Ho intervistato Fabrizio Didonna qualche tempo fa in merito al suo ultimo e importante libro: Mindfulness-Based Cognitive Therapy for OCD.

Fabrizio è stato un insegnante che ha avuto un’importante influenza nel mio percorso di pratica e formazione sulla mindfulness, in particolar modo nell’applicazione di questo metodo nella pratica clinica.

Altro piccolo inciso; recentemente mi sono sorpreso nello scoprire che l’approccio e i principi che caratterizzano le pratiche di mindfulness stanno alla base di numerose terapie per il trattamento del Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT).

Perché tutte queste premesse? Mi sono imbattuto negli ultimi mesi nella nuova edizione di un libro dal titolo “Capire e superare il trauma. Una guida per comprendere e fronteggiare i traumi psichici”, che ha come autori Claudia Herbert e proprio Fabrizio Didonna.

In questo piccolo libro, molto consigliato a quei professionisti che intendono suggerire ai loro pazienti dei contenuti facilmente fruibili per informarsi sul trauma, si percepisce che ogni frase è pensata per condurre con gentilezza, tatto e chiarezza il lettore alla comprensione di ciò che gli sta capitando.

È un volume che si rivolge quindi a chi sta soffrendo gli effetti del trauma, nelle cui pagine traspaiono tutte le qualità insite nell’approccio mindfulness: l’accettazione radicale dell’esperienza, il non giudizio, l’attenzione focalizzata sul qui ed ora, la tendenza a lasciar andare ogni resistenza.

Pur non essendo un volume orientato specificamente all’uso della mindfulness per il trattamento del DSPT, l’approccio alla consapevolezza emerge in maniera determinante nel modo di approcciarsi al trauma e nello stile con cui vengono descritti i contenuti dei capitoli.

L’esperienza del trauma viene presentata con un tono che permette al lettore di comprendere e in alcuni casi di rispecchiarsi nelle esperienze di chi è incappato in vicende che hanno forzato le proprie difese.

Ciò è fondamentale poiché spesso queste persone, poste di fronte a degli eventi soverchianti, hanno vissuto sensazioni e si sono viste reagire in modi che non avrebbero mai immaginato e provano per questo confusione, fanno fatica a riconoscersi o possono anche sperimentare vergogna.

Ripetutamente nel libro viene sottolineato che queste reazioni sono normali e viene suggerito al lettore di non incolparsi per questo. Quando infatti è il nostro cervello a prendere il controllo della situazione, nei momenti in cui è in gioco la nostra stessa vita, si attiva in noi il sistema della sopravvivenza.

Questo sistema è ereditario e frutto di millenni di processi evolutivi. È pensato per rispondere rapidamente, molto rapidamente, a situazioni di pericolo, escludendo qualsiasi interferenza da parte del nostro cervello riflessivo. Questo sistema ci permette di raccogliere velocemente tutte le energie per fuggire o contrastare i pericoli (fight or fly).

È possibile che di fronte ad un pericolo che ci genera paura, prima di prendere una decisione rispetto al movimento da compiere, il nostro corpo sperimenti uno stato detto di congelamento (freezing): ci potremmo quindi sentire bloccati, paralizzati, ma al tempo stesso ipervigili mentalmente e attenti al mondo circostante. In questo modo possiamo passare più facilmente inosservati e riflettere su quale azione, se di attacco o fuga, intraprendere.

Nel caso però in cui entrambe queste strategie non siano praticabili, per esempio perché di fronte ad un animale pericoloso non possiamo né fuggire né essere in grado di combatterlo, ecco che il nostro cervello ha in serbo una terza possibilità: afflosciarsi, ovvero ridurre bruscamente il tono muscolare, e simulare uno stato di morte nella speranza di riuscire a sopravvivere (faint).

Magari grazie a questa reazione riusciremo a cavarcela ma potremmo sperimentare una forma, più o meno prolungata, di ottundimento sensoriale, cioè si abbassa la nostra sensibilità agli stimoli fisici ed affettivi, ovvero percepiamo le nostre emozioni come spente o del tutto assenti.

A seguito di queste esperienze è possibile, inoltre, sperimentare degli stati detti dissociativi, ovvero degli stati nei quali i nostri pensieri, emozioni e sensazioni, comportamenti e ricordi vengono vissuti come se non fossero propri. Per alcune persone, oltre al senso di estraneità e involontarietà, emerge anche la sensazione di vedersi da fuori, come se ci si stesse osservando da lontano oppure la sensazione che il mondo circostante appaia irreale.

Ma può capitare pure di percepire emozioni e percezioni in alcune parti del corpo e di non avere memoria di quanto è accaduto o di sperimentare un ricordo frammentato.

La dissociazione si verifica perché “alcune componenti dell’esperienza traumatica sono state così orribili o dolorose che è stato necessario escluderle dalla coscienza”. Ciò non implica la sparizione del ricordo ma l’isolamento dello stesso dalle altre componenti dell’esperienza, in quanto troppo doloroso per poter “essere compreso e integrato nella memoria normale” (pag. 83).

In questi casi è utile rivolgersi ad un terapeuta esperto in traumi. Questo è un passaggio importante in quanto molte persone che hanno sofferto di traumi sperimentano vissuti emotivi e reazioni che non riescono a spiegarsi e nelle quali non si riconoscono. Tutto ciò potrebbe alimentare il senso di colpa che molti provano per via della credenza di essere responsabili di quello che gli sta capitando.

È necessario quindi integrare l’esperienza traumatica e “riavere una vita piena nonostante il trauma! (pag. 47).

