L’uscita della terza edizione del volume “Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline. Il modello DBT” di Marsha M. Linehan rappresenta un’ulteriore e importante occasione per riflettere su uno dei disturbi che ha maggiormente catturato l’interesse della scienza psicoterapeutica.

In questo articolo non ci occuperemo delle caratteristiche cliniche del Disturbo Bordeline di Personalità (DBP), in quanto si tratta di un argomento più volte approfondito altrove (link) e poiché nel modello di Linehan queste rappresentano dei fenomeni secondari del disturbo.

Più interessante e clinicamente rilevante al fine di orientare l’intervento terapeutico è comprendere cosa sta dietro alle manifestazioni del disturbo e quali siano le cause che lo hanno prodotto. Inoltre, comprendere, seppur parzialmente, i vissuti delle* pazienti borderline e le ragioni di determinati loro comportamenti penso possa offrire al terapeuta uno sguardo più compassionevole nei loro confronti.

In parole semplici, secondo Linehan, alla base del DBP vi sarebbe la compromissione delle capacità di regolazione delle emozioni, che sarebbe a sua volta il risultato dell’interazione tra due fattori di rischio agenti in concomitanza: la fragilità biologicamente determinata di cui l’individuo è portatore e un ambiente familiare invalidante.

Per fragilità biologica Linehan fa riferimento al concetto di vulnerabilità emotiva, intesa sia come spiccata sensibilità, ovvero il bambino risulta facilmente turbabile da stimoli che di norma non suscitano particolari reazioni negli altri individui, e sia come intensità maggiore della risposta, vale a dire che egli risponde con reazioni emotive più forti della norma.

Inoltre, questi bambini, dopo essersi attivati, faticano a tornare velocemente ad uno stato emotivo di quiete, per cui le loro perturbazioni affettive possono protrarsi anche per ore, anziché per qualche minuto come accade nelle persone meno vulnerabili.

Un esempio pratico può essere il seguente: questi individui posti di fronte a un piccolo segnale di distanza relazionale possono sperimentare una profonda angoscia e senso di abbandono, esperiti magari con toni drammatici.

In tutto questo, l’individuo potrebbe trascorrere molto tempo in questo stato di sofferenza che influenzerà a sua volta altri processi cognitivi che contribuiranno a prolungare ulteriormente l’attivazione emotiva.

Sia chiaro che tutti noi possiamo sperimentare nella nostra vita, soprattutto in adolescenza, delle esperienze simili: chi non è rimasto cupo per un giorno intero dopo che la nostra fiamma ha mostrato poco interesse per le nostre attenzioni; chi non ha sperimentato prolungato nervosismo dopo esser stato preso in giro da qualcuno di irritante.

Tuttavia, queste condizioni non sono una costante per chi non è affetto da vulnerabilità emotiva di base e perciò si presentano con minore frequenza nell’arco della nostra giornata.

Venendo invece all’ambiente invalidante, questo è rappresentato da un contesto relazionale nel quale “alla comunicazione delle proprie esperienze interne, seguono risposte estreme, inappropriate e imprevedibilmente variabili” (Linehan, 2021, p. 33).

In sostanza, quando un individuo esprime i propri stati interni questi vengono sistematicamente invalidati, puniti, trascurati, non presi in considerazione, banalizzati.

Il bambino, quindi, non è supportato nel riconoscimento dei propri vissuti emotivi, aspetto fondamentale per poter sviluppare delle buone capacità di regolazione affettiva, e in aggiunta viene disconfermato “nel suo modo di descrivere, analizzare e rappresentarsi il proprio comportamento, e nelle sue attribuzioni causali rispetto alle proprie convinzioni, emozioni e azioni” (penso che questo accade in questo modo per questi motivi e mi fa sentire così) (p. 33).

In tal senso gli viene più o meno direttamente suggerito che non dovrebbe fidarsi del proprio modo di leggere la realtà interna e quella esterna. Difatti capita spesso che al bambino vengano attribuite intenzioni, emozioni e sensazioni che lui non sperimenta e che gli sia imposto di adeguarsi a rappresentazioni della realtà molto rigide e talvolta anche altamente variabili.

Inoltre, l’ambiente invalidante tende a far risalire l’espressione di emozioni negative a caratteristiche inaccettabili del soggetto come la sua ipersensibilità, la sua incapacità a comprendere la realtà dei fatti e a superare le difficoltà.

L’espressione di emozioni spiacevoli, ma a volte anche quelle piacevoli, è spesso concepita come una deviazione dallo standard che porterà inevitabilmente al fallimento per scarsa volontà e autodisciplina.

