I luoghi che curano”, edito da Raffaello Cortina Editore, è un libro ampio, uno di quelli che aprono diversi scenari di riflessione. Paolo Inghilleri, autore del saggio e professore ordinario di Psicologia Sociale presso l’Università degli Studi di Milano, propone una lettura circolare e una narrazione esperienziale.

Fin dal principio, infatti, il flusso dell’esposizione è caratterizzato da racconti di vita quotidiana dislocata in diverse parti del mondo. Ciò ci rende partecipi di esperienze, punti di vista, vissuti emozionali di quelle vite che poi saranno d’esempio per raccontare aspetti più teorici della psicologia ambientale

Il libro, infatti, non vuole essere un’esposizione asettica di teorie, bensì un saggio in cui esempi concreti portano il lettore a comprendere le teorie. Con queste premesse l’autore sviscera il tema della cura con particolare riferimento agli effetti terapeutici dei luoghi, degli oggetti e della natura.

Secondo una definizione dell’autore, l’individuo nella società occidentale è un’entità stabile e statica, unica e isolata.

L’essere umano così concepito ricava sicurezza dalla stabilità del contesto in cui nasce, cresce e vive. La sicurezza dell’ambiente e degli affetti che lo abitano, come la sempre crescente mole di opportunità, contribuisce alla visione di una società libera, costante e, conseguentemente, felice.

La stabilità potrebbe essere minata da un trasferimento lavorativo, una migrazione costretta, un cambio di scenario a causa di un’epidemia mondiale.

Inghilleri si pone e ci pone, due domande: questa mutevolezza che caratterizza le nostre società e il nostro tempo è un processo che porta ad una maggiore libertà oppure ci costringe ad una impossibilità di scelta, ovvero ad una libertà solamente apparente?

E questa molteplicità di scelta e di frammentazione dell’individuo non potrebbe recarci danno e minare la sicurezza che proviamo muovendoci nei nostri luoghi quotidiani?

La riflessione sul benessere e malessere dell’individuo in rapporto al contesto è il preambolo necessario per approfondire, nella seconda parte del saggio, il tema della protezione.

Quest’ultima viene concettualizzata come qualcosa che l’individuo crea in modo attivo utilizzando l’ambiente circostante, piuttosto che nel vivere passivamente il contesto di appartenenza.

L’autore asserisce che – accanto alla depressione- i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico siano ormai in crescita esponenziale al giorno d’oggi.  

I luoghi possono suscitare emozioni non solo per le loro caratteristiche strutturali, bensì per le loro caratteristiche relazionali tra l’individuo ed il contesto in cui è immerso.

La teoria della piacevolezza ambientale dei Kaplan (1989) suggerisce come un ambiente possa risultare piacevole nel momento in cui sappiamo come comportarci e, al tempo stesso, in cui vi è sempre qualcosa di inedito da scoprire.

La novità, per Inghilleri, è un aspetto fondamentale che attira l’attenzione verso un luogo e lo rende piacevole allo stesso tempo. La novità, però, non è solamente la scoperta di qualcosa di nuovo di tangibile, ma piuttosto di “un nuovo legato all’individuo”.

L’ambiente piacevole deve contenere, cioè, aspetti percettivi e simbolici capaci di indurre la sensazione di poter conoscere, frequentandolo, qualcosa di nuovo del luogo o di sé stessi.

La seconda parte del saggio, invece, è dedicata all’approfondimento della relazione tra essere umano ed ambiente naturale. In particolare, l’autore ci espone la Teoria della biofilia, secondo cui l’essere umano ha una tendenza innata ad orientare la sua attenzione verso le altre forme di vita e l’ambiente naturale(Kellert, 1995).

Secondo tale teoria, l’uomo è biologicamente portato ad essere attratto da tutto ciò che è vivo ed è affascinato dalla partecipazione empatica all’esperienza altrui.

Infatti, è parte dell’esperienza comune vedere come una passeggiata nella natura, lontano dal chiasso della città, possa essere rigenerante. Il perchè ciò avvenga è ancora argomento di dibattito.

Ciò che la ricerca ha evidenziato, però, è che frequentare spazi verdi e natura influenza in modo positivo pensieri ed emozioni e sembrerebbe favorire un approccio resiliente ai traumi.

L’aspetto attentivo sembra essere direttamente coinvolto in questo processo: solitamente abbiamo un’attenzione volontariamente concentrata verso oggetti e situazioni che spontaneamente non riteniamo interessanti.

Questo, nel lungo periodo, rischia di sovraccaricare il nostro sistema cognitivo, poiché le nostre risorse attentive non sono affatto illimitate.

Alcune conseguenze di questo sovraccarico possono essere una maggior difficoltà nel prendere le decisioni nel quotidiano o la percezione di essere mentalmente saturi.

Un effetto della biofilia dell’essere umano è che, quando ci troviamo in un ambiente naturale, viene spontaneo prestare attenzione allo spazio circostante senza costrizione, in modo non forzato, ma naturale e rigenerante a livello psicofisico.

