Soul, ultima produzione Disney Pixar, è un’opera che va oltre il concetto di film d’animazione, utilizzando le meraviglie della computer grafica per creare una storia dal respiro universale.

La casa produttrice Pixar con Soul ha definitivamente passato il segno della categoria “film per bambini”, confezionando un prodotto che ambisce a portare un messaggio valido per tutte le età, forse anche peccando di esagerazione negli intenti.

Nonostante sembri voler raccontare con una cifra un po’ retorica il senso della vita, e in questo molti critici hanno ritrovato una nota stonata, Soul, soprattutto verso il finale, riesce a spostare il discorso su una specifica tematica, imbastendo una riflessione quanto mai utile nelle nostre vite.

La speranza è che questo messaggio, nell’immediatezza delle immagini, possa passare anche ai più piccoli: ma di sicuro rappresenta un insegnamento anche per noi non più piccini.

Ma andiamo con ordine.

Questo articolo non vuole essere una recensione ma una riflessione, per cui sarò essenziale sulla trama, per evitare eccessivi spoiler: Joe e 22 sono due anime, una che non vuole morire e l’altra che non vuole vivere. Joe è un musicista che muore proprio quando starebbe per vivere il sogno della sua vita: suonare in un complesso jazz. 22 è un’anima che non vuole scendere sulla terra, da millenni in apprensione sulla possibilità di trovare il proprio posto nel mondo.

Entrambi si incontrano in uno spazio metafisico, l’Antemondo, una sorta di asilo per anime in cui ognuno viene formato con determinate caratteristiche e viene accompagnato a trovare la propria caratteristica unica, la propria scintilla.

La vicenda decolla quando le due anime, per alterne ragioni, vengono catapultate sulla terra, 22 nel corpo di Joe e Joe nel corpo di un gatto: qui, da punti di vista insoliti e decentrati, i due hanno modo di guardare alla vita con occhi nuovi, riconsiderando i propri valori e le proprie paure.

A questo punto, da questo cammino iniziatico, i due personaggio hanno modo di comprendere cosa realmente sia la scintilla di cui parlano nell’Antemondo, rendendosi conto d’un tratto di essere stati vittime di un tragico fraintendimento.

Infatti, Joe è convinto che la scintilla siano gli obiettivi esistenziali, che ci portano a lavorare, faticare e affaccendarci nel raggiungere i nostri obiettivi e diventare persone migliori e di successo.

22 invece è convinta che la scintilla sia la dignità, la sicurezza, l’adeguatezza rispetto al faticoso mestiere del vivere.

Ecco che i due, insieme, finiscono per entrare in un circolo vizioso che rafforza queste due posizioni: infatti 22, nel suo sentirsi indegna di vivere e trovare la felicità, finisce per frustrare Joe, che cerca in tutti i modi e senza risultato alcuno di convincerla a trovare la propria strada nel mondo.

Joe, invece, inconsapevolmente alimenta il vissuto di inadeguatezza di 22, perché, frustrato dai suoi “capricci” nel non sentirsi pronta per vivere la vita sulla Terra, finisce per rimandarle costantemente di non fare mai abbastanza e, quindi, di non essere mai abbastanza.

Soul inquadra molto bene questo equivoco molto umano e molto vicino alla nostra vita di tutti i giorni, che ci porta spesso ad assimilare il fare con l’essere, la prestazione con il valore.

Un equivoco che non solo rischia di abbatterci prima ancora di iniziare (o di vivere, come per 22), ma ci fa perdere di vista la reale natura della nostra personale scintilla.

La scintilla infatti non ha nulla a che vedere con l’operosità, con la dimensione del fare o con la realizzazione dei propri obiettivi o il soddisfacimento delle nostre ambizioni.

Quando Joe scarica su 22 la sua frustrazione nel non vederla mai convinta di andare sulla terra, ricordandole di non fare abbastanza o di non essere abbastanza, 22 perde del tutto il contatto con quella originaria preoccupazione, finendo per ossessionarsi attorno all’idea di non poter mai essere abbastanza.

Diventa così un’anima perduta, rapita dalla preoccupazione assillante di dover essere qualcosa di meglio, qualcuno di più adatto alla vita: così facendo, perdendo il contatto con quello che realmente è e distraendosi con la preoccupazione di non essere abbastanza, finisce per perdere il contatto con la propria essenza.