All’interno dell’ambiente invalidante è possibile dunque osservare una dinamica contradditoria che contribuirà ad aggravare la grande sofferenza del bambino: da un lato, infatti, i caregiver suggeriscono all’individuo di non fare affidamento sulle proprie emozioni e capacità di leggere la realtà, mostrandogli come sia sempre meglio fare riferimento al mondo esterno (loro sì che sanno che cosa prova il bambino e come stanno le cose), ma dall’altro fanno passare il messaggio che bisogna imparare a contare solo su di sé, fare poche richieste di supporto e saper controllare le proprie manifestazioni emotive credendo fermamente nelle proprie capacità.

Tuttavia, per potersi affidare stabilmente al giudizio degli altri, il soggetto deve mantenere una pur minima fiducia in se stesso, poiché dovrà “fidarsi della sua decisione di non confidare in se stesso” (p. 36).

A questo punto l’individuo per sottrarsi all’invalidazione potrà solo performare dimostrandosi all’altezza, oppure abbandonare l’ambiente familiare oppure ancora adeguarsi alle aspettative attraverso un controllo forzato dei propri vissuti e comportamenti.

Quando tutto ciò non è possibile ecco che il dilemma su come evitare l’inevitabile assume dei toni terribili e angosciosi per la persona. Per questi motivi tali esperienze contraddittorie non possono assumere una forma integrata nella mente dell’individuo.

Quest’ultimo, quindi, proprio per via della sua vulnerabilità di base avrebbe bisogno di essere maggiormente supportato nel riconoscere e modulare i propri stati interni ma viene invece costantemente invalidato, gli viene imposto il controllo sulle proprie emozioni e, in ultima analisi, le sue necessità non vengono riconosciute ma anzi banalizzate.

In età adulta […] le conseguenze sono un costante atteggiamento di sfiducia, svalutazione e invalidazione rispetto alle proprie esperienze emotive, una marcata tendenza ad appoggiarsi agli altri per trarre indicazioni sicure riguardo alle caratteristiche dell’ambiente esterno e una disposizione all’ipersemplificazione dei problemi della vita” (p. 22)

Molte più informazioni in merito a questi argomenti, per esempio per quanto concerne le dinamiche relazionali genitore-bambino che contribuiscono al mantenimento della drammatica situazione, sono disponibili nel prezioso volume di Marsha Linehan, che rappresenta oggi uno dei contributi più importanti nel panorama delle terapie per il DBP.

Per le stesse ragioni, oltreché per non dilungarmi eccessivamente, non tratterò ampiamente il modello di intervento DBT. Mi limito quindi a dire che questo modello prevede innanzitutto la validazione dei pensieri, degli agiti e delle emozioni delle pazienti e in secondo luogo l’acquisizione di capacità e strategie relazionali, di tolleranza dello stress, di consapevolezza e di regolazione delle emozioni con lo scopo di contenere le reazioni disadattive conseguenti al discontrollo affettivo.

Per fare tutto questo il clinico è guidato da una solida impostazione epistemologica fondata sui principi della dialettica: se la paziente borderline tende ad assumere una prospettiva dicotomica, o-o, nella quale non sembra esserci la possibilità di giungere ad una sintesi, il terapeuta deve invece aiutarlo a contemplare contemporaneamente polarità opposte, ovvero pensieri, emozioni, desideri e tendenze apparentemente antitetiche, riconoscendone “l’intrinseca verità e validità di entrambi” (p. 13).

*farò riferimento alla forma femminile in quanto il disturbo è maggiormente diagnosticato tra le donne.

Bibliografia

Linehan, M. M., Barone, L., & Maffei, C. (2021). Trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo borderline: il modello DBT. Raffaello Cortina.

CONDIVIDI
Articolo precedente“Le famiglie omogenitoriali: teorie, clinica e ricerca” di Nicola Carone
Vittorio Arrigoni
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista Relazionale in formazione e cofondatore di Cultura Emotiva. Lavoro all'interno di una Comunità Terapeutica per adolescenti con disturbi psichiatrici. Sono insegnante di Mindfulness e insegnante di MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) per la depressione, titoli che ho acquisito, dopo anni di pratica meditativa, attraverso il Master di Mindfulness in ambito clinico diretto dal Prof. Fabrizio Didonna. La mia passione rimane tuttavia la Mindfulness in relazione, ambito nel quale ho conseguito un diploma sotto la supervisione di Anne Overzee e Deirdre Gordon, docenti senior del Karuna Institute (UK). Sono anche insegnante in formazione di Mindful Self-Compassion (MSC), avendo frequentato il primo teacher training organizzato in Italia in collaborazione con il Center for Mindful Self-Compassion. Tra le esperienze più significative della mia vita ho vissuto a Cipro per cinque mesi frequentando l’University of Cyprus (UCY) durante il mio Erasumus. Le persone che ho incontrato mi hanno infuso un profondo senso di abbondanza, condivisione e comunità del quale desidero rendere tutti compartecipi. Contatti: v.arrigoni6@campus.unimib.it

ADESSO COSA PENSI?