Quando il dottor Damasio incontrò ‘Elliot’, il paziente gli parve un uomo piacevole, intrigante, composto e intelligente: a quel punto della sua vita aveva raggiunto uno status sociale invidiabile come marito, padre e nel lavoro. Eppure la ragione che l’aveva portato da Damasio, dopo moltissimi altri dottori, era che aveva inspiegabilmente perso tutto ciò.

Inspiegabilmente, perché agli occhi di tutti e secondo i vari esami Elliot stava perfettamente bene e superava facilmente test speciali di abilità mentale. Anche la decisione più semplice risultava però un processo estenuante per Elliot, che poteva spendere ore nel decidere come riordinare dei documenti o in quale ristorante pranzare.

Anche la qualità delle sue scelte era compromessa: Elliot aveva commesso diversi errori negli investimenti e nelle relazioni, ma la causa di ciò restava ignota. Tutto ciò che Damasio sapeva era che Elliot, a causa di un tumore nell’area prefrontale del cervello, aveva perso una porzione in entrambi i lobi cerebrali, e che il cambiamento era iniziato dopo tale danno.

Fu lo stesso Elliot a rivelare casualmente a Damasio che dopo aver preso parte a un esperimento volto a suscitare una reazione emotiva, non ne aveva provata alcuna.

Fino a quel momento tutti si erano concentrati sulla notevole (e immutata) intelligenza di Elliot, sull’integrità materiale del suo cervello per spiegarsi il misterioso cambiamento, ma non sull’integrità della sua esperienza soggettiva e delle sue emozioni.

Era possibile che la mancanza di emozioni fosse collegata alle difficoltà quotidiane di Elliot nel fare scelte e pianificare?

Damasio fu intrigato da quest’idea. Non è un’ipotesi che verrebbe intuitivamente. Non senza mettere insieme gli indizi del problema di Elliot. Alla fine perchè dovrebbero essere le emozioni a determinare scelte e comportamenti?

Come da tradizione, si pensa alle emozioni come d’intralcio alla “ragione”, le decisioni vanno fatte a mente fredda, e importanti scuole filosofiche sono state fondate sull’assunto che l’assenza delle emozioni o il distacco da esse sia una cosa necessaria se non addirittura desiderabili.

Eppure il caso di Elliot, il quale la mattina non si sarebbe nemmeno alzato dal letto senza essere invitato a farlo, sembra suggerire il contrario: le emozioni starebbero alla base anche delle più piccole decisioni.

Viste così, le emozioni sono ciò che anzitutto ci motiva ad agire (oltre ai meccanismi di mantenimento dell’omeostasi) e le sensazioni fisiche legate a esse sono ciò che percepiamo quando desideriamo qualcosa o quando vogliamo evitare qualcosa.

Secondo Damasio le emozioni sono ciò che spesso ci orienta nelle scelte: quando ci troviamo in una situazione sono le nostre emozioni a informarci se questa sia positiva o negativa. Lo stesso vale quando ci troviamo di fronte a delle opzioni: proviamo sensazioni positive quando consideriamo un’opzione più vantaggiosa rispetto all’altra, che ne susciterà di negative.

Nel caso di Elliot, venne usato un test specifico per replicare la stessa difficoltà decisionale che viveva ogni giorno, che fino a quel momento sfuggiva all’osservazione in laboratorio  (come abbiamo visto nessun metodo aveva rilevato anomalie in Elliot).

Il test, chiamato Iowa Gambling Task (IGT), consiste in 4 mazzi (A, B, C, D) da cui il partecipante deve pescare 100 carte. A seconda del mazzo queste carte conferiscono un premio di $100 (A, B) o $50 (C, D) e c’è la probabilità del 50% di una perdita di $250 (A, B) o $50 (C, D). All’inizio viene affidata al partecipante una somma di soldi virtuali e gli viene detto di fare un profitto, senza che egli conosca i premi di ciascun mazzo, che vi sia una differenza fra essi o quante carte pescherà.

Ora, sapendo la regola di ciascun mazzo, C e D sono quelli più convenienti da cui pescare sul lungo termine (100 tentativi), perché perdite e premi sono bilanciati. Tuttavia il partecipante non conosce la regola all’inizio del gioco, e impara tramite tentativi ed errori quali sono i mazzi vantaggiosi e quelli svantaggiosi.

Dopo un certo numero di carte pescate, i partecipanti del gruppo di controllo (ovvero senza danni neurologici) tendono a intuire quali mazzi siano “buoni” e pescano più raramente dai mazzi “cattivi”, facendo in quei casi una valutazione del rischio e del profitto.

I pazienti come Elliot, invece, non dimostrano di sviluppare questo bias verso i mazzi e perseveravano nel pescare carte dal mazzo svantaggioso, pur essendo consapevoli dei guadagni e perdite che stanno ricevendo.

