It might be lonelier
Without my loneliness.

E. Dickinson

Penso che tra le mille sfide che ci siamo trovati ad affrontare in questo periodo storico, forse una delle più diffuse e pregnanti riguarda il nostro trovarci in rapporto forzato con la solitudine.

Chi più, chi meno, quanti di noi si sono visti costretti tra le mura di casa, privati della possibilità di trovare sollievo in un bicchiere di vino in compagnia, una cena condivisa o semplicemente il brulicare delle strade, dei musei, delle palestre, delle università, delle scuole e dei lavori?

Piano piano alcune delle attività e dei lavori hanno ripreso vita, ma con delle modalità tali per le quali prevale il piano della condivisione legato al dovere tralasciando la socialità e il contatto legati al piacere.

L’assenza di stimoli costanti ha reso più difficile la fuga da un contatto profondo con la propria esperienza interiore. Certo, ci sono sempre i cellulari, le chat, i social network, internet, alcolici, sigarette, cibo e molti altri strumenti di potenziale evasione, ma è venuta a mancare una delle nostre forme di regolazione dell’ansia privilegiate: la relazione con l’altro.

Esistono infatti due tipi principali di regolazione emotiva e del nostro comportamento, l’auto-regolazione e l’etero-regolazione. Nell’autoregolazione rientrano tutte quelle forme di regolazioni personali, che possono essere più o meno funzionali, a partire dall’uso di sostanze, fino alla meditazione, la musica, l’arte o l’esperienza religiosa.

L’etero-regolazione invece si basa sul principio di regolazione attraverso la relazione con l’altro, o con gli altri. La presenza e vicinanza di una persona calma e pacata porterà a uno stato di maggiore serenità, e viceversa. Spesso, nei casi di tensione emotiva la mera presenza di un’altra persona funge da palliativo e da regolatore.

Oggi possiamo ricorrere molto meno a questo tipo di esperienza condivisa, e ciò sembra esporci a grande ansia e difficoltà.

Vien da chiedersi tuttavia per quale motivo l’esperienza di trovarsi in compagnia con sé stessi sia così destabilizzante, quando e perché abbiamo smesso di avere un quotidiano dialogo interiore.

In realtà, come scrive Winnicott, tra i più noti e creativi psicoanalisti infantili:

Soltanto quando è solo (cioè in presenza di un altro) il bambino può scoprire la sua vita personale… può fare qualcosa di equivalente a ciò che in un adulto si chiamerebbe rilassarsi… può esistere per un po’ di tempo senza essere qualcuno che reagisce alle interferenze esterne o una persona attiva che con una direzione dettata da un interesse o un movimento […] grazie a questa precondizione e a questo contesto, una sensazione o un impulso, quando arriveranno, sembreranno reali e costituiranno un’esperienza personale autentica
(Sviluppo affettivo e ambiente, 1958 – pp.35-36).

Winnicott introduce quindi un concetto di grande importanza per meglio comprendere dove affonda le radici la capacità di stare soli, ovvero “l’ego-relatedness”, definibile come la relazionalità dell’Io.

Sostiene che la capacità di esser soli sia un fenomeno estremamente raffinato. Per poter avvenire in una maniera che sia tollerabile per il soggetto e non percepita come esperienza “angosciante o di pericolo per l’Io”, l’esperienza di solitudine deve essere stata (paradossalmente!) già vissuta in un contesto di protezione e sicurezza.

Ossia, devono esserci state precedenti esperienze ripetute di solitudine, avvenute in presenza di qualcuno che fosse presente nel semplice atto di condivisione di un silenzio sazio. Devono esserci state, insomma, delle micro-esperienze di una presenza gratuita e incondizionata, non dettata dall’insorgere di bisogni primari.

A poco a poco, questa presenza, questo “ambiente protetto di sicurezza”, questo “universo esterno” vengono introiettati nel bambino, (ossia entrano a far parte della sua esperienza interiore), andando a costituire parte della propria personalità.

