“Questo volume raccoglie tutte le riflessioni, le piste di ricerca, le lezioni durante i corsi accademici, i master, gli incontri pubblici sulla condizione femminile, dal punto di vista di una costituzionalista. Mi sto occupando dei diritti delle donne dall’inizio degli anni Duemila e ricordo bene alcuni avvenimenti personali e accademici che influenzarono questa decisione […].

Ho deciso di iniziare con questa introduzione, anche personale, perché io credo che chiunque intraprenda una ricerca scientifica su questi temi, e soprattutto una donna, cerchi anche qualcosa di sé.”

Queste parole dell’introduzione rendono bene il sentire e il filo conduttore che ho riscontrato nel testo Una parità ambigua in edizioni Cortina.

L’autrice, Marilisa D’Amico, propone subito questa chiave di lettura: chi si occupa e si batte per la parità di genere, cerca e trova inevitabilmente anche qualcosa di sé. Decide di regalare al lettore qualcosa della sua esperienza personale di donna, giurista, costituzionalista, professoressa all’Università di Milano.

Racconta della sua decisione di intraprendere una carriera in un ambito in cui il maschile è sempre stato dominante. Descrive le sue battaglie nel mondo giuridico legate alla lotta per l’eguaglianza tra uomini e donne.

Questo testo è come un percorso, un cammino di nuove riflessioni e consapevolezze, un tragitto che vuole aprire nuovi interrogativi e che cerca di rispondere ad altri.

Perché si tratta ancora di una parità ambigua? Dove ha avuto inizio la storia di una società che non considera in modo paritetico gli esseri umani? Che cosa comporta dal punto di vista psicologico e perché questi aspetti riguardano sia le donne che gli uomini?

Andiamo per ordine.

“La nascita della discriminazione di genere è dunque antichissima, risale addirittura all’antica Grecia ed è dovuta alla nascita dell’idea della differenza sessuale, da subito fondata anche nei miti come differenza non soltanto naturale, ma accompagnata a caratteristiche sociali e culturali”

Il percorso inizia così, dall’origine antica degli stereotipi di genere. E’ il mondo classico a inaugurare questo modello di pensiero.

La Grecia ha trasmesso al nostro tempo l’idea di una diversità naturale per cui gli uomini sarebbero esseri razionali e le donne istintive, prive del logos.

La società romana dà vita all’organizzazione patriarcale, con le donne con un’unica funzione prevalente: quella riproduttiva.  E’ qui che si consolida il binomio donna angelo del focolare/donna schiava-oggetto.

E’ così che donne e uomini hanno acquisito all’interno della struttura sociale diritti e possibilità diversi. Molti ruoli, opportunità e cariche istituzionali sono diventati inaccessibili alle donne in virtù di una presunta incapacità. Questi aspetti culturali si sono insinuati in modi sottili e talvolta difficili da rilevare nel pensiero e permangono ancora oggi.

Siamo portati, per esigenze di economia cognitiva, a semplificare il mondo che ci circonda. Gli elementi della cultura incidono molto su questi meccanismi, creando stereotipi che si tramandano nel tempo.

Gli stereotipi sessuali hanno a che vedere con meccanismi di categorizzazione ai quali si ricorre per spiegare la rappresentazione di cosa è maschile e cosa è femminile.

Il mondo classico ha fatto in modo che questi stereotipi prendessero una piega che ancora oggi è difficile da modificare. A uomini e donne vengono applicate, fin dalla nascita, una serie di attese comportamentali. Tutto ciò che va contro a queste aspettative viene percepito come pericoloso e negato.

Il mondo postmoderno ha cercato di mettere in discussione questo sex/gender system, questo patriarcato per nulla flessibile e dicotomico. La critica si è estesa a vari aspetti dell’organizzazione socioculturale e le battaglie delle donne hanno portato a cambiamenti, all’acquisizione di nuovi diritti.

Ma allora perché la parità è ancora ambigua?

“Fra la legge e la realtà, tuttavia, il divario è ancora molto ampio e ancora oggi molte donne soffrono in concreto di odiose forme di discriminazione, legate soprattutto alla maternità”

Riporto questa frase tratta dal testo in questione, che è stata per me particolarmente significativa. E’ quello che ho visto lavorando con le donne. Questa citazione è tratta dal capitolo “Donne e lavoro” ma lo scarto tra legislazione e quotidianità si riscontra in molti ambiti.

Noi donne abbiamo raggiunto molti diritti e ci siamo guadagnate tanto: questo libro non vuole trattare come vani gli obiettivi raggiunti. Ci pone però di fronte ad un grande evidenza: queste acquisizioni sono ancora troppo slegate dalla mentalità delle persone.

Nel sentire comune il modello sociale interiore prevalente è ancora il patriarcato e non si accetta l’idea di una donna libera, emancipata, capace e indipendente.

Gli episodi di violenza di genere sono probabilmente la punta dell’iceberg, ovvero gli eventi eclatanti che lasciano emergere tutto quel substrato culturale che purtroppo ancora oggi si muove. L’autrice ci mette in guardia sul fatto che esiste un legame tra i mutamenti del ruolo della donna nella società di oggi, l’emancipazione femminile e la violenza.