L’Iowa Gambling Task ricrea in laboratorio le condizioni di incertezza che si verificano talvolta nelle scelte di ogni giorno, in cui le opzioni non portano a un risultato garantito o prevedibile attraverso la deduzione. Queste scelte in condizione di incertezza erano l’ostacolo principale di Elliot, nella vita di ogni giorno.

Un altro studio, invece, nel misurare le fluttuazioni nella conduzione elettrica della pelle dei partecipanti durante l’IGT, aveva rilevato che cambiavano in base a quale mazzo stava per essere selezionato dal partecipante per pescare la carta, quando aveva sviluppato una preferenza e un’avversione verso i mazzi vantaggiosi o svantaggiosi, rispettivamente.

Quest’informazione portò Damasio a ipotizzare che le sensazioni corporee (i segnali somatici, o interocettivi), che sono una componente delle emozioni, informino le nostre scelte.

In una decisione con diversi pro e contro, tante sensazioni corporee positive e negative emergono e la loro somma contribuisce a determinare la scelta che verrà effettuata.

L’incapacità di interpretare queste sensazioni per Elliot ha significato trovarsi senza quella bussola interna che tutti noi abbiamo e che ci aiuta a orientarci nella vita.

Quindi, cosa viene prima? La cognizione (il pensiero) o l’emozione? Ovvero, prendiamo decisioni solo sulla base delle nostre sensazioni e poi cerchiamo di giustificarle ‘razionalmente’ oppure le nostre sensazioni vengono suscitate da opinioni pre-esistenti?

Si può ipotizzare che in realtà non vi sia una vera distinzione, oppure essa sia solo concettuale, e che tutto ciò avvenga simultaneamente. Cioè a ciascun processo mentale corrisponde una sensazione, e il processo di “razionalizzazione” a posteriori si verifica solo nei casi in cui una scelta si è rivelata errata e il risultato inaccettabile.


È innegabile che forti emozioni possano influenzare negativamente la qualità del nostro giudizio, ma questa nozione è stata talmente esasperata che il ruolo positivo delle emozioni nel processo decisionale è stato ignorato, e la loro fondamentale necessità è stata solo recentemente presa in considerazione.

Più esperienze facciamo nella vita, più dimestichezza avremo con i segnali somatici. Sviluppare una tolleranza, o una capacità di interpretare tali segnali in relazione alle situazioni che stiamo vivendo ci aiuta a comprendere meglio le nostre scelte e a farne di più accurate – è quello che in fondo definiamo spesso “avere esperienza”.

Tecniche come la respirazione e il rilassamento muscolare, oltre all’assumere una postura comoda e che ci faccia sentire sicuri su noi stessi, sono efficaci nel modificare il segnale, “l’impronta” somatica delle emozioni e riallinearci quando siamo in difficoltà e necessitiamo di regolare i nostri pensieri.

Per quanto sia utile la preparazione mentale e il motivarsi prima di una performance (sportiva, lavorativa) o un evento stressante a livello emotivo, la precedente esperienza reale dei segnali somatici relativi a tali performance o eventi, costituisce un aspetto fondamentale del miglioramento personale e della resilienza.

Questo si applica specialmente nell’apprendimento: studiare in maniera esclusivamente teorica spesso non consente di sviluppare una risposta somatica (e dunque emotiva) in relazione a ciò che si sta studiando, rendendo difficile comprendere a quali elementi è necessario prestare attenzione e quando, per esempio.

Nel caso di Elliot, la mancanza di emozioni gli rendeva difficile assegnare una priorità alle attività lavorative, per esempio.

È quindi più facile apprendere quando anche il corpo è coinvolto nell’attività e quando si possono osservare nella pratica le cose studiate: la sensazione corporea e l’emozione si ancorano in modo più forte alla memoria.

Le emozioni sono dunque una parte di noi più fondamentale di quanto si pensi e per questa ragione è altrettanto fondamentale conoscerle, sapere la loro “impronta” somatica e osservare, durante la giornata, ai segnali corporei a cui spesso non si presta sufficiente attenzione, ma che contribuiscono a determinare come ci comportiamo.

Bibliografia:

Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. Avon Books, New York

CONDIVIDI
Articolo precedenteNarrazione e psicologia: la scrittura come cura di Sè
Davide Mansi
Studente di Psicologia alla University of East London. Milanese nel cuore, prima di approdare a Londra ho passato un anno girando l’Australia e New York vivendo diverse realtà, finendo per innamorarmi della vita da backpacker e di Sydney. Oltre a macinare dati per ricerche scientifiche in università, i miei principali interessi in psicologia riguardano la comunicazione interpersonale e intrapersonale, la teoria della mente, le meccaniche delle relazioni sociali e lo studio di tecniche per abilitare e riabilitare in questi ambiti. Sul versante professionale intendo usare la psicologia per migliorare la vita delle persone e non metto limiti ai settori che possono beneficiare del supporto di uno psicologo e di una buona dose di creatività. Contatti: davide.mansi94@gmail.com

ADESSO COSA PENSI?