È l’intervento di Joe che, riportando la sua attenzione sulla bellezza di quanto aveva vissuto sulla Terra e ritrattando le accuse di non essere abbastanza adeguata, rompe il guscio del ritiro di 22: entrambi si rendono conto di cosa sia davvero la scintilla.

Niente a che vedere con i propri risultati, nulla che riguardi il proprio valore, nessun coinvolgimento con quanto si faccia o non si faccia: la scintilla è la volontà di vivere, il piacere di farlo nel proprio modo, la gioia dell’essere consapevoli del miracolo dell’esistenza, in assenza di ogni altra considerazione.

Un seme di acero che vagola nell’aria fino a deporsi silenziosamente a terra.

Questo risvolto del film riporta la nostra attenzione sulla dimensione estetica dell’esistenza, quella più sensoriale se vogliamo, rendendole merito e valore indipendentemente da ciò che si fa o dal valore che viene dato alle nostre azioni.

Prima che essere per qualcosa noi siamo: e in questo abbiamo piena dignità. L’idea che la dignità sia qualcosa che va meritato ha molto a che vedere con i valori della nostra cultura familiare e sociale, ma poco a che vedere con la vita.

Ed ecco che il senso del valore di sé, in maniera silenziosa e primaria, viene impoverito in 22 dalle continue critiche dei maestri, che le rimproverano di non fare abbastanza, di non impegnarsi a sufficienza, di non andare bene.

Nella giovane anima, come nel bambino o nel giovane, questo tipo di attribuzione valoriale sul cosa viene o non viene fatto si traduce in una condanna ontologica, un’etichetta che definisce il proprio valore, allontanando dalla possibilità di sviluppare un sano senso di Sé.

Simmetricamente, l’idea di trovare un senso nell’avere uno scopo si traduce in Joe in una condanna, tanto che l’idea di morire appare inaccettabile se prima non si porta a termine la propria missione su questa Terra: l’ennesima spada di Damocle che allontana dalla possibilità di un’esistenza autentica.

Ecco che i due personaggi, dalla loro afflizione, capiscono che l’unico modo di salvarsi è di fare un passo indietro, ossia disinvestire dall’affaccendarsi e riportare la propria attenzione su quanto c’è di più autentico e immacolato: il piacere, il bello, le sensazioni positive, quelle negative, il sentire privo di giudizio e privo di operosità.

Questo non implica un tipo di approccio nichilistico alla vita e ai valori dominanti: definisce però un’idea di esistenza come espressione delle proprie potenzialità e delle proprie unicità, anziché come una risposta unicamente adattiva alle richieste.

Nei due personaggi una rappresentazione di Sé primariamente lesa, non validata e non riconosciuta, si trasforma col tempo in un tormento, nell’idea di non andare mai bene e di non essere mai pronti alla vita.

Questo senso primario finisce per diventare un rovello che innesca un continuo sbracarsi per ottenere qualche gratificazione o una conferma di essere adeguati.

Il film ci riporta all’idea che questo tipo di condotta non può che essere controproducente: perché il valore di ciò che siamo non può darsi a partire di ciò che facciamo.

Ma allo stesso tempo ci fa riflettere sul danno di questo tipo di processo sulla percezione di noi stessi: su quanto il fare e il distrarsi ci allontanino dalla possibilità di apprezzare minuto per minuto ciò che abbiamo davanti, ciò che siamo, ciò che sentiamo.

In questo senso, Soul centra pienamente il punto: nel volo di un seme di acero, nell’estasi del momento, ricama il senso dell’esistenza, prima di ogni tipo di azione, prima di ogni tipo di distrazione, prima di ogni attribuzione di valore.

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Davide Parlato
Laureato con Lode in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia presso l'Università di Milano-Bicocca, psicologo abilitato e attualmente in formazione come psicodiagnosta presso lo Studio Associato di Psicologia Clinica A.R.P. (Milano). Lavoro al momento nell'educativa scolastica e, come psicologo, con ragazzi con difficoltà scolastiche e disturbi specifici dell'apprendimento. Sono cofondatore del progetto Cultura Emotiva. Oltre alla Psicologia, all'Arte e alla Cultura sono un grande appassionato di musica: la chitarra, che suono da 9 anni, è un'importante parte della mia vita emotiva. Contatto: davide.parlato93@gmail.com

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