È importante anche capire che ognuno di noi reagisce al trauma in modo diverso, ma è anche vero che, tendenzialmente, si possono riconoscere tre modalità specifiche:

1) chi tende a rivivere il trauma attraverso ricordi, incubi  e flashback molto vividi e disturbanti, 2) chi si sente svuotato emotivamente e mette in atto continue strategie per evitare di rivivere il trauma, come evitare persone, luoghi e situazioni che sono connesse al momento del trauma, oppure evitando proprio di parlare di come si sentono e di quanto è accaduto e 3) chi invece sperimenta un aumento dell’attivazione fisiologica e dunque si sente spesso arrabbiato e facilmente irritabile, fatica a prendere sonno oppure vive in un forte stato d’allerta, con frequente accelerazione del battito cardiaco e respiro affannoso, sudorazione forte e altri sintomi, come se temesse costantemente per la propria incolumità. Queste persone possono anche diventare molto sensibili ai rumori e agli odori.

Tutte queste reazioni, ricordano Didonna e Herbert, sono assolutamente normali, non ci sono reazioni giuste o sbagliate, e fanno parte di quelle risposte di difesa automatiche che sono registrate nel nostro cervello e che vengono messe in atto allo scopo di proteggerci da pericoli futuri.

Come già detto, è importante usufruire di tutto il supporto possibile, senza cercare di risparmiarsi, poiché le conseguenze del trauma possono persistere a lungo e nel tempo possono deteriorare il nostro stato di salute fisica e mentale. Potremmo infatti sviluppare depressione, pensieri suicidari o comportamenti nocivi per la salute come l’abuso di sostanze.

In terapia, il trauma viene affrontato in diversi modi a seconda della problematica specifica riportata dal paziente e dall’orientamento e dalle tecniche utilizzate dal terapeuta. Tuttavia, è possibile distinguere tre fasi comuni a tutti gli approcci:

Prima fase

Ritrovare un senso di sicurezza e stabilità impegnandosi ad avere cura di se stessi e della propria incolumità per ristabilire l’equilibrio del proprio sistema nervoso. Questa prima fase può essere messa in atto allontanandosi da persone, luoghi e situazioni che ci mettono in pericolo, interrompendo i nostri comportamenti dagli effetti autolesivi.

È possibile anche nutrire le nostre buone relazioni che sono per noi un porto sicuro, ma anche curare il proprio corpo generando buone abitudini alimentari, di sonno e di attività fisica.

Infine, è possibile riconnettersi e fare amicizia con quelle parti del corpo che hanno sofferto più di altre dell’esperienza traumatica o imparare a praticare meditazioni sul respiro per calmare gli stati di ansia e panico.

Seconda fase

Esprimere ed elaborare il trauma nonostante le resistenze e la sofferenza che fare ciò potrebbe implicare. Come già detto da Didonna e Herbert, alcune sensazioni, emozioni e immagini legate all’esperienza traumatica sono in realtà immagazzinate separatamente nel nostro cervello da tutto il resto dell’esperienza. Raccontarle aiuta a integrare i diversi frammenti dell’esperienza e questo si associa alla capacità di fare pace con ciò che ci è successo e andare avanti.

È possibile fare tutto questo attraverso diversi tipi di intervento terapeutico, ma sicuramente l’approccio mindfulness, fondato sull’ascolto consapevole, non giudicante e non reattivo di sensazioni fisiche, emozioni e pensieri, offre un canale privilegiato per entrare in contatto con la nostra esperienza presente momento dopo momento.

Difatti alcune tra le terapie più efficaci per il trattamento del trauma, come la Terapia Sensomotoria (Sensorymotor Psychotherapy) e l’Esperienza Somatica (Somatic Experiencing) si fondano su alcuni dei principi cardine della mindfulness.

Terza fase

Lasciarsi il passato alle spalle e ricostruire la propria vita imparando a regolare e gestire tutte quelle emozioni, difficoltà e quei meccanismi che in apparenza ci aiutano a sentirci sicuri e in controllo, ma che in realtà perpetuano il nostro stato di sofferenza: i meccanismi di evitamento citati sopra, la rabbia, i sensi di colpa, la vergogna le difficoltà sessuali e l’autostima.

Per concludere, il libro è sicuramente consigliato per tutte quelle persone, pazienti, familiari, amici ma anche professionisti della salute come medici e infermieri, che si trovano a dover gestire gli effetti del trauma e che non per forza hanno accesso ad una conoscenza specifica sul tema.

Il libro, inoltre, si arricchisce di una piccola ma puntuale prefazione firmata Giovanni Liotti, uno dei più importanti e riconosciuti studiosi italiani di psicotraumatologia.

CONDIVIDI
Articolo precedente“Il segreto” di Camillo Loriedo e Chiara Angiolari
Vittorio Arrigoni
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale in formazione e cofondatore di Cultura Emotiva. Lavoro all'interno di una Comunità Terapeutica per adolescenti con disturbi psichiatrici. Sono insegnante di Mindfulness e insegnante di MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) per la depressione, titoli che ho acquisito, dopo anni di pratica meditativa, attraverso il Master di Mindfulness in ambito clinico diretto dal Prof. Fabrizio Didonna. La mia passione rimane tuttavia la Mindfulness in relazione, ambito nel quale ho conseguito un diploma sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, docenti senior del Karuna Institute (UK). Sono anche insegnante in formazione di Mindful Self-Compassion (MSC), avendo frequentato il primo teacher training organizzato in Italia in collaborazione con il Center for Mindful Self-Compassion. Tra le esperienze più significative della mia vita ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY) durante il mio Erasumus. Le persone che ho incontrato mi hanno infuso un profondo senso di abbondanza, condivisione e comunità del quale desidero rendere tutti compartecipi. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

ADESSO COSA PENSI?