Questi atti spesso sono perpetrati da uomini che non accettano l’autonomia delle donne e vogliono riprendersi con forza una superiorità ritenuta innata e che non va messa in discussione.

Gli ultimi mesi di emergenza sanitaria, legati al Covid-19 hanno fatto emergere nuovamente quanto la parità raggiunta sia precaria.  Nell’emergenza sanitaria attuale emerge un primo dato rilevante: sia a livello nazionale che globale, le donne sembrano scomparse dai luoghi decisionali e dal mondo scientifico[1].  

Una quasi forzata reclusione tra le mura domestiche sta già avendo un impatto sul lavoro delle donne alle quali è molto più affidato, rispetto agli uomini, l’impegno della cura della casa e dei figli.

Questi aspetti hanno probabilmente un impatto sulla violenza domestica, rafforzando i due elementi chiave della violenza relazionale[2]: l’isolamento della donna dalle sue aree di vita e il controllo da parte del partner.

In questa situazione molti centri antiviolenza si sono immediatamente mobilitati per fornire supporto. Sul numero dei casi ci sono dati contrastanti: alcuni riportano che il numero delle violenze subite dalle donne sembra in diminuzione, altri denunciano un aumento.

Ciò che appare chiaro è che sono le richieste da parte delle donne che arrivano ai servizi a cambiare e che hanno spesso a che vedere con la difficoltà di sottrarsi ad una convivenza forzata.

L’ultimo breve capitolo legato alla recente pandemia segna il punto di arrivo di questo cammino, quello in cui la verità sulla questione della parità di genere viene rivelata in modo forte ed evidente: ancora molto deve essere fatto.

Il testo è interessante per tutti, uomini e donne, psicologi e operatori della sanità e della relazione di aiuto, per coloro che vogliono capire meglio la nostra società. Il presupposto per la lettura però non deve essere solo quello di volersi informare sullo status delle cose. Ci si deve far guidare dalle domande che emergono pagina dopo pagina.

La mia, tra tutte, è stata: perché il patriarcato è così difficile da abbandonare?

Quando siamo appena nati veniamo investiti di un ruolo: o siamo maschi o siamo femmine pur essendo questa una condizione solo biologica. Sembra che nella nostra cultura sia difficile accogliere la complessità abbandonando gli stereotipi relativi al genere.

Fin dall’infanzia, siamo esposti alle influenze sociali di genere, condizionati a strutturare comportamenti, atteggiamenti e preferenze in funzione degli stereotipi sessuali.

Ci vengono proposti da tutti gli adulti che ruotano intorno al nostro mondo: i genitori, i parenti, gli insegnanti e i coetanei e influiscono nella percezione che abbiamo di noi stessi. Questo tipo di educazione sottrae molto e spinge a relegare da una parte tutte quelle propensioni che non sono considerate adeguate per il nostro genere di appartenenza.

Nella teoria proposta da Jung, psichiatra e antropologo, il corretto e salutare funzionamento della psiche umana non sarebbe legato a questa scissione ma bensì all’integrazione tra maschile e femminile. Secondo la teoria junghiana ognuno di noi presenta al suo interno una controparte maschile chiamata Animus, sicuro e forte, e una femminile Anima, feconda e accogliente.

Questi due archetipi rappresentano, per Jung, la complementarietà per eccellenza, il maschile e il femminile insito nella psiche di ogni essere umano. Queste due controparti, durante il corso della vita, si equilibrano e si spronano, guidando la persona verso una maggiore conoscenza di sé.

Riscoprire le teorie junghiane ci porta a riflettere su quanto poco siamo accompagnati verso l’accoglienza di quelle dinamiche che si muovono dentro la nostra psiche. Spesso veniamo spinti all’aderenza a determinati ruoli e non alla scoperta delle nostre parti più profonde.

L’Anima rappresenta la sede dell’emotività, la mediatrice tra le parti inconsce della psiche e l’Io. Una funzione che appare ancora molto distante dal nostro mondo educativo e che sembra essere ancora un po’ respinta da una cultura in cui il patriarcato continua a esercitare il suo potere.

Sembra emergere sempre di più e in vari contesti il timore di questo femminile, della sua propensione alla scoperta dell’emotività. E questo vale sia per le donne che ancora subiscono discriminazioni e per gli uomini, costretti a nascondere quel femminile, (quell’Anima citando Jung) che risiede in ognuno di loro.

Le donne solitamente si espongono e portano in superfice un linguaggio emotivo e sentimentale che può essere promotore di cambiamento, afferma la scrittrice Sonia Scarpante[3] in un articolo recente per Italia che cambia. Un mutamento che si renderebbe utile e necessario soprattutto in seguito a questa emergenza ma che purtroppo probabilmente fa ancora troppa paura.


[1] Si veda la lettera firmata dalle scienziate italiane che ritengono prioritaria una rappresentanza paritaria nelle commissioni tecniche nominate dal governo, pubblicata sul Corriere della Sera il 20 Aprile 2020.

[2] Si veda Filice, F. (2020), “La parità di genere alla prova del Covid”. In Dirittopenaleuomo.org, 15 Aprile.

[3] Scrittrice e poetessa, presidente dell’Associazione “La cura di Sé” e membro del comitato direttivo dell’Associazione Odon (www.odon.it)

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