Tra le patologie che rientrano nella categoria del dolore cronico, come visto nel precedente approfondimento, vi è la Fibromialgia: una condizione che affligge circa il 2% della popolazione italiana.

La Sindrome Fibromialgica, a cui in seguito ci riferiremo con l’acronimo SFM, è una condizione di dolore muscoloscheletrico diffuso associato ad una vasta gamma di sintomi tra cui depressione, astenia (riduzione dell’energia), sonno non ristoratore e disturbi cognitivi.

La SFM è una patologia piuttosto controversa, poiché la diagnosi è complessa e necessita di una valida esperienza da parte del professionista che la esegue. Inoltre la mancanza di riscontri oggettivi circa le cause scatenanti del dolore rende il paziente soggetto a misinterpretazione sulla veridicità di quanto riporta.

Ma è bene procedere per ordine. Quali sono i sintomi principali della SFM?

  • dolore muscoloscheletrico diffuso in specifiche zone del corpo (testa, braccia, torace, addome, gambe e schiena);
  • affaticamento anche a seguito di sforzi minimi;
  • disturbi del sonno, nonostante il paziente riferisca di aver dormito 8-10 ore per notte.

Sono presenti, inoltre, altri sintomi di accompagnamento che contribuiscono a ridurre drasticamente la qualità della vita dei pazienti come difficoltà di concentrazione e attenzione, difficoltà a ricordare, ansia e riduzione del tono dell’umore, sensibilità alla luce, febbricola e molti altri.

Si provi ora ad immaginare lo stato emotivo di un paziente che, a seguito di continui dolori, si rivolge al proprio medico di base alla ricerca di una spiegazione ai propri sintomi. Fiducia e speranza sono le componenti che caratterizzano l’atteggiamento di chi spera di risolvere il proprio problema, magari di trovarne anche una causa circoscritta e di facile risoluzione.

Nella maggior parte dei casi è quello che avviene, ma se dalle radiografie prescritte dal medico non risultassero anomalie? Il paziente si sentirebbe spaesato, senza un appiglio a cui aggrapparsi e una spiegazione da dare a coloro che chiedono la causa del suo malessere.

L’assenza di riscontro organico ai propri sintomi è una caratteristica diffusa nella fibromialgia e questo favorisce il circolo vizioso dei sentimenti di colpa e sfiducia.

In questo substrato emotivo, attecchiscono facilmente atteggiamenti di aggressività e noncuranza dei familiari nei confronti dei pazienti, i quali non vengono presi sul serio, ascoltati, supportati nel processo di scoperta della patologia.

Uno dei grandi problemi in questo ambito è il sovrauso di farmaci antidolorifici e antinfiammatori. In passato non esisteva una cultura psicologica legata alle sindromi “fantasma”, motivo per cui esse venivano spesso dileguate con la prescrizione di farmaci volti a controllare il dolore.

Il paziente provava sul momento sollievo e, la volta successiva, procedeva con una auto somministrazione dei farmaci, magari aumentandone il dosaggio in seguito a livelli di dolore in costante crescita.

Per una questione puramente biologica, il sovrauso di farmaci antidolorifici ha come diretta conseguenza da una parte lo sviluppo di comportamenti di dipendenza e minima tolleranza al dolore, dall’altra una condizione di assuefazione per cui il risultato finale è una totale assenza di effetto benefico del farmaco stesso.

Il paziente allora non solo si ritrova senza una diagnosi al proprio dolore, ma anche senza un’efficace trattamento che gli permetta di condurre una vita lavorativa e sociale soddisfacente. Per di più perde il potere talismanico del blister sempre riposto nella borsa pronto a calmare un dolore che irrompe da un momento all’altro senza preavviso.

E’ sempre vero che il dolore arriva improvvisamente? Quello che i pazienti riferiscono è che non ricordano un evento o attività che abbia potuto causarlo, ma ciò è dovuto alla convinzione per cui ci debba essere una relazione direttamente proporzionale tra intensità dell’evento/attività e intensità del dolore.

Per il paziente è inconcepibile pensare che una passeggiata cui è solito dedicarsi sia la causa del dolore lancinante che dalla schiena migra verso le tempie. Eppure, nei quadri di cronicità e sindromi dolorose complesse, come lo è la fibromialgia, accade proprio così.

Il corpo andrebbe concepito come una fitta rete di fili collegati tra loro e ipersensibili alle abitudini di vita: per un paziente affetto da fibromialgia anche una lieve modifica alla temperatura della stanza potrebbe peggiorare, ma anche migliorare, la sintomatologia dolorosa.

L’ipersensibilità trova spiegazione nell’alterazione degli equilibri neurobiologici: diversi studi hanno individuato una riduzione della soglia del dolore nei pazienti con SFM dovuta ad uno squilibrio nella concentrazione delle sostanze implicate nella modulazione del dolore.

