Uno dei principi cardine che sostengono la mia scelta di diventare psicologa è che la sofferenza non è qualcosa di inutile.

Con ciò non intendo dire che sia spassosa o obbligatoriamente necessaria, ma che quando è presente è estremamente informativa.

La sofferenza, sebbene possa assumere forme estremamente varie, dalla condensazione in un sintomo specifico ad un malessere generalizzato, dice sempre qualcosa di noi e di come viviamo la nostra vita. Il problema è capire che cosa ci dice.

Molte persone si rivolgono ad un professionista della salute mentale chiedendo un intervento “ortopedico” che gli tolga il dolore, il sintomo, il disagio, esattamente come un medico potrebbe rimuovere una cisti.

E se quella manifestazione fosse segno di qualcos’altro? Il problema verrebbe rimosso solo temporaneamente, ma la causa rimarrebbe e potrebbe riemergere in forme diverse o addirittura più gravi.

Per questo diviene necessario non solo tollerare ancora per un certo tempo quella sofferenza, ma andarle vicino, così da poterla ascoltare e capire meglio.

Come poterlo spiegare alla persona che si rivolge a noi psicologi? Come avanzare la pretesa che stia ancora nel suo dolore, perché dobbiamo decifrarlo? Come allacciare quell’alleanza di lavoro necessaria per poter affrontare un processo diagnostico?

È questo il tema di cui vi vorrei parlare: la necessità di aprire uno spazio in cui la persona possa dare un nuovo significato alla sua sofferenza, in modo da assumersene la responsabilità.

Con ciò non si intende che egli sia la causa del suo male, ma nel senso di non delegare all’altro la sua risoluzione; non passivizzarsi, ma assumere un ruolo attivo nel percorso che intraprenderà, in quanto, se lo psicologo è un “esperto del funzionamento mentale”, lui e solo lui, invece, è “l’esperto della propria vita”.

Questo diviene possibile solo nel momento in cui psicologo e potenziale paziente riescono a parlare la stessa lingua, ad allinearsi e allearsi. Ci deve essere un processo di traduzione e trasformazione del quesito iniziale in qualcosa di nuovo, processo che, tecnicamente, è definito come costruzione della domanda.

La premessa è che la persona giunge dallo psicologo con una richiesta, più o meno specifica, che viene esplicitamente avanzata al professionista sottoforma di un bisogno (a cui solitamente si associa l’istanza di quella operazione ortopedica di rimozione di cui abbiamo parlato sopra).

Tale richiesta si configura come l’espressione di uno stato d’animo complesso, per lo più caratterizzato da confusione, ansia, senso di impotenza e perdita del controllo, indice del fatto che la precedente modalità di funzionamento di quella persona non risulta più adeguata al momento che sta vivendo.

La persona è entrata in crisi, ma il fine del lavoro psicologico non è tanto quello di ripristinare l’equilibrio precedente, quanto piuttosto di darle un significato, in modo da poterla attraversare in una prospettiva evolutiva che consenta di definire dei nuovi obiettivi di vita.

Perciò la richiesta necessita di essere analizzata nella sua unicità, in quanto legata alla individualità di quel soggetto, e di essere integrata a quegli aspetti più o meno inconsapevoli che la permeano e che possono contribuire alla ri-significazione dell’evento critico.

Occorre, cioè, costruire insieme alla persona una domanda, intesa come l’esito di un processo in cui la vicenda narrata (la crisi) viene rivista alla luce di quegli elementi meno accessibili alla persona, che verranno compresi e quindi connessi attraverso una nuova logica.

In tal modo si genera una nuova trama con cui il soggetto può rileggere la propria storia, una nuova prospettiva che si apre su una situazione che egli sentiva come paralizzata e paralizzante.

Gli elementi nuovi che lo psicologo aiuta a includere in questa rilettura sono indizi di natura cognitiva, emotiva e relazionale che sfuggono alla persona, ma che sono necessari per colmare quei vuoti di senso lasciati da una situazione soverchiante.

Compito del professionista, allora, diviene non solo il porre attenzione su di essi, ma aiutare la persona a pensarli; aprire uno spazio in cui questi possono essere riconosciuti, accolti e integrati nella propria mente, ovvero, mentalizzati.

Lo strumento principe diviene quindi il colloquio clinico in cui questi elementi si concretizzano e si rendono evidenti nella relazione tra la persona e il professionista. Esso si costituisce come il confine entro cui si genera il processo di costruzione della domanda.

Infatti, è solo nell’interazione con l’altro che lo psicologo riesce a cogliere “il non detto”, i sentimenti e le resistenze che aleggiano e compenetrano la narrazione del soggetto ed è lì che si nascondono dei potenziali nuovi significati da attivare.

Perché si parla di costruzione della domanda e non di ricerca di una risposta?

Perché in questo specifico tipo di colloquio clinico l’obiettivo non è l’interpretazione dei dati, ma piuttosto la formulazione di ipotesi di senso ancorate a dati emotivi e relazionali. È un processo di co-costruzione che avviene entro un percorso riflessivo in cui ogni supposizione è rivolta a trovare una connessione tra questi dati.

Non si tratta quindi di mettere un punto alla questione, ma piuttosto di aprire un quesito che permetterà di definire il percorso psicologico più adatto a quella persona, perché orientato da quella domanda formulata in maniera condivisa.

Qual è l’intervento migliore per rispondere a quella domanda? Quale la figura o le figure che possono contribuire a farlo? Stiamo effettivamente rispondendo a quella domanda o se ne sono aperte altre?

Infine, una riflessione.

Ritengo che questo processo di costruzione della domanda racchiuda un presupposto fondamentale riguardo al tipo di atteggiamento che lo psicologo deve mantenere durante il colloquio clinico, riassumibile nella celebre citazione socratica “So di non sapere”.

È imprescindibile sgomberare la mente da qualsiasi forma di sapere precostituito, che sia una specifica teoria interpretativa o un semplice pregiudizio, affinché avvenga un autentico incontro con l’altro, affiché si apra uno spazio che possa accogliere chiunque busserà alla porta, con ciò che ha in tasca.

È un atteggiamento che bisogna ricercare attivamente, che si deve tradurre nel desiderio di conoscere l’altro come persona, nel riconoscere le sue risorse e, in un certo senso, nel fidarsi di lui.

BIBLIOGRAFIA

Gennari M., Molgora S., Pirovano N., Saita E. La costruzione della domanda psicologica attraverso il colloquio clinico. I fondamenti, il metodo, i contesti. Milano, Franco Angeli, 2015.

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Serena Carpo
Sono Serena (di nome, di fatto ci provo). La scelta di diventare psicologa è nata dalla mia curiosità verso la straordinarietà della mente umana e dall’incapacità di rassegnarmi all’idea che la sofferenza sia qualcosa di inutile. Mi sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il mio futuro professionale è un work in progress. Il tirocinio presso la neuropsichiatria infantile dell’ASL della mia zona (un paese lacustre del Piemonte) ha fatto nascere in me il germe di un progetto: rendere il diritto alla salute, fisica e mentale, un bene accessibile e di qualità. Svolgo un’attività di volontariato che, oltre a costituire un grande arricchimento umano, considero come un vero osservatorio dei bisogni del territorio e un’ottima palestra di ascolto. Conosco la lingua dei segni (LIS), amo scrivere, disegnare e pensare in modo creativo. Credo in diverse cose, tra cui una psicologia vicina alla persona, che abbia il rigore della ricerca e la veridicità della clinica, che sia un lavoro fatto con passione e che non si dimentichi di essere a servizio dell’altro. Contatti: s.carpo@hotmail.com

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