Il dolore cronico è una condizione che affligge circa 13 milioni di Italiani (il 21% della popolazione nazionale).

Spesso incompreso, sottovalutato e/o non adeguatamente trattato, il dolore cronico è sempre più diffuso e determina una riduzione significativa della qualità della vita, minando il tessuto sociale, culturale e lavorativo di chi ne viene coinvolto.

Nel dolore cronico rientrano un vasto numero di patologie tra le quali l’Artrite Reumatoide, la Sindrome Fibromialgica, la Cefalea Cronica e altre condizioni dolorose irrisolte come ernie e lombalgie.

Il dolore può essere definito cronico quando è presente da almeno tre mesi, in maniera persistente o ricorrente, ma soprattutto quando dà origine a una condizione invalidante, ossia quando il dolore stesso diventa la malattia.

Nella pratica clinica il riferimento temporale è molto utile per differenziare le patologie che i professionisti si trovano a curare, un inquadramento è fondamentale per la scelta della terapia più idonea ed efficace per il paziente.

Tre mesi di dolore per rientrare nella categoria del “cronico” sembrano pochi, eppure si immagini di soffrire di cefalea (il comune mal di testa) per anche un solo giorno.

Molti di noi farebbero ricorso agli antidolorifici per placare il martellante pulsare delle proprie tempie. Altri, più fortunati perché con un margine di sopportazione del dolore maggiore, massaggerebbero la zona dolorante con la speranza di una veloce risoluzione positiva. Tutto ciò in un solo giorno di mal di testa.

Quando il mal di testa è però diffusamente presente in forma cronica, sia in età adulta che infantile, ciò significa che per almeno tre mesi la persona soffre di continui e/o intermittenti dolori alla testa, sapendo che durante la propria giornata arriveranno e che la propria vita potrebbe doversi fermare per qualche ora fino a che il dolore non sarà passato.

La comunità scientifica usa distinguere tra dolore acuto e dolore cronico, tale diversificazione non racchiude solamente un’indicazione temporale, ma inquadra l’esperienza di dolore in un’analisi più ampia.

Il mal di testa passeggero, come viene chiamato in genere, rientra nel cosiddetto dolore acuto. In quest’ottica, un dolore di tipo acuto è un sintomo, riconosciuta ed eliminata la sua causa, anche il dolore dovrebbe scomparire; è, quindi, un campanello di allarme che ci mette in guardia verso qualcosa che minaccia la nostra incolumità.

Nel caso del dolore cronico, invece, la causa scatenante è scarsamente individuabile o è sproporzionata all’entità del dolore; l’aspetto su cui intervenire, quindi, non è più l’origine corporea – in gergo organica – del dolore, bensì il dolore stesso.

Secondo il senso comune vi è poi un altro importante distinguo, quello tra il dolore fisico e il dolore emotivo. Spesso si pensa che quello fisico possa essere più importante nella gerarchia. Ebbene, non esiste alcuna gerarchia: dolore fisico e dolore emotivo sono fortemente collegati e si influenzano vicendevolmente.

Questo significa che provare un dolore fisico potrebbe avere conseguenze sull’umore e sulle relazioni sociali, così come una forte emozione negativa, nel lungo periodo, comporterebbe conseguenze ad esempio a livello cardiovascolare.

Ciò significa anche che nella medesima esperienza di dolore fisico entrano in gioco le emozioni. Quello che la persona prova e che potrebbe sembrare astratto, perché invisibile alla vista, in realtà ha la stessa genesi corporea, in particolare nelle strutture cerebrali, delle sensazioni fisiche dolorose.

Emozione e sensazione corporea vengono modulate e modificate di pari passo, peggiorando o migliorando la condizione di vita dell’individuo.

L’ambito del dolore cronico risulta particolarmente complesso e,  al contempo, interessante, poiché si riscontra una forte influenza degli aspetti emozionali, ma anche di quelli cognitivi e sociali che svolgono un ruolo fondamentale sia in fase di insorgenza della cronicità sia nel mantenimento della condizione.