In questo quadro ricco e approfondito di esempi e riflessioni, l’autore si chiede, e ci chiede, se sia possibile utilizzare i luoghi per curare.

A tal proposito viene proposta la figura duale dell’architetto-psicologo. Alejandro Aravena, architetto cileno e direttore esecutivo della Elemental S.A., (un’organizzazione che promuove il miglioramento delle condizioni sociali attraverso la costruzione di spazi urbani e infrastrutture), ha progettato la costruzione di abitazioni per le popolazioni più povere di Messico e Cile.

Per realizzare tale progetto è partito da costruire blocchi comuni di 30 mq, organizzati nel quartiere di modo da favorire lo scambio sociale e la solidarietà. Il blocco base può essere modificato e personalizzato dalla famiglia stessa a cui viene donato.

Il concetto alla base del progetto segue la scia della Teoria della piacevolezza ambientale dei Kaplan: l’architetto che programma un luogo fornisce sia una base standard conosciuta (l’organizzazione classica delle case di quartiere) e sia un luogo sicuro dal punto di vista tecnico ed estetico. Ma, al contempo, lascia il progetto incompleto, aperto alle modifiche che gli abitanti vorranno portare avanti.

La contemporanea presenza di sicurezza e di indeterminatezza (ossia della possibilità di cambiare ed esperire “la novità” connessa al personalizzare il proprio spazio abitativo) rendono il luogo psicologicamente piacevole.

Allontanandoci dai grandi progetti dei grandi architetti, noi stessi possiamo essere degli architetti-psicologi nelle nostre case.           

Durante il primo lockdown per la pandemia di Covid-19 l’essere costretti all’interno delle proprie abitazioni ci ha costretti in qualche modo a ridisegnare i confini dell’abitare. Lo stesso luogo è diventato contemporaneamente posto di lavoro e di attività ricreative, scuola per i bambini e fortezza contro il virus.

Ebbene, coloro che hanno avuto la fortuna di poter vivere in case abbastanza ampie e funzionali hanno potuto godere dei benefici di un ambiente funzionale e in qualche modo modificabile con semplicità in base alle esigenze.

Di contrasto, chi ha vissuto in ambienti limitati si è dovuto impegnare maggiormente per rendere la propria casa adatta e confortevole, ma ha anche trovato strategie nuove per arredare l’ambiente di modo da renderlo piacevole.

La ricerca del verde, ma anche della presenza altrui è stata fondamentale per proteggerci (fisicamente e psichicamente) dalla pandemia. Se ci pensiamo, infatti, ricordare un luogo significa ricordare anche le persone con cui abbiamo condiviso le emozioni che quel luogo ci ha donato.

In conclusione, l’autore ci propone una riflessione che è anche un invito verso il mantenimento del rapporto individuo-ambiente-società. Possiamo, infatti, essere attori di una relazione nuova, sostenitori di quello che lui definisce un “narcisismo altruista”, che connette i bisogni individuali con quelli di natura più sociale e collettiva.

Può succedere che se da un lato siamo quasi frenati dal ruolo che il contesto ci impone, dall’altro l’ambiente sociale in cui siamo inseriti è anche fonte di sicurezza e di aiuto in caso di crisi. Esso può essere un salario in caso di licenziamento, i nonni che tengono i nipoti, l’appartenenza a gruppi che consolidano la nostra identità e ci fanno sentire meno soli.

Se riuscissimo a conciliare il soddisfacimento dei nostri desideri con il rispetto per l’ambiente e per i bisogni dell’altro staremo promuovendo una forma di narcisismo sano, capace di porre attenzione a sé stessi e, contemporaneamente, al contesto sociale e ambientale che ci circonda.

Bibliografia:

Inghilleri, P. (2021). I luoghi che curano. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Kaplan R., Kaplan S., Brown T. (1989). Environmental Preference: A Comparison of Four Domains of Predictors. Environment and Behavior. 21(5), 509-530.

Kellert, S. R. (1995). The biophilia hypothesis. Island Press.

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Maria Marica Corrente
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Padova con una tesi sulle strategie di coping nel dolore cronico. Per questo progetto ho svolto un tirocinio presso l’U.O.C. Terapia Antalgica dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova occupandomi prevalentemente di pazienti affetti da Sindrome Fibromialgica. Durante il mio percorso accademico mi sono occupata anche di autismo, con un tirocinio presso la Fondazione Bambini e Autismo ONLUS di Pordenone e di mentoring, grazie ad un progetto promosso dall’università di Padova. Nel 2019 ho concluso un’esperienza di volontariato presso la De Leo Fund Onlus in cui mi sono occupata di lutto traumatico. Dopo la laurea mi sono trasferita in Belgio per sei mesi per intraprendere un periodo di ricerca sul dolore cronico alla Katholieke Universiteit di Leuven con la quale collaboro tuttora. Attualmente ho da poco completato il mio percorso di formazione post-lauream presso un centro che si occupa di formazione e consulenza aziendale. Nutro la mia curiosità cercando nuove sfide legate alle mie passioni: la fotografia, l’arte e la scrittura.

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