Quindi vi è una maggior concentrazione di sostanze che favoriscono la trasmissione del dolore (sostanza P e glutammato), mentre sono ridotte quelle ad effetto opposto (serotonina ed endorfine). Questo squilibrio può avere cause genetiche, ovvero essere la conseguenza di un’espressione genica che varia da individuo a individuo.

Ma è vero altresì che tale squilibrio potrebbe essere causato da una stimolazione dolorosa ripetuta, che può sensibilizzare le fibre nervose e renderle iperattive anche in presenza di stimolazione innocua, ovvero che nella maggior parte degli individui non è seguita da dolore.

Alcuni dei sintomi di accompagnamento al dolore sono generati da un’alterazione dell’equilibrio dell’attività delle due branche del sistema nervoso autonomo, il simpatico e il parasimpatico.

Il sistema nervoso autonomo è deputato al controllo di diverse funzioni involontarie dell’organismo, tra cui la salivazione, la sudorazione e la vasocostrizione periferica (la riduzione del calibro dei vasi sanguigni).

Quello simpatico e parasimpatico lavorano in sinergia per creare un ambiente neurobiologico nell’organismo che permetta di attuare e supportare un comportamento efficace di risposta alle richieste dell’ambiente esterno.

Nella SFM, infatti, è stata riscontrata una maggiore attività della branca simpatica del sistema nervoso autonomo, responsabile della secchezza delle mucose e dello spasmo della muscolatura liscia nella sindrome del colon irritabile.

Quindi cambiare il proprio comportamento e atteggiamento può anche migliorare la vita del paziente. In quest’ottica di attiva e compartecipata ricerca lavorano medico, paziente e psicologo per dare un risvolto positivo alla fibromialgia.

L’approccio al trattamento è di tipo multidisciplinare, alla luce della molteplicità di domini coinvolti nella patologia, e graduale, dalla terapia meno rischiosa a quella più invasiva.

In uno scenario ideale, il paziente arriva in consulto psicologico grazie al suggerimento del medico di base o dello specialista che ha individuato una probabile influenza di fattori psicologici e comportamentali della sindrome dolorosa.

Su cosa lavoreranno psicologo e paziente?

Innanzitutto il paziente verrà invitato a riflettere sulla propria idea circa la malattia, in alcun modo l’idea di malattia è un qualcosa di precostituito, oggettivo e veritiero a priori. E’ una costruzione che avviene nelle convinzioni del paziente, influenzata dal contesto sociale e dalla rete relazionale delle figure significative, forgiata dalle esperienze pregresse e da un desiderio di controllo sull’ambiente.

Il paziente verrà portato a riflettere proprio sul controllo che ritiene di avere circa determinate situazioni e, anche e soprattutto, sulla malattia.         

Lo si stimola ad assumere un punto di vista attivo verso i sintomi, in ottica di essere gli autori principali del proprio cambiamento è ciò che si cerca di favorire all’interno del percorso di supporto psicologico.

Spesso non sarà possibile eliminare definitivamente il dolore e/o i sintomi correlati, ma sarà possibile imparare a gestirli in maniera più consapevole e attiva, secondo una prospettiva di autoconsapevolezza e autoefficacia, due componenti imprescindibili per il benessere psico-fisico dell’individuo in svariati ambiti.

Ciò che noi professionisti della salute – sia essa fisica o psicologica – siamo tenuti a trasmettere è il concetto che lo sviluppo di una patologia cronica non è mai dovuto ad una unica causa.

Probabilmente in quadri sintomatologici complessi, come nel caso della SFM, questo è di più facile comprensione. La moltitudine e la grande varietà di sintomi che caratterizzano questa patologia permettono di capire come più domini della persona siano coinvolti nel processo di insorgenza e mantenimento della malattia.

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Maria Marica Corrente
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Padova con una tesi sulle strategie di coping nel dolore cronico. Per questo progetto ho svolto un tirocinio presso l’U.O.C. Terapia Antalgica dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova occupandomi prevalentemente di pazienti affetti da Sindrome Fibromialgica. Durante il mio percorso accademico mi sono occupata anche di autismo, con un tirocinio presso la Fondazione Bambini e Autismo ONLUS di Pordenone e di mentoring, grazie ad un progetto promosso dall’università di Padova. Nel 2019 ho concluso un’esperienza di volontariato presso la De Leo Fund Onlus in cui mi sono occupata di lutto traumatico. Dopo la laurea mi sono trasferita in Belgio per sei mesi per intraprendere un periodo di ricerca sul dolore cronico alla Katholieke Universiteit di Leuven con la quale collaboro tuttora. Attualmente ho da poco completato il mio percorso di formazione post-lauream presso un centro che si occupa di formazione e consulenza aziendale. Nutro la mia curiosità cercando nuove sfide legate alle mie passioni: la fotografia, l’arte e la scrittura.

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