Nella cronicità, sia essa legata al dolore o meno, sono i fattori cognitivi e comportamentali, più esplicitamente i pensieri e le abitudini disfunzionali, a giocare un ruolo fondamentale nel mantenimento della stessa.

Ciò accade in quanto noi come esseri umani siamo portati a preferire una situazione che ci fornisca sollievo immediato – o che crediamo possa darne – piuttosto che sacrificare una parte del nostro benessere momentaneo per un benessere nel lungo periodo.        

In aggiunta, difficilmente riusciamo ad essere consapevoli di tutte quelle convinzioni erronee che guidano le scelte nel qui ed ora, ma che sono le principali responsabili dell’instaurarsi di abitudini negative.

Su un piano concreto coloro che soffrono di dolore cronico riferiscono molto di frequente di avere ridotto notevolmente i loro contatti sociali e di uscire di casa sempre meno.  Inoltre, riferiscono di occuparsi per tutta la giornata dei lavori domestici, attività che andrebbero delegate ad altri nella maggior parte dei casi.

La sofferenza proviene, quindi, sia dal dolore fisico sia dall’evitamento di tutte quelle attività piacevoli e di svago.

In questo caso-esempio, l’evitamento dei contatti sociali, spesso per imbarazzo e disagio, viene così imputato alla stanchezza per i lavori domestici svolti nell’arco della giornata, piuttosto che ai sentimenti negativi correlati al mostrarsi in condizioni di debolezza a causa del proprio dolore. E l’incapacità di delegare le attività più pesanti innesca e mantiene tale circolo vizioso.

Medici e psicologi si sono adoperati per analizzare i meccanismi cognitivi che intervengono nelle patologie di dolore cronico, di modo da poter intervenire nel tentativo di migliorare la qualità di vita dei pazienti e rompere quelle associazioni causa-effetto spesso disfunzionali.

Quando si prova dolore è immediato che l’individuo cerchi una spiegazione circa la propria condizione e che questa concorra a determinare la sua esperienza di dolore.

Nella maggior parte dei casi, provare dolore viene percepito come una situazione transitoria e la gravità soppesata in base alla causa scatenante. Alcune persone, invece, assumono un atteggiamento catastrofico, un’interpretazione distorta determinata sia da una predisposizione psicologica che da aspetti contingenti. Questo le porta ad esagerare le conseguenze negative del dolore e ad evitare tutte quelle situazioni che potrebbero peggiorarlo.

Cosa significa catastrofizzare? Sarebbe corretto affermare che la persona esagera i propri sintomi, ma questo non è del tutto esaustivo. Infatti, coloro che catastrofizzano massaggiano spesso la zona dove sentono il dolore, si astengono dalle attività che ritengono possano causare dolore nel futuro immediato, anche se potrebbero svolgerle e non ne hanno recato danno in precedenza.

Oltre a questo, però, chi tende a catastrofizzare esperisce sentimenti di profonda mancanza di speranza e pensa che la condizione in cui si trova non migliorerà, anzi, tenderà ad aggravarsi sempre di più con la convinzione che nessun comportamento proprio o altrui possa alleviare o migliorare la propria vita.

L’evitamento alimenta considerevolmente il circolo vizioso, corroborando convinzioni erronee e influenzando le future esperienze di dolore. L’uso della catastrofizzazione può, inoltre, influenzare il contesto sociale circostante: i pazienti con dolore cronico sembrano catastrofizzare per catturare l’attenzione degli altri, al contrario le reazioni di familiari e amici sembrano essere prevalentemente di tipo punitivo.

Nonostante, quindi, l’individuo utilizzi questa strategia per migliorare la sua situazione ciò che ne consegue è una riduzione significativa della qualità della vita, in particolare a discapito delle relazioni interpersonali, che apre le porte alla possibile insorgenza di condizioni di sofferenza psicologica come ansia e depressione.

