolerance of uncertainty, appraisals, coping, and anxiety: The case o 2009 NIHI pandemic. British Journal of Health Psychology, 19, 592-605
  • Carleton, N. R. (2012) – The intolerance of uncertainty construct in the context of anxiety disorders: Theoretical and practical perspectives. Expert Review of Neurotherapeutics, 12(8), 937-947, DOI: 10.1586/ern.12.82
CONDIVIDI
Articolo precedenteDehaene: Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine
Articolo successivoIl culto del feto: immaginario e fantasie intorno alla nascita
Ilaria Cerbo
Ho studiato Psicologia Clinica presso l’Università di Padova, conseguendo il titolo con lode. Nel 2016 ho concluso un tirocinio professionalizzante presso il Centro IPPS di Roma, dove ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze nell'ambito della psicoterapia costruttivista e della clinica applicata in generale. Da aprile collaboro con il laboratorio Psy-med presso il Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, dove mi sto formando nell’apprendimento di metodi di ricerca qualitativi. A conclusione del mio tirocinio professionalizzante magistrale lavorerò presso il Reparto di Psicologia Oncologica dell’Istituto “Fondazione Pascale” (Napoli). Mi interesso di scrittura, divulgazione e ricerca. Contatti: cerboilaria@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?