Questa esperienza diventa quindi una capacità di “saper essere” realmente solo, perché i rapporti con gli altri e con il mondo sono stati interiorizzati e rimangono dentro di sé anche in assenza di stimoli e presenze concrete.

Essi possono essere proiettati all’esterno e dare luogo a una creatività feconda in cui il silenzio e la solitudine divengono momenti e luoghi privilegiati per proiettare all’esterno il proprio mondo interiore, la stampa che il mondo con le sue impressioni e esperienze ha ricamato nel mondo soggettivo di ognuno.

Forse oggi ci è così difficile rimanere in una “piena” solitudine perché ci sono mancate e ci mancano esperienze di presenza totale e afinalizzata, silenziosa, volta alla semplice osservazione del miracolo della vita, rappresentato per antonomasia dal piccolo neonato.

Per molti di noi è forse la prima volta in tanto tempo che ci troviamo a fare pratica dello “stare a maggese”, per dirla con Winnicott.

Fermarci in maniera obbligata può essere però un’occasione preziosa per mettere in moto una funzione del processo di “personalizzazione dell’individuo” (Masud, Khan; 1977), di fare esperienza di quelle tensioni emotive che ci portano a reagire e a muoverci in avanti, oscurando i semi che risiedono in noi ricchi del desiderio di germogliare e di essere colti per quello che sono, nella loro autenticità e spontaneità.

Se è vero che “la capacità di provare ancora stupore è essenziale nel processo della creatività” (Winnicott) e che “è nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé“, forse vale la pena rispolverare le nostre esperienze interiori e consentirci di stupirci di quanto possa nascervi.

Non sempre sarà facile, a volte escono fuori le nostre imperfezioni, le sensazioni di vuoto e i sentimenti di perdita, che sollecitano la rincorsa di esperienze che ci facciano sentire più sicuri e vivi.

Tuttavia, è solo attraverso lo stare e sostare con lo svuotamento dell’accadere, con le mille tonalità delle nostre esperienze che possiamo consentire all’interiore di emergere ed esprimersi in maniera sincera e generativa. 

In chiusura, vorrei sottolineare questo: nel titolo dell’articolo c’è la parola “capacità”. Da un lato è un riferimento all’articolo di Winnicott, “Sulla capacità di essere soli” (1958) ma dall’altro indica la componente attiva di questo processo: quella di stare soli è una capacità che può e merita di essere praticata e fortificata.

È questa forse un’occasione per allenarsi, per ascoltarsi e scoprire le proprie trame e colori per poi dare vita a incontri realmente vivi e trasformativi con ciò che è altro da sé.

BIBLIOGRAFIA

D.W. Winnicott, Sulla capacità di essere solo (1958), in Sviluppo Affettivo e Ambiente. Armando Editore

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Olivia Spinola
Sono una psicologa abilitata a Roma, specializzata sull’infanzia e sul supporto alla genitorialità. Ho svolto i miei studi universitari nel Regno Unito, all’Università di Reading, e poi a Milano, all’Università degli studi Bicocca. Tra la laurea triennale e la magistrale sono stata sei mesi a fare una ricerca in India, per indagare le dinamiche di contagio emotivo tramite la voce, e poi a lavorare in un centro diurno per ragazzi a rischio di devianza, a Firenze. Parallelamente al corso in Bicocca, ho seguito un Master online per imparare a utilizzare un approccio Trauma-Informato alla comprensione, valutazione e trattamento del bambino traumatizzato: il Neurosequential Model of Therapeutics, di Bruce Perry. Lavoro nel campo della tutela dei minori e del supporto alla genitorialità (in particolare nella fascia 0-3 anni del bambino). Sono affascinata dalla teoria psicoanalitica, che trovo essere una romantica metafora del funzionamento psichico, e allo stesso tempo dalla ricerca, che ritengo essere fondamentale per svolgere un lavoro costantemente aggiornato. Contatti: olivia.spinola@gmail.com

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