Come già osservato in precedenza, le strategie che vengono messe in atto, in gergo dette strategie di coping, non sono sempre funzionali, o meglio, inizialmente possono sembrare esserlo, ma nel caso vengano utilizzate in maniera universale, in qualsiasi situazione, potrebbero risultare inefficaci o addirittura potrebbero peggiorare la situazione.

L’intervento dei professionisti in casi come questi è volto al far emergere le dinamiche disfunzionali tipiche.  Poiché solamente con la consapevolezza di come i propri pensieri agiscono e hanno un impatto sull’intensità del dolore e la qualità della vita, è possibile creare una base su cui costruire nuove e sane strategie e abilità di fronteggiamento di una condizione fisica patologica.

La terapia cognitivo-comportamentale è da anni ritenuta la più efficace nel trattamento del dolore cronico, con o senza l’utilizzo di farmaci.

L’intervento cognitivo-comportamentale aiuta non soltanto nella riduzione del dolore, bensì anche nella ripresa della funzionalità fisica e di un buon livello di umore che concorrono al miglioramento della qualità della vita di questi pazienti (Morley, Eccleston e Williams, 1999).

Questi risultati possono essere raggiunti poichè tale approccio interviene nello sradicamento di tutti quei pensieri e comportamenti disfunzionali a vari livelli. Il paziente viene accompagnato nell’individuazione e nel riconoscimento degli eventi da cui il dolore scaturisce e dal quale poi si sviluppano convinzioni erronee.

Il percorso ha una duplice funzione: educativa e terapeutica, infatti il paziente non solo migliora la propria condizione, ma impara ad utilizzare tecniche che, alla conclusione del rapporto con il professionista gli permetteranno di essere autonomo nella gestione della propria sintomatologia.

L’approccio cognitivo-comportamentale si avvale anche di attività quali il rilassamento progressivo di Jacobson, risultato molto utile nella riduzione della sintomatologia dolorosa e nella riduzione del livello di stress generale del paziente. Il biofeedback, invece, permette il controllo di una funzionalità fisica (tensione muscolare, frequenza cardiaca) attraverso un feedback sonoro o luminoso che aiuta il paziente a controllare tale funzionalità.

Un altro approccio che a volte entra a far parte dell’intervento cognitivo-comportamentale e che è risultato efficace nel trattamento del dolore cronico è quello basato sulla Mindfullness (Kabat-Zinn, 1982; Hilton et al., 2016).

Quest’ultima è in costante crescita negli ultimi anni e consiste nell’apprendere a focalizzarsi sul presente con atteggiamento non giudicante. Spesso, infatti, i pazienti che soffrono di dolore cronico tendono a distogliere l’attenzione sul momento presente per pensare a cosa accadrà in futuro, un futuro spesso catastrofico a causa del dolore.

Convogliare l’attenzione sul proprio corpo e sul momento presente sembrerebbe essere efficace nell’aiutare questi pazienti a godere del momento presente, il quale potrebbe anche essere un momento senza dolore.

Bibliografia

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Maria Marica Corrente
Sono laureata in Psicologia Clinica presso l’Università di Padova con una tesi sulle strategie di coping nel dolore cronico. Per questo progetto ho svolto un tirocinio presso l’U.O.C. Terapia Antalgica dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova occupandomi prevalentemente di pazienti affetti da Sindrome Fibromialgica. Durante il mio percorso accademico mi sono occupata anche di autismo, con un tirocinio presso la Fondazione Bambini e Autismo ONLUS di Pordenone e di mentoring, grazie ad un progetto promosso dall’università di Padova. Nel 2019 ho concluso un’esperienza di volontariato presso la De Leo Fund Onlus in cui mi sono occupata di lutto traumatico. Dopo la laurea mi sono trasferita in Belgio per sei mesi per intraprendere un periodo di ricerca sul dolore cronico alla Katholieke Universiteit di Leuven con la quale collaboro tuttora. Attualmente ho da poco completato il mio percorso di formazione post-lauream presso un centro che si occupa di formazione e consulenza aziendale. Nutro la mia curiosità cercando nuove sfide legate alle mie passioni: la fotografia, l’arte e la